Le puntate

Se amate la parola scritta o semplicemente non avete tempo per ascoltarci, questa sezione è per voi! Volta per volta questa parte del sito verrà aggiornata con la trascrizione per intero delle puntate del podcast. Enjoy!

#02 – Oltre la siepe cosa c’è?

A Monroeville, una cittadina dell’Alabama, agli inizi degli anni ‘30, due bambini, di cinque e sette anni, andarono ad abitare uno accanto all’altra. Fra loro nacque subito una profonda amicizia che li avrebbe legati per tutta la loro vita.

Il bambino di sette anni si chiamava Truman Capote. La bambina, Nelle Harper Lee.

Il secondo libro del nostro bookclub era Il Buio Oltre la Siepe. Scritto nel 1960, racconta delle avventure di due fratelli e un loro amico che, ogni estate, si ritrovano nella cittadina di Maycomb, Alabama (Coincidenze? Io questo non creto). Siamo negli anni Trenta negli USA, gli stati del Sud degli USA. Non un bel luogo dove vivere. A meno che tu non sia uomo, bianco, etero e cisgender. 

Il romanzo copre un arco temporale di tre anni. Ma cosa racconta? Scout è la voce narrante di quello che all’apparenza può sembrare un romanzo di formazione. La scuola, i vicini, i giochi di strada. Il fulcro del romanzo lo scopriamo più avanti quando l’avvocato Atticus Finch, padre di Scout, accetta la difesa di Tom Robinson, afroamericano accusato di stupro su una ragazza bianca. In questo modo è come se ci mettessimo gli occhiali per mettere a fuoco la realtà intrisa di pregiudizio degli stati del Sud. 

Con questo libro, Harper Lee ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 1961, e un anno dopo la sua uscita, nel 1962, ne è stato tratto un film in bianco e nero, con niente po’ po’ di meno che Gregory Peck. Se non lo conoscete vi perdete un manzo d’altri tempi non indifferente.

Edito in Italia per la prima volta nel 1962 da Feltrinelli, dove è rimasto dopo un breve passaggio per Garzanti.

Nell’originale il titolo era To Kill a Mockingbird. Quello italiano è una metafora ripresa da uno dei passi del libro dove si parla dell’altro grande protagonista del romanzo: Boo Radley.

Il buio oltre la siepe rappresenta l’ignoto e la paura che genera pregiudizio. Ma il titolo originale non si è perduto così nel vuoto. Se uno ci fa caso, ci sono molti rimandi all’originale nelle righe. Il Mockingbird è un uccello molto diffuso negli Stati Uniti ma non in Italia. La traduzione ha dato varie proposte: tordo, passero e usignolo. Perchè, come dice Atticus:

… non fanno proprio niente, cinguettano. Per questo è un peccato uccidere un passero.

Ma ora l’ordine del giorno: Giulia ci parla del fatto di cronaca che ha ispirato l’autrice; io do sfogo al mio amore per Atticus Finch e del suo esempio di mascolinità; infine Camilla ci racconta cosa volesse dire essere una ragazza negli anni trenta/quaranta. 

Scottsboro Boys

Di Giulia Carniglia

Facciamo un salto temporale. Siamo in Alabama, Stato Sudista degli Stati Uniti d’America. 25 Marzo 1931. Su un treno merci, linea Chattanooga – Memphis, nove ragazzi neri stavano vagabondando assieme a diversi uomini bianchi. Scoppia una rissa poco prima dell’ingresso in un tunnel. I ragazzi bianchi hanno la peggio e vengono buttati fuori dal vagano. Umiliati, si recano dallo sceriffo della cittdina più vicina dichiarando di essere stati aggrediti da un gruppo di “negri“. L’ordine dello sceriffo è “catturate ogni negro sul treno.” 

PROTAGONISTI: Haywood Patterons (18 anni); Clarence Norris (19); Charlie Weems (19); i fratelli Andy Wright (19) e Roy Wright (12); il quasi cieco Olin Montgomery (17); Ozie Powell (16); Willie Roberson (16); Eugune Williams (13). 

Nel frattempo, due ragazze bianche si presentarono dallo sceriffo accusando i ragazzi di averle violentate sessualmente. Ora, negli stati del Sud, vigevano ancora le leggi Jim Crow, che autorizzavano il linciaggio dei neri accusati di violenza sessuale o omicidio di donne bianche. Era pratica comune e nessuno avrebbe detto che stavano sbagliando. 

L’esame che il medico fece alle ragazze non evidenziò strappi, segno evidente di una violenza sessuale. Notò solo che c’erano effettivamente tracce di sperma ma che risalevano ad ore molto precedenti le accuse. 

Nonostante ci fosse solo la parola delle ragazze, i ragazzi furono imprigionati e mandati a processo. A nessuno interessava. Erano solo “negri” accusati di sturpo a donne bianche. Questo bastava. 

La vicenda divenne così grande che il Partito Comunista usò il proprio apparato legale per difendere i ragazzi. Anche la NAACP (National Assosiation for the Advancement of Colored People) si offrì di gestire il caso. Tuttavia, gli imputati scelsero di rimanere con ILD (International Labor Difence) anche per il processo d’appello. 

A seguito di un ricorso, la pena di morte fu sospesa e questo permise ai legali di far emergere davanti alla Corte suprema che gli imputati non avevano avuto un’adeguata rappresentanza, nè il tempo sufficente per elaborare al meglio il caso. 

Il 24 Marzo 1932, la Corte Statale si pronunciò su sette degli otto ragazzi, confermando la condanna a morte per tutti ( quella stessa condanna a morte che aveva deliberato il tribunale). Tutti tranne Eugene Williams: a lui, la Corte concesse un nuovo processo perchè “legalmente” ancora minorenne. Aveva 13 anni. 

IL caso raggiunse la Corte suprema degli Stati Uniti d’America il 10 ottobre del 1932. L’accusa che agli imputati fosse stato negato un adeguato processo continuò. Alla fine, la Corte suprema ribaltò i verdetti precedenti. Asserì che agli imputati era stata negata l’assistenza di un consulente efficace. Tutto questo non garantiva l’assoluzione dei ragazzi, ma solo il fatto che i processi erano stati svolti senza tutte le dovute precauzioni. 

Il caso continuò per tre anni con continui processi a Patterson e Norris e relative condanne e ribaltamenti. L’ultimo è arrivato nel 1935, quando il caso arrivò alla Corte suprema per la seconda volta. Questa volta, si mise davanti al fatto che la giuria era composta da soli bianchi e questo non era corretto

Vennero richiamati tutti gli imputati e anche Victoria Price a testimoniare di nuovo. 

Il 26 Gennaio 1936, Patterson fu condannato per stupro a settantacinque anni, caso importante perché fu il primo uomo nero a non essere condannato a morte per aver stuprato una donna bianca. Patterson evase nel 1948 e fece pubblicare The Scottsboro Boys nel 1950. Fu nuovamente arretato per aver accoltellato un uomo durante una rissa in un bar e condannato per omicidio. Patterson morì di neoplasia nel 1952 dopo aver scontato poco più di un anno della sua seconda condanna. 

il 24 gennaio 1936 Ozie Powell venne accusato di ingiurie contro un deputato. Condattano a vent’anni, indulto nel 1946.

il 15 luglio del ’37 Clarence Norris venne accusato di stupro e aggressione sessuale e condannato a morte, ma il governatore Gibbs mutò nel ’38 la sua pena in ergastolo. Uscì nel ’48 con la libertà condizionata e andò a vivere a Brooklyn. Cominciò il suo percorso per ottenere il perdono. Nel 1976 venne dichiarato “non colpevole”. E’ morto nel 1986 per Alzheimer. 

Andrew Wright venne condannato per stupro a novantanove anni. Ottonne la liberazione condizionale ma tornò in carcere dopo averla violata. Graziato nel 1950, venne prosciolto definitivamente dallo Stato di New York. 

Nel 1937, Charlie Weem venne condannato a centocinque anni di carcere. Ottenne l’indulto nel 1943

Il 24 luglio del 1937 lo Stato nell’Alabama fece cadere le accuse degli altri quattro ragazzi. Questi ragazzi avevano passato quattro anni nel braccio della morte come fossero degli adulti. 

All’inizio del 2013, l’Alabama ha aperto la strada per i perdoni postumi. “L’Alabama Board of Pardons e Paroles” ha concesso a Weems, Wright e Patterson il perdono. 

Sitografia: https://www.history.com/topics/great-depression/scottsboro-boys; https://nmaahc.si.edu/blog/scottsboro-boys; https://it.wikipedia.org/wiki/Scottsboro_Boys

Che uomo, Atticus Finch

di Veronica Pallavera

Sono proprio io, nella sigla, a dire che Fika è un luogo in cui le donne parlano di donne ma, come direbbe Jake Peralta, le regole sono fatte per essere infrante. 

Oggi, infatti, vorrei parlarvi di Atticus Finch, l’avvocato, il padre di Scout e Jem, il negrofilo e molti altri aggettivi. 

Atticus non rientra nei canoni del padre fisicamente forte, aitante, in salute. Scout ci dice che:

Atticus era debole: aveva quasi cinquant’anni. Quando Jem e io gli chiedemmo perché fosse così vecchio, rispose che aveva cominciato tardi, e ci parve che questo si riflettesse sulle sue capacità e sulla sua virilità. Era molto più anziano dei genitori dei nostri coetanei, e quando i compagni di scuola dicevano: ‘Mio padre fa questo, mio padre fa quello’, Jem e io non potevamo raccontare nulla del nostro. […] Non faceva niente di quello che facevano i padri dei nostri compagni: non andava a caccia, non giocava a poker, non pescava, non beveva nè fumava. Stava seduto nel soggiorno e leggeva.

Eppure da subito ci viene presentato come un membro fondamentale della comunità, elogiato per la sua rettitudine morale. La stessa morale che lo “obbliga” ad accettare la difesa di Tom Robinson, nonostante i rischi che questa comporta, perché

Prima di vivere con gli altri, bisogna che viva con me stesso: la coscienza è l’unica cosa che non debba conformarsi al volere della maggioranza.

Per Atticus contravvenire a questo richiamo della coscienza comporterebbe la perdita di ogni influenza sui figli. 

Non potrei più andare in giro a testa alta, […] e non potrei nemmeno dire a te o a Jem: fa’ questo e non fare quello.

Quello che è implicito, però, in tutto il romanzo è l’estremo rispetto che tanto Scout quanto Jem portano ad Atticus. Il padre, unica figura genitoriale, è depositario di saggezza e guida nel quotidiano. Detta continuamente i tempi della paura: fino a che Atticus non si mostra spaventato, non c’è nulla da temere. 

Ma Atticus rappresenta anche una guida morale fuori dagli schemi del suo tempo: è un uomo affermato e rispettato (almeno per la prima parte del romanzo) che aborre la violenza e continuamente lotta per contenere l’indole violenta dei figli, specialmente di Scout.

Può darsi che a scuola tu senta dire cose orribili di questa faccenda, ma se vuoi aiutarmi devi fare una cosa sola: tenere la testa alta e le mani a posto. Non badare a quel che ti dicono, non diventare il loro bersaglio. Cerca di batterti con il cervello e non con i pugni, una volta tanto…È una bella testa, la tua, anche se è dura ad imparare.

Harper Lee, attraverso Atticus Finch, ci racconta che la mascolinità si può discostare da violenza e prevaricazione. 

Che scoperta, verrebbe da dire. Eppure non era affatto banale nel 1960…e non lo è nemmeno oggi. 

Facciamo un salto indietro di qualche mese, fino all’inverno scorso. Gillette – la marca di rasoi, NDR – manda in onda negli Stati Uniti un nuovo spot. 

Non so se ricordate il vecchio slogan Gillette, tradotto in italiano “il meglio di un uomo”, ma originariamente “the best a man can get”, il meglio che un uomo possa raggiungere, la sua versione migliore. 

Fino a prima di questo fatidico spot, la versione migliore dell’uomo proposto da Gillette era un fico, elegante, di successo e – naturalmente – rasato di fresco. 

Ora non starò a farvi la supercazzola sul perché i brand si sono scoperti paladini di giustizia, Sailor Moon capitalisti, e mi limiterò a raccogliere i frutti positivi che le nuove teorie di marketing hanno deciso di coltivare. 

Nel nuovo famigerato spot, vengono rappresentate forme più o meno “esplicite” – passatemi il termine – di violenza da parte maschile. La pacca sul culo alla cameriera, il catcalling, il mansplanning, il bullismo e, infine, la rissa tra bambini. 

Dico infine perché è proprio la rissa tra i due bambini a darci la chiave di lettura dello spot. Infatti, mentre loro si accapigliano, i padri li guardano a braccia conserte ripetendo “boys will be boys”, che potrebbe essere tradotto con “so’ ragazzi”, ma si porta dietro anche una disturbante idea di futuro, come se si trattasse di un fatto naturale, che non può essere cambiato. 

A risolvere alcune di queste situazioni interviene un uomo – lui che ferma l’amico che sta importunando una ragazza perché “it’s not cool”, non è corretto; lui che allontana i bulli dal ragazzino maltrattato e si accerta che stia bene; il padre che separa i bambini perché picchiarsi non è un buon modo di superare i conflitti. 

Questi vogliono essere gli esempi del meglio che un uomo può raggiungere, questi sono gli uomini Gillette. 

Bene, tutto questo ha scatenato un putiferio. Riassumo molto la reazione dell’internet, perchè ormai è storia vecchia e potete comodamente trovare ogni tipo di commento in merito. Mi concentrerò sulla critica che, tra quelle che sono state mosse, rientra meglio nel tema della mia riflessione: molti, guardando lo spot, hanno visto una demascolinizzazione – se esiste questa parola – del maschio.

Ora, il riconoscere la violenza e la prevaricazione come attributi tipici della virilità è un problema, e prende il nome di mascolinità tossica.

La mascolinità tossica sfocia nell’omofobia, nella misoginia, ma anche nel bullismo verso quei maschi – pure etero e cisgender – che si permettono di avere delle emozioni ed esternarle, quelli che praticano la non violenza… i senza palle, per capirci. Sono gli uomini a cui viene detto “fai l’uomo”, come se riconoscersi nel sesso maschile non fosse sufficiente, come se fosse necessario esibire le prove.

Sono gli uomini a cui non deve mai mancare l’appetito sessuale, quelli che non possono essere stuprati, quelli a cui viene fatto pesare se guadagnano meno della propria donna. 

A tutti loro e a tutti voi consiglio di guardare Atticus Finch come un esempio che dimostri quanta tenacia, forza, coraggio e dignità ci possa essere in un uomo che non pratica la violenza e la prevaricazione. 

Angelo del focolare in training

di Camilla Magnani

Io spesso me lo sono chiesta: ma come sarebbe stata la mia vita se non fossi nata negli anni ‘90? Visto che è da sempre che mi sento nel tempo sbagliato, a volte mi perdo a riflettere sul tempo degli altri. Non sono così tante le figure femminili in questo libro, ma sono decisamente dei personaggi complessi che, a modo loro, influiscono molto sulla vita e sull’essere donna della giovane protagonista Scout.

Il retro copertina dell’edizione Feltrinelli la definisce un “Huckleberry in gonnella” ed è certo sin dal primo momento che Scout non sia la classica bambina che avrebbe voluto la società degli anni ‘30. E quindi mi sono detta: più o meno tutti abbiamo un’idea di come dovesse essere la donna d’altri tempi, ma come doveva essere per una bambina? Come crescevano?

Non è da molto che l’età infantile è percepita come periodo a sè stante della vita. D’altra parte nemmeno nell’Encyclopedia of Social Sciences degli anni ‘30 esiste la voce “infanzia”. C’è voluto un po’ prima che i bambini smettessero di essere concepiti come piccoli adulti, ma solo bambini. Nel romanzo, la zia di Scout le continua a ricordare che dovrebbe mettersi la gonna.

Come puoi diventare una vera signora se porti i calzoni?

E quando Scout risponde che con un vestito addosso non sarebbe riuscita a fare nulla, la zia le dice che non avrebbe dovuto fare alcunchè che richiedesse i calzoni; avrebbe dovuto giocare con stoviglie e tazzine, indossare la collana di perle ed essere il raggio di sole della solitaria vita di suo padre, Atticus, avvocato vedovo e padre di due figli. Quindi, quando Scout riferisce al padre la conversazione avuta con la zia, egli le assicura che avrebbe potuto fare come voleva: i raggi di sole in famiglia non mancavano di certo. 

Quando però poco dopo un cugino asserisce che gli sarebbe piaciuto imparare qualche ricetta per cucinare, Scout sbotta ridendo “Ma i ragazzi non cucinano!”

Questo ci può suggerire qualcosa: possiamo anche vivere protetti, avere qualcuno che ci insegna cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma non basta. Noi viviamo nella società e ne assorbiamo, in un modo o nell’altro, i principi.

Questo capita a maggior ragione con i bambini, ed è per questo che tante volte vengono fatti discorsi su giochi e sport da maschio o da femmina. E non è per far polemica sterile, ma perché sono queste le informazioni di cui si nutre la società.

Ma torniamo al punto di partenza: che cosa voleva dire essere una bambina negli anni ‘30?

I jeans erano considerati, appunto, volgari su una ragazza e per molte bambine era praticamente impossibile indossare pantaloni a scuola. Inoltre, non era assolutamente concepibile essere abbronzate. Era difficile ricevere qualcosa che non fosse una bambola a Natale, anche se nel romanzo vediamo lo zio di Scout regalare alla bambina e al fratello niente po’ po’ di meno che una carabina.

In poche parole, le bambine dovevano assomigliare alla madre. Per le donne, In Italia, bastava avere quel tanto di cultura utile a fare conversazione e trovare marito. 

C’è ovviamente bisogno di fare una distinzione, tuttavia, tra Stati Uniti e Italia. Nei primi, sin dall’Ottocento, esistevano istituzioni, come dei seminari, per preparare le donne ad essere madri. Paradossalmente nel diciannovesimo secolo la scienza veniva considerata una materia più adatta alle donne, piuttosto che agli uomini. Tutto ciò che riguardava l’economia domestica, in effetti, se ci pensiamo ha a che fare con la scienza: cucinare, smacchiare, curare il giardino. Gli uomini, invece, si dedicavano ad attività più astratte: storia, arte, letteratura. La situazione si ribalta quando la scienza si collega alla tecnologia, creando un settore particolarmente redditizio e di conseguenza appannaggio degli uomini. 

In Italia la distinzione tra uomo e donna era molto netta perché partiva anche da normative governative indette dal governo fascista, in cui la società era fortemente gerarchizzata. Nonostante l’organizzazione e le attività di stampo militarista le bambine dovevano comunque essere graziose e pacate. 

Ma ora vorrei leggervi qualche passo di un libro che ho trovato qualche giorno fa nella mia casa in montagna. Credo appartenesse a mia nonna e si chiama “Educazione domestica per le scuole professionali femminili”, scritto da Elisabetta Randi e credo sia uscito negli anni Quaranta, poco dopo la guerra.

L’educazione parte dal ruolo della donna all’interno della famiglia. Dal ruolo che una donna ha nel suo contesto: la famiglia. Mille importanti nozioni sulla divinità della famiglia, sulla morale e sul fatto che sia, citando il testo, “la pietra miliare su cui poggia il poderoso edificio della nazione”. L’amore per la famiglia viene definito un valore politico

Poi più avanti: “Alla donna, sia essa madre, moglie, figlia o sorella è affidato il compito di regolatrice dell’andamento domestico, e perciò la sua partecipazione alla vita sociale, sotto forma apparentemente modesta, ha un valore inesitmabile”.  Adesso guardo questo libro con occhi ironici e non voglio sminuire questi valori perchè riconosco che sono stati valori fondamentali. 

La donna viene guidata dai consigli della scienza moderna per dirigere la casa, ma senza mai dimenticare il suo intuito naturale, l’amore, lo spirito d’amore e sacrificio per i propri cari. 

E’ come se la donna dovesse avere determinate qualità solo perchè è nata donna. E per parlare di queste ultime qualità si parla di illuminazione della donna, come se fosse un angelo, non una persona. 

Capitolo due: la casa. Sempre qui stiamo eh. Come organizzare le stanze in base all’esposizione seguendo i punti cardinali con tanto di disegni illustrativi.

Quello che ci stupisce è propio questo. Una donna imparava come essere una donna. Non so se sia l’autrice ad essere particolarmente prolissa o prendesse tutte le donne per stupide, ma spiega ovvietà. è possibile che fossero le uniche informazioni che queste donne avrebbero ricevuto nel corso della loro vita. Come pavimentare la propria casa? Che tappeti usare? 

Sono le notizie economiche  e politiche che interessano gli uomini seri, sono le ultime notizie della moda che tanto dilettano le signore. 

Tutti questi complessi e svariati lavori domestici ai quali la donna deve applicarsi con amore e intelligenza, devono essere compiuti con ordine e precisione

La prossima volta mi applicherò di più a lavare i piatti. Ci metterò amore ed intelligenza.

Poi si passa di corredi. La biancheria vi apparterrà per sempre. Il fornire la casa di questi indumenti è oggetto delle maggiori cure delle donne. Abbiamo un prontuario su come si deve vestire in modo adeguato una donna:

Esiste un’affinità grande e intima, con un profondo significato psicologico tra la signora e il suo guardaroba. Ci dà uno sguardo sulla sua morale. […] Una donna che non ha nessuna cura del suo guardaroba sarà certamente pigra e mancante di dignità.

Possiamo spiegarvi, se volete, possiamo spiegarmi come armonizzare il guardaroba in base al colore dei vostri occhi. 

Poi si passa ad un altro tema cardine, il bucato. 

E sempre in tutti i tempi passati il bucato ha costituito l’operazione gradita dalle nostre donne

C’era un motivo per cui era giornata gradita, era l’unico giorno in cui la donna poteva uscire di casa. Noi, ovviamente, guardiamo a queste infomarzioni con occhio critico. Per l’epoca invece, era perfettamente normale. E di questo ce ne rendiamo conto in Scout che, come abbiamo detto, si comporta come un maschiaccio ma sa bene come deve essere la “brava donna” dei suoi tempi. 

In realtà sono felice. Siamo partiti da questo e siamo arrivati a dove siamo ora. 

Adesso posso andare in giro con felpa, maglia di Doctor Who, Converse e non mi dice niente nessuno….tranne mia madre. 

FONTI:

http://www.memoro.org/it/L-infanzia-negli-anni-trenta_5632.html

http://www.memoro.org/it/La-scuola-%C3%A8-per-soli-uomini_40.html

https://prezi.com/xdka5xnz1ev4/growing-up-as-a-girl-in-the-1930s/

http://www.treccani.it/enciclopedia/infanzia_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/

https://elenabonetto.wordpress.com/

“Il buio oltre la siepe”, Harper Lee, Feltrinelli, 1962

“Educazione domestica per le scuole professionali femminili”, Elisabetta Randi, Trevisini, 1949

CONCLUSIONI

Lo consigliamo? ASSOLUTAMENTE SÌ. Non si può non consigliarlo. Si possono avere opinioni personali fino ad un certo punto. Anche perchè è un classico. è uno specchio di umanità. Prescinde il tempo e il luogo, le persone sono fatte così. 

Poi bisogna dirlo, Atticus è un vero Grifondoro. Quindi, leggetelo e fatevi prendere per mano da Scout.  

Se ancora non vi abbiamo convinti, vi lasciamo con delle citazioni che ci hanno emozionato o impressionato. 

Atticus aveva ragione, una volta aveva detto che non si conosce realmente un uomo se non ci si mette nei suoi panni e non si va a spasso

Avere coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare e cominciare ugualmente e arrivare fino in fondo, qualsiasi cosa succeda; è raro vincere in questi casi, ma qualche volta succede.

Cominciai a rendermi conto che anche essere donna richiede una certa abilità

Ecco il link per ascoltare la puntata.


#01 – Questione di fedeltà

Una statistica del 2017 rivela che il 45% degli italiani ha dichiarato di aver tradito il partner ufficiale almeno una volta. Questa statistica arriva al 100% quando si parla di Marco Missiroli.

Il libro di oggi è Fedeltà di Marco Missiroli, uscito quest’anno per Einaudi, vincitore dello Strega Giovani e finalista del Premio Strega.

Fedeltà è la storia di quattro persone: lui e lei, alias, Carlo e Margherita, felicemente sposati fino a che Carlo non porta a casa un “malinteso” di nome Sofia, l’altra: una ventiduenne dalle movenze gentili e con la bravura nello stare al proprio posto. E quasi per ripicca entra in gioco “l’altro”, Andrea, il fisioterapista che Margherita si immagina brutale forse, inesperto, probabilmente.

Bisogna dire perché è stato scelto nella lista dei libri da inserire nel book club. Lo ha scelto Giulia che, ascoltando la radio, in un programma della mattina ne ha sentito parlare da una libraia di Torino. Per la ragazza intervistata Missiroli aveva tutte le carte in regola per vincere lo Strega, cosa che purtroppo (per Giulia) non è successa.

Ma diciamo chi è Missiroli: romagnolo, di Rimini, classe ’88. Non è il suo primo romanzo, l’altro suo grande successo è stato Atti osceni in luogo privato, edito Feltrinelli.

Non siamo tutte d’accordo, tuttavia, sull’essere dispiaciute per la sconfitta di Missiroli. Veronica, ad esempio, trova questo romanzo un “compitino” per vincere lo Strega. Ci ha visto proprio la lista di cose da inserire: citazione di Buzzati? Fatta! citazione di Némirovsky? Fatta! Personaggio con crisi esistenziale? Fatto! E avanti così… Ma questo non vuol dire che sia un brutto libro, solo un poco artefatto.

Persino io, Camilla, non ho amato particolarmente questo libro. Tante volte mi sono ritrovata a chiedermi “Che finalità ha questa storia?”, poiché mi risultava abbastanza inconcludente. Un po’ come Jon Snow nell’ultima stagione di Game of Thrones. In molti casi c’era da chiedersi “Ma dove vuoi andare a parare?”. Nonostante questo bisogna spezzare una lancia in favore di Missiroli che è riuscito a tratteggiare personaggi diversi e molti tipi diversi di fedeltà che possono essere molto interessanti; ci si può ritrovare, ci si può non ritrovare, ma allo stesso tempo si possono conoscere delle realtà molto diverse dalla propria.

Ma passiamo all’ordine del giorno: inizialmente Giulia e Veronica ci parleranno di Margherita e Sofia, due personaggi da cui trarranno riflessioni e approfondimenti. Camilla, infine, parlerà della fedeltà come convenzione all’interno della storia.

Fedeli a noi stesse: Margherita

di Giulia Carniglia

Chi è Margherita? E’ una donna sposata, con Carlo, una donna che vuole realizzarsi e che si sta impegnando molto nel farlo. Una donna che si conosce e conosce sé stessa. Ha un rapporto con il compagno, direi, completo. Loro si conoscono, conoscono ogni piccolo lato di loro stessi perchè hanno avuto il tempo di conoscersi. Si sono dati il tempo per conoscersi. E’ una donna che vive la sessualità, all’interno del proprio matrimonio, in modo onesto. A volte anche irrompente. Però sempre fedele a sè stessa.Margherita si conosce tantissimo, dal punto di vista sessuale. Anche grazie a Carlo. 

Magari tutte noi abbiamo una persona accanto che fa in modo di farci conoscere noi stesse anche a livello sessuale. Di farci capire cosa ci piace, come ci piace e come possiamo essere stimolate a lasciarci andare. 

E’ una donna che tutti potremmo conoscere. Tutti possiamo avere una Margherita nella nostra cerchia di amici. Perchè? Cosa fa Margherita? Margherita pensa a qualcun altro al di fuoir del proprio matrimonio. Pensa in maniera sensuale e sessuale a qualcun altro. Questo, secondo me, è un pensiero che tutte abbiamo. Io l’ho avuto, onestamente. Poi non è successo niente. Però l’ho fatto ed è umano, è normale, a mio avviso. Non ci dovremmo sentire in colpa per pensare una cosa del genere. Perchè siamo onesti… tutti guardiamo chiunque, facciamo pensieri su chiunque. Non esiste una persona estremamente oggettiva, estremamente conscia del “no, io non posso farlo. Non lo farò mai”. Non è assolutamente vero. non siamo fatti tutti con lo stampino. Nessuno all’interno di un matrimonio, una coppia di amici, una coppia di fidanzatini di 15 anni o di 30. Nessuno non penserà mai a qualcun altro. Anche solo posare gli occhi quando si è in spiaggia. In estate, vedi passare un bel ragazzo o una bella ragazza, ovvio che ti togli l’occhiale come nemmeno Audrey Hepburn. E’ normalissimo. 

Margherita è questo. E’ quella donna sulla spiaggia, con i suoi occhiali ad occhi di gatto, vede passare un bel ragazzo, si toglie gli occhiali e lo guarda. E ci fa anche un pensierino. E’ oggettivo, umano e normalissimo. E’ una cosa che apprezzo molto. Apprezzo come è stato reso. Margherita è di un realismo non indifferente. 

E’ un  donna che, nonstante tutto quello che le è successo, è morto il padre, ha una madre affettuosa con cui ha un rapporto molto bello. A volte vorrei avere un po’ anch’io. tutte vorremmo un rapporto con i genitori come quello che leggiamo. Chi di noi non ama il signor Bennet? Chi di noi non adoro il rapporto che ha con le figlie. chi non adora le sue frasette, la frecciatine, lanciate al momento giusto per far capire un concetto? E’ una donna che si è realizzata sul lavoro. Ha avviato la sua agenzia immobiliare. Ha mantenuto saldo il suo matrimonio. Tutti hanno dei momenti bassi ma lei riesce ad affrontarlo senza staccarsi da quello che è. 

Perchè Margherita? 

Lei è rimasta fedele a tutto quello che è. Questo, a mio avviso, è il centro del libro. Quanto rimanere fedeli a sé stessi può costare, o può aumentare, in meglio, la fedeltà che si ha verso un’altra persona. Non è scontato. Quello che ti fa capire questo libro è che sono due cose differenti.

Noi percepiamo l’essere fedeli al compagno/a annullandoci un pochino. Persino il pensiero di tradire è paragonato, mentalmente, al tradimento. Il pensiero di un terzo ti rende colpevole. Se ci facciamo caso, questo è quello che accade nella nostra società. Non sono d’accordo. Io sono più per il “fedeli verso sé stessi” rispetto al “fedeli verso gli altri”. 

Sono egoista, mi dispiace.

Non troverò mai recriminante pensare a qualcun altro mentre sono all’interno di una relazione sentimentale. Non lo farò mai. Se è una cosa che mi piace perché mi devo sentire in colpa? 

E’ questo che mi piace di Margherita. Lei non si è sentita in colpa. 

La reputo la persona più realistica all’interno di tutto questo discorso che MIssiroli ha costruito in dieci anni. E’ reale e rispecchia la quotidianità. E’ una maniera oggettiva, con occhi estranei. 

Oggettiva come guardare le vite degli altri tramite i social. Anche se quello che vediamo non corrisponde alla realtà. Il mondo del social è presente nel romanzo. Il motivo è che noi viviamo nell’era dei social. Quanti di noi guardano su Instagram il profilo di un/a ragazzo/a per vedere come appare? Chi mette Mi piace ad un post e sbirciare il proprietario di quel like. 

E’ da una parte spaventoso perchè non si ha un oggettività, non si ha voglia di conoscere. Guardiamo quello che c’è sui profili e per noi corrisponde alla realtà. Non è vero. 

Quante paranoie ci facciamo? Troppe. Ed è brutto, perchè ti togli il piacere di conoscere una persona. 

Il mio discorso su Margherita l’ho fatto. Concludo con due frasi tratte dal romanzo. 

“Con lui avevo intuito che l’infedeltà poteva significare fedeltà verso sè stessi”.

Non è scontato, possiamo riflettere. 

“La parola sbagliare ha molti significati nascosti”.

Possiamo aprire anche qui una parentesi infinita che, però, non apriremo.


L’oggetto del desiderio

di Veronica Pallavera

Non sono una scrittrice.

Lo dice Sofia al professor Pentecoste dopo un esercizio andato… non come lei avrebbe voluto, ed è una delle cose che più mi sono rimaste impresse di lei.

Sofia ha ventidue anni ed è uscita dalla sua comfort zone, da Rimini si è trasferita a Milano, e sei mesi non le sono bastati per amarla. Si è iscritta ad un master di scrittura creativa, si mantiene facendo la cameriera e amalgama le lezioni di Tecnica della narrazione alla sua indole pratica, annotando le idee sul quadernino delle comande.

Fino a qui nulla di innovativo: Sofia è una ventenne in cerca di se stessa, come molte prima e dopo di lei, perché voglio parlare di lei allora? Forse perché tra quelle a cui è stato detto che sono i numeri a farti mangiare, e non i libri, ci sono anch’io.

Non sono una scrittrice, non sono abbastanza brava, lo so da sempre.

È lei a dirlo a Carlo, che per lei è il professor Pentecoste, dopo un esercizio di scrittura, appunto. Missiroli riesce a condensare nella contraddizione che ha portato Sofia a Milano, a quel master, pur sentendosi da sempre non abbastanza brava, il mistero che unisce milioni di noi alla scrittura. È quella corda che ti sottende tra il bisogno di raccontare e di raccontarsi, di spiegare com’è il mondo attraverso i propri occhi, e contemporaneamente la sensazione di non essere davvero in grado di farlo, come se ci fosse un continuo paragonarsi a qualcuno di più bravo.

Il racconto che Sofia prepara per il corso si intitola “Come stanno le cose”, quindi ci viene detto di Sofia che il suo bisogno di scrivere viene proprio dalla necessità di raccontare qualcosa che non è in grado di esprimere a parole ad alta voce, davanti a nessuno, men che meno davanti a se stessa, e quindi affida tutto questo episodio così doloroso alle pagine.

La natura dell’episodio sarà poi svelata lungo il romanzo, ma verrà volutamente lasciato un alone di mistero: la scelta di Sofia, la versione di Sofia, non sarà mai del tutto chiarita, perché stava proprio in quelle pagine che non si comprende se Carlo ha davvero letto. Sofia ricalca uno dei cliché più fortunati della letteratura: la studentessa che si innamora del suo professore, delle sue p battenti e delle sue s timide, perché rivede in questo professore tutto quello che lei vorrebbe essere, e la cosa paradossale, che rende interessante Fedeltà, è il fatto che Carlo non è lo scrittore di successo, Carlo non è così tanto il modello a cui guardare: è uno scrittore fallito, un uomo con un romanzo mai scritto nel cassetto. Eppure Sofia guarda a lui comunque come un modello. Forse è proprio il fatto che lei riesca a stimarlo così tanto ad attrarre Carlo, o almeno questa è la mia visione, che sta sottesa in questa attrazione tra i due, che va molto al di là dei corpi, anche se poi di corpi si parlerà molto nella loro chiamiamola “relazione”.

Le aveva messo una mano al centro della schiena, quasi per consolarla, facendola salire poco alla volta fino alla nuca.

– Scusami, – le aveva detto poi ritraendo la mano.

Perché mai, – aveva risposto lei. Si era masturbato con il perché mai nel bagno del lavoro, e nei giorni successivi, aspettando di capire l’impatto di quei due avverbi sul suo matrimonio.

La relazione, se così si può chiamare, tra Carlo e Sofia sta tutta in una scena così semplice che coniuga quindi il corpo, la mano sulla schiena, alla nuca, e due avverbi, quel “perché mai”, come a dire che Sofia non aveva bisogno delle scuse.

Nel contempo ad attrarre Carlo di Sofia è quella sua bravura nello stare al proprio posto, il fatto che non si esponga a una vera e propria dichiarazione di attrazione e contemporaneamente non la rifugga, quel perché mai, quel non bisogno di scuse, è una dichiarazione senza di fatto esserlo, senza mettere Carlo nella posizione di sentirsi in difetto. Gli permette di masturbarsi in un bagno senza mettere troppo in discussione il suo matrimonio perché

era l’aforisma che funestava l’immaginario adultero: «Non significa niente». O meglio: «Non significa troppo».

La loro è una storia-non storia, che si basa su un malinteso, su qualcosa che non è mai realmente accaduto, e la fedeltà di cui parla il romanzo non è la fedeltà di Sofia. Sofia non ha la necessità di essere fedele a nessuno, non è la protagonista, Sofia è l’oggetto del desiderio e contemporaneamente la cosa che ho apprezzato di questo romanzo è il fatto che Missiroli comunque abbia dato uno spessore a quello che è sempre stato all’interno della letteratura un semplice oggetto di desiderio. Sofia è un vero personaggio pur non essendo la protagonista, pur non facendo parte di quella riflessione sulla fedeltà che il romanzo propone.


Fedeli a chi? Una breve storia della fedeltà come convenzione sociale

di Camilla Magnani

Buonasera e benvenuti a Super Quark, quest’oggi lasceremo da parte i nostri cari dinosauri e parleremo della fedeltà come convenzione sociale all’interno della storia.

Lasciamo perdere la mia scadente imitazione di Piero Angela per prendere comunque in considerazione quel tema di cui stavamo parlando.  

Attenzione, è importante fare un disclaimer quando si parla di storia: noi siamo individui del 2019 che guardano al passato con un occhio abbastanza critico, ma ci dobbiamo ricordare che ciò che era giusto e sbagliato, condannato e non condannabile dalla società nel passato, è completamente diverso da ciò che noi reputiamo in questo modo quest’oggi.

Quindi non dobbiamo essere critici ma, visto che non si può fare storia in maniera totalmente oggettiva, qualche riflessione si può trarre.

Leggendo il libro “Dammi mille baci” di Eva Cantarella, ho imparato delle cose molto interessanti: la fedeltà e i tipi di amore in epoca romana. Oggi vi racconterò qualcosa che mi è sembrato degno di nota.

Innanzitutto, consideriamo che non c’era un unico tipo di amore, ma diversi. Quindi ecco qui il vostro catalogo come se io fossi il vostro Ovidio da quattro soldi.

I primi della lista erano gli amori dovuti, quindi quelli che la società di aspettava che voi provaste, come quello di un genitore per un figlio oppure quello che prova il marito verso la moglie, o la moglie verso il marito. Teniamo conto, però, che il matrimonio in epoca romana in realtà era un po’ un fastidio per gli uomini. Come se ci si dovesse sposare per forza, un passo obbligato della propria vita, ma in realtà non era un matrimonio come noi lo concepiamo adesso. 

Erano pochi i casi in cui c’era davvero l’amore. Alcuni sono anche testimoniati a Pompei, dove su alcuni muri compaiono delle scritte come

Non venderei mio marito per tutto l’oro del mondo

oppure

Fottitela bene!

un augurio delicatissimo dell’amico degli sposi il giorno della loro unione. 

Quindi, questi sono gli amori dovuti, quelli che la società pensa che dobbiate provare. In realtà noi ora la vediamo in maniera un po’ diversa: si deve costruire un rapporto. Ci sono delle convenzioni sociali che presuppongono un legame, ma il rapporto in realtà sta all’interno della famiglia, di quelle piccole relazioni che noi tutti conosciamo e di cui non si deve rendere conto a nessuno. 

Il secondo tipo di amori, invece, sono gli amori possibili: quello che possono essere provati, ma possono anche non essere provati e, nel caso fossero provati, non desterebbero biasimo.

Il terzo tipo è quello degli amori impossibili che, anche se poi chiaramente venivano provati lo stesso, creavano riprovazione all’interno della società. 

Consideriamo che l’uomo era molto più libero, chiunque abbia letto un libro di storia sa che la storia è stata fatta prevalentemente dagli uomini, che erano molto più liberi in tutti.

La donna quindi doveva essere sessualmente integerrima, fedele, parsimoniosa e obbediente, mentre all’uomo era concesso di godersi una serata con una prostituta ogni tanto.

L’esempio per le donne doveva essere Lucrezia, moglie e donna modello, invidiata da tutti, che, dopo essere stata stuprata, piuttosto che convivere con la consapevolezza di essere stata violata da qualcuno diverso dal marito, ha preferito la morte. 

Questo ci fa pensare che effettivamente tante volte all’interno della storia il corpo della donna non è mai stato veramente suo e non possiamo non pensare al fatto che anche oggi tante volte ci viene il dubbio che il nostro corpo non sia veramente nostro. Pensiamo a quello che sta succedendo in alcuni stati del sud degli USA, in cui anche in caso di stupro l’aborto viene considerato un reato. Quindi, in realtà, che cosa possediamo noi se non possediamo il nostro corpo? Se il corpo addirittura è proprietà dello stato, è proprietà di qualcun altro. Questo sicuramente è sicuramente qualcosa su cui riflettere perché purtroppo nel mondo di oggi, ma anche nel passato, la donna possiede il suo corpo solo come riflesso di ciò che può dare alla società, non come una proprietà sua e inviolabile.

Un aneddoto piuttosto divertente riguarda le conseguenze della Legge Giulia: provvedimento che Augusto, tra il 18 e il 19 aveva preso per mantenere un decoro sociale. Cosa diceva questa legge? Le donne adultere dovevano essere deportate su un’isola a vita. Ve lo immaginate? Secondo me si sarebbe potuta creare una situazione alla Orange is the new black. 

Comunque sia, nella famiglia di Augusto c’era la famosa Giulia che non era sicuramente la persona più integra del mondo. Motivo per cui romani hanno un po’ preso in giro questa legge, vedendo da che pulpito veniva la predica. Questa legge non valeva per le prostitute, ovviamente.

Che cosa successe quindi? Essendoci degli elenchi dove potersi registrare come prostitute, le donne romane che non erano prostitute hanno iniziato ad andare ad iscriversi a questi elenchi, per poter fare ciò che volevano ed essere immuni alla legge.

Ricordiamolo, però, non ci sono sempre state coppie infelici, matrimoni combinati per questioni di famiglia. Ci sono state, come dicevo prima, anche delle vere coppie felici che, tuttavia, appartenevano per forza di cose, a classi sociali più basse, non dovendosi unire per interesse economico.

Ma andiamo un attimino avanti nel tempo, parliamo del Medioevo. Dobbiamo immaginarci una società permeata dal cristianesimo. Tuttavia, nota molto importante, il matrimonio è diventato un sacramento solo dal XII secolo in poi. Prima di quel momento possiamo considerare il matrimonio come un accordo tra due famiglie, tra due persone.

Tuttavia, quando il cristianesimo ha iniziato a diventare l’elemento principale della vita delle persone durante il Medioevo, dovete sapere che non si poteva fare sesso tutti i giorni. 

185 giorni all’anno: è questo il tempo che avevano a disposizione per fare sesso le coppie nel Medioevo. Non si poteva fare sesso durante il fine settimana, ma il problema vero stava nel fatto che durante il Medioevo si celebravano una enorme quantità di festività. I giorni che rimanevano “liberi” erano davvero pochi se consideriamo anche che non si poteva fare sesso con una donna in stato di gravidanza, non si potevano avere rapporti nel periodo successivo al parto e che non si poteva per nulla al mondo fare sesso con una donna con il ciclo, restavano circa 185 giorni.

Pensate che sfiga se dopo circa tre mesi di feste vi fosse venuto il ciclo…

Una cosa molto divertente che si è sviluppata nel Medioevo, inoltre, è la Poliandria. Purtroppo, però, le fortunelle che potevano essere una donna sola con moltissimi uomini si contestualizzavano solo all’interno del buddismo tibetano. Lo faranno ancora? Perché nel caso potrei essere interessata.

Parliamo invece ora dell’età moderna che, ricordiamolo, si conclude verso la fine dell’Ottocento. 

Chiaramente, come sempre, i matrimoni venivano celebrati per una questione di status quo perché le famiglie dovevano unirsi in un certo modo e la maniera migliore era quella di far sposare i propri figli. Questo lo vediamo nelle famiglie nobiliari, ma succedeva anche nelle famiglie borghesi per unire le attività. Era la prassi combinare matrimoni per interesse economico. La cosa che risulta particolarmente interessante è la punizione che subisce l’uomo quando viene tradito.

Chiaramente siamo sempre in un contesto in cui la donna subisce le punizioni peggiori; la punizione dell’uomo, però, soprattutto in età rinascimentale, era davvero particolare. 

Se un uomo veniva tradito dalla propria donna era socialmente preso in giro perché rompeva il decoro della società. Veniva sottoposto agli charivaris, prese in giro molto pesanti. La cittadinanza, ad esempio, veniva sotto casa di colui che aveva rotto il decoro sociale, urlando, battendo pentole… Esistevano rituali, come la cavalcata dell’asino o l’ideazione di parate in cui il “cornuto” faceva una figura pessima. 

Non era veramente una vittima, come possiamo concepirla noi oggi, anzi, era colpevole e anche vittima. Colpevole di aver rotto quel “sì però così sta bene all’interno della nosta città” e quindi, paradossalmente, anche se la donna subiva dei castighi peggiori e la condanna sociale la obbligava all’isolamento, era l’uomo che veniva preso in giro come “cornuto”.

Però, dobbiamo ricordarci, anche in questo caso che non esistono solo matrimoni infelici o matrimoni combinati, solo matrimoni in cui ci si tradisce a vicenda. Esistono anche matrimoni felici: pensiamo ad esempio all’unione della regina Vittoria e del principe Alberto.

 Dal 1600 il matrimonio, e quindi anche il tradimento, diventano una questione privata e ci avviciniamo di più alla concezione che noi abbiamo adesso della fedeltà e dell’infedeltà: un danno che viene fatto alla coppia, un danno che viene fatto all’altra persona, ma non ricade sulla società. 

Quindi viene da chiedersi: conosciamo davvero il significato del matrimonio, della fedeltà, oppure è semplicemente un passo obbligato dettato dalla convezione sociale? Ci si sposa per dovere o per piacere? e stando insieme, sposarsi o non sposarsi cambia davvero le cose?

 Fonti:

Qualche riflessione finale

A Giulia è rimasta una frase che potrebbe benissimo essere un mantra, “Sbagliare è umano, tradire non è un peccato”. Inoltre, è incuriosita da come Netflix Italia riuscirà a trasportare sullo schermo questo libro. Perché, ebbene sì, dopo un mese dall’uscita di Fedeltà, Netflix ha annunciato il suo desiderio di trasformalo in una serie tv. 

Camilla, anche lei incuriosita dalla serie televisiva, la guarderà per capire come verranno resi i personaggi del libro e capire se arriveranno ad una conclusione. Per Camilla, tradire gli altri è come tradire sé stessi. Per lei, l’apologia del tradimento, che Missiroli disegna, è quasi fastidiosa. Perché, non riuscirebbe a convivere con l’idea di essere una brava persona anche se ha fatto una cosa che le ha dato soddisfazione momentanea. 

Invece Veronica, proponendosi di parlare bene del libro, ha deciso di non parlare del concetto di fedeltà perché sarebbe d’accordo con Camilla. Cosa le ha lasciato? Un’amica di nome Sofia. Tempo fa, grazie Pinterest, avevamo letto una frase: “L’amicizia nasce quando due persone si incontrano e una dice all’altra, “Ah, davvero? Anche tu? Credevo di essere l’unico.” Sofia è stata questo per Veronica. Lei che credeva di essere l’unica mentre la cosa bella della letteratura è farti sentire meno solo. Lei si è ritrovata non solo nel suo modo di scrivere ma anche nel modo in cui affronta la vita come una giovane donna. 

Per concludere, Veronica ha scelto una frase che, secondo lei, racchiude al meglio le sue riflessioni:

 Questa è la parte più bella di tutta la letteratura: che i tuoi desideri sono desideri universali, che non sei solo o isolato da nessuno. Tu appartieni». (Francis Scott Fitzgerald)


#00 – Fikabrod

Fika - Puntata Zero

Io sono Veronica, 25 anni vissuti nel folle desiderio di procurarmi cibo grazie a ciò che scrivo. Mi nutro di storie in ogni formato. Femminista, romantica, mai abbastanza cinica da credere che il mondo possa crescere se non parto da me.

Mi chiamo Giulia e preparo torte per sentirmi meglio e per aggiungere un poco di bellezza. Trovo ci sia qualcosa di terapeutico nel mischiare farina, uova, zucchero e burro. In quel miscuglio riesco a trovare il mio centro.

E io, invece, sono Camilla e sono circa ventiquattro anni che sono convinta di essere nata nel luogo e nel tempo sbagliati. La mia più grande passione è la musica, se non contiamo la mia ossessione verso tutto ciò che è britannico. Amo la storia e le storie e credo profondamente nell’effetto terapeutico di una serata passata sotto il piumone a guardare serie tv.

Ci siamo conosciute all’università, ormai troppi anni fa per ricordarlo o per volerlo condividere con voi. Tra banchi polverosi di lezioni polverose ci siamo volute bene più o meno da subito, tra una colazione e l’altra poi, siamo diventate inseparabili.

Siamo arrivate subito alla soglia degli ottanta anni perché abbiamo deciso di creare, qualche mese fa, un book club. Book club così di successo che è già in pausa dopo due libri perché qualcuno (GIULIA) non ha finito di leggere il secondo e stiamo ancora attendendo.

Ma ora vi spieghiamo che cos’è la Fika.

Fika è una tradizione quotidiana in Svezia, che costituisce un’istituzione sociale in cui si beve un caffè, solitamente accompagnato da un dolce, insieme ai colleghi di lavoro durante una pausa oppure con gli amici o la famiglia.

Abbiamo deciso di unire bevande e libri per creare un caffè letterario On Air.

Il punto di partenza di ogni puntata sarà un libro e il tema principale che racconta – tranquilli, no spoiler; Controlleremo noi con un ampio lavoro di editing, perchè Giulia è famosa per gli spoiler – e da lì ci sposteremo sulla vita vera.

Riflessioni, esperienze nostre e non, curiosità…insomma, tutto quello che le storie hanno da insegnarci.

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