Amicə non sei tu, è la diet culture.

di Martina da Ros e Camilla Magnani

Moltə di voi si saranno trovatə nella situazione, almeno una volta nella vita, di dover giustificare il cibo che stavate ingerendo.
Che fosse una pizzata con amicə in cui, a certo punto, vi siete sentitə in dovere di dire “Ah ma domani non mangio” oppure “Ho saltato il pranzo, che fame che ho ora” sottintendendo che fosse per quel motivo che stavate mangiando con tanta gioia la pizza e non perché vi andava di farlo, oppure una normale conversazione in cui, per pressione esterna, avete avvertito l’obbligo morale di sottolineare quanto eravate attentə all’alimentazione e all’attività fisica, noi siamo qui per confortarvi: non è colpa vostra. E no, nemmeno dei vostrə amicə, per quanto fastidiosə o paranoicə circa l’ingestione di calorie che stavano ingerendo. La colpa è “solo” della Diet Culture in cui cresciamo da generazioni e dalla quale dissociarsi è difficile, spesso richiede un percorso di affrancazione e introspezione personale e, talvolta, affronta anche una fase di solitudine, perché staccarsi da qualcosa che è considerata la norma, sfoggiando quindi una libertà intellettuale non indifferente, non è facile come dirlo. 

La Diet Culture riguarda tuttə, di qualsiasi età, genere, classe sociale e colore della pelle, ma una particolare attenzione è rivolta al femminile, il bersaglio primario dell’ansia di dimagrire e restare in forma. 

Intanto è importante specificare un dettaglio non così scontato: sebbene l’avvento dei social abbia sfoderato un ampio uso dell’hashtag #BodyPositive, né questo movimento né la Diet Culture sono fenomeni così tanto recenti.

Partiamo con ordine: quando è iniziata l’ansia dell’essere magrə?


Per gran parte della storia le donne sono state dei meri oggetti sessuali per gli uomini, motivo per il quale dovevano sempre esibire una bellezza riconosciuta dal periodo storico che stavano vivendo. Se in epoche passate la grassezza era considerata un pregio perché era la conseguenza di una vita agiata dal punto di vista alimentare e abbastanza sicura sul lavoro da poter permettere momenti di ozio, verso la fine dell’Ottocento la prospettiva è cambiata. Un punto di svolta può essere considerato il 1869, quando un articolo del “San Francisco Daily Evening Bulletin”, intitolato “Cura per l’obesità”, spiegava ai lettori come un composto di ammonio potesse ridurre il grasso di chi ne aveva in eccesso.
Nel 1887 ecco la prima pubblicità rivolta alle donne, sulla rivista “Life”, che diceva :”Alle Donne! Siete corpulente? Corpus Lean è un riduttore di grasso sicuro, permanente e salutare, da quattro a sei chili al mese”. Da quel momento la via degli annunci di prodotti miracolosi elimina adipe, soprattutto rivolti alle donne, non si è arrestata. Addirittura, per placare l’orda di dicerie che di medico non avevano nulla, l’American Medical Association pubblicò nel 1912 un primo elenco di metodi elimina grasso pericolosi.
Spesso si associa la nascita del culto della magrezza con l’avvento di Coco Chanel e delle modelle dei ruggenti Anni Venti, ma no, è avvenuto nel momento in cui dei furbi e arrivisti pubblicitari hanno iniziato a percepire un crescente odio per la grassezza nella società occidentale.

Ma perché si odiava il grasso?

Vignetta britannica di inizio ‘900


La risposta sta nei cambiamenti sociali che hanno caratterizzato il mondo europeo e americano dopo l’industrializzazione. I corpi grassi appartenevano a3 capitalist3 in grado di poter sfruttare lavoratori e a coloro che vivevano di rendita per gli sforzi altrui. Il problema si estendeva però anche al patetismo delle persone ricche che non sapevano godere con dignità dei propri privilegi senza esagerare, eccesso che si riversava sui loro corpi sformati e meritevoli di derisione. Non è poi così strano, se ci pensiamo: ancora adesso la grassezza è spesso associata a una mancanza di autocontrollo. 

Le donne furono vittime particolari dell’avvento del culto della magrezza. Da loro ci aspettava infatti che, a differenza degli uomini che potevano cedere agli impulsi più grezzi, mantenessero una compostezza rigorosa e raffinata e che non cadessero negli eccessi che il consumismo proponeva. Nonostante fino alla metà dell’Ottocento fosse considerato normale e per niente preoccupante che le donne ingrassassero con la vecchiaia, dalla fine del XIX secolo si riversò sul genere femminile la fobia incontrollabile di mettere peso e le donne grasse erano ridicolizzate da strisce umoristiche sui giornali, accusate di essere poco femminili e incolpate se tradite dai mariti. Addirittura, quando le donne iniziarono a chiedere pari diritti elettorali, le campagne anti suffragette le dipingevano proprio così: grasse. Una donna grassa non era desiderabile e permettere in massa alle donne di votare le avrebbe rese, secondo una logica infallibile, tutte grasse. 

La versione colonialista

Caricatura di Baartman disegnata da William Heath, 1810

Complice il colonialismo e l’affermazione di superiorità della “razza” bianca su tutte le altre, il grasso venne anche usato come indicatore sociale per ribadire la gerarchia etnica e razziale. Secondo Henry Richard Pratt, per decenni sovrintendente della Carlisle Indian Industrial School, una versione statunitense delle note Residential Schools canadesi, per “elevare” la condizione de3 Nativ3 fosse necessario intervenire con la dieta e lo sport: nel caso dei maschi, per irrobustirli, nel caso delle ragazze, per mantenerle magre e leggiadre.
Nel contesto del colonialismo olandese e inglese in Sudafrica vi è invece il noto caso di Saartjie Baartman, appartenente all’etnia Khoi, chiamata in Europa “ottentotta” con accezione dispregiativa. Questo gruppo etnico è stato a lungo considerato “l’anello mancante” dell’evoluzione umana. Saartjie Baartman, già a otto anni, lavorava come cameriera presso una famiglia boera, che le diede il nome olandese con cui è rimasta nella storia per la sua triste vicenda. Seguendo il consiglio di amici e conoscenti, infatti, la famiglia boera la vendette a un impresario londinese che la fece sfilare in vari freak show fino a quando morì, ancora molto giovane. La sua eccezionalità riguardava la grassezza dei glutei e del seno, considerati “primitivi” e “selvaggi”.

Curvy o non curvy?

Ora, carə lettorə, immaginiamo cosa potreste pensare: che si trattava di anni fa, addirittura uno o due secoli fa e che adesso sappiamo che ci sono tantissime patologie correlate all’obesità e che, comunque, ci sono stati gli anni Cinquanta in cui andavano di moda le ragazze curvy, termine poi tornato in auge negli ultimi decenni grazie ad Ashley Graham o Kim Kardashian.

Ecco, parliamo allora del termine curvy e degli anni delle Pin-Up.
Marilyn Monroe, Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Brigitte Bardot e chi più ne ha più metta sono tutte icone meravigliose, seducenti, affascinanti e sì, hanno tutte il seno. Ma non sono grasse. Cioè è proprio inammissibile considerarle grasse ed è assurdo addirittura doverlo ribadire o dover far credere che non seguissero diete o che i loro corpi fossero modelli irraggiungibili per tutte. Certo, non esisteva Photoshop, ma esistevano i corsetti per stringere la vita, così come esistevano le diete, tipo quella con tendenze crudiste seguita da Marilyn che per colazione beveva uova crude nel latte e per pranzo e cena prediligeva carote non cotte in alcun modo. E si allenava tutti i giorni perché aveva paura di ingrassare. Anche negli anni Cinquanta la grassofobia esisteva e si era già interiorizzata nella psiche occidentale: era talmente forte che si credeva che un fisico come quello di Marilyn fosse “rotondo” e che le proporzioni in cm 90 per il seno, 60 per la vita e ancora 90 per i fianchi fossero indice di benessere, anche un po’ tondo.

Marylin Monroe su Pageant Magazine, Settembre 1952

Il termine “curvy” per come lo intendiamo noi oggi è invece imbarazzante perché raccoglie il ventaglio della popolazione femminile che va dall’avere un seno prosperoso (e magari la pancia piatta) all’essere in evidente e abbondante sovrappeso. La prima categoria è tollerata in quanto portatrice di una rotondità “sana”, ma nel momento in cui viene esposta l’adipe della pancia no, rifiuto assoluto e discriminazione. 

Due acronimi importanti: NAAFA e HAES

Tutto questo perché siamo così vittime della diet culture da pensare che la norma sia la magrezza senza alcuna eccezione e abbiamo dovuto inventare e abusare di un aggettivo inglese per evitare di pronunciare la parola che temiamo troppo: grassə (quando è il caso di dirlo, non certo a Kim Kardashian).
Il primo evento pubblico per la Fat Acceptance fu organizzato nel 1967, a New York, da Steve Post, speaker radiofonico e poco dopo nacque la NAAFA (National Association to Advance Fat Acceptance). All’inizio non ebbe un grande successo perché mancava la partecipazione attiva femminile, così ci pensarono Judy Freespirit e Aldebaran, due femministe che fondarono il The Fat Underground con l’intenzione di disturbare i convegni sulle diete e altri luoghi di oppressione. 

Quello che vorremmo sottolineare è che, oltre ai canoni estetici eurocentrici e abilisti, la diet culture promuove un ideale di magrezza che non danneggia “solo” l’autostima delle persone grasse ma, soprattutto, il loro accesso a diversi settori della quotidianità, come i trasporti, il lavoro e anche la salute.
Ci sembra normalissimo che un medico si rivolga a una persona grassa consigliandole di dimagrire prima ancora di aver sentito la causa che l’ha portata nello studio, ma ci sembra strano che accada il contrario, ovvero che un paziente magro riceva il consiglio di mettere su qualche chilo prima ancora di aver esposto il proprio problema.
Si parla di salute, di mangiare bene (se siete donne leggete “mangiare poco” ) e fare regolare attività fisica, spacciando tutto per interesse al benessere, ma non c’è la stessa attenzione per il sonno e lo stress, nonostante siano due comprovati fattori di rischio per molte malattie, anche fatali.
La HAES (Health at Every Size) è un approccio alla salute pubblica nato proprio negli anni Sessanta per incentivare l’interesse medico verso il contesto e la somma di tanti fattori che contribuiscono alla salute della persona, non solo al peso.
Nonostante la concezione della bellezza, soprattutto femminile, sia sempre in cambiamento, la pancia piatta rimane un canone fisso senza il quale è quasi un paradosso considerarsi “bellə”. La cultura tossica della diet culture e del conseguente culto dell’insicurezza prendono diverse pieghe e sfumature, non sempre riconoscibili, proprio perché ormai interiorizzate, insegnate e trasmesse da secoli. Un esempio su tutti? Quante volte vi è capitato di sentirvi dire “Se vuoi, puoi! Niente scuse!” parlando di dieta ed esercizio fisico e vi siete sentitə in colpa perché non vi stavate allenando quanto vi era richiesto? (e richiesto da chi, poi?)

Le tipologie di fisico sono davvero così inclusive come pensiamo? 

Da qualche tempo, soprattutto sui social, va di moda la “tipologia del fisico”. Significa che ogni corpo femminile e abile può rientrare in categorie imposte dalle proporzioni armoniche del fisico. Di solito si tratta di: 

  • Fisico a clessidra = più o meno l’ideale del nostre decennio, punto vita molto marcato, spalle e fianchi della stessa dimensione
  • Fisico a pera = busto in proporzione più lungo rispetto alla parte inferiore del corpo e tendenza ad accumulare grasso su fianchi e glutei 
  • Fisico a fragola/triangolo inverso/mela= tendenza ad accumulare grasso sulla parte superiore del corpo che è più corta in proporzione alle gambe 
  • Fisico a mela/ovale= tendenza ad accumulare grasso sull’addome, punto vita non segnato 
  • Fisico a banana/rettangolo= tendenza a non accumulare grasso su un punto specifico, assenza punto vita marcato, nel complesso piuttosto magro

A questi si aggiunge la ricerca del baricentro: può essere alto, quando le gambe sono più lunghe del busto, basso, quando è il contrario o centrato, quando non vi è una sostanziale differenza.
Ora, a parte il fatto che questa suddivisione si riscontra solo quando si considera il fisico femminile, l’intento potrebbe anche sembrare carino: valorizziamoci in base alle nostre caratteristiche. Anche escludendo i contesti manipolatori in cui si pubblicizzano prodotti dimagranti o esercizi che eliminano il grasso in determinati punti o promettono di cambiare la struttura di un fisico così da assecondare la tipologia più in voga in quel momento, la morale ha un che di distruttivo in ogni caso: non vestirti come ti piace, ma come “ti sta bene” dove “stare bene” ha un valore del tutto estetico. Non indossare un maglione che magari è appartenuto a un tuo parente e ti fa stare bene a livello emotivo per i ricordi che riaffiorano, ma indossa qualcosa che “ti sta bene” perché ti snellisce, crea l’illusione ottica che tu non abbia l’adipe sull’addome, convince chi ti guarda che tu abbia un punto vita come una clessidra, ti fa apparire più consona ai canoni e quindi, di conseguenza, vedrai che ti sentirai più sicura.
Ma è davvero quello che vogliamo? Certo, l’armonia è un fattore estetico importante, in qualsiasi cultura, ma anche quando non è l’armonia che scegliamo noi ma una che ci viene imposta, come se ci dovesse piacere per forza? 

La rappresentazione nella cultura di massa

La televisione:

È facile poi cadere nel loop della discriminazione quando si cresce in una società che si sente in diritto di spettacolarizzare e commentare qualsiasi cosa. Se prima c’erano i ritornelli come “Mangia di meno e corri di più!” accompagnato dal coerentissimo ed evergreen “Le ossa diamole ai cani”, oggi i social forniscono un’opportunità d’oro a chiunque voglia dire la sua impunemente, come purtroppo dimostrano, ad esempio, i continui commenti di cui è vittima l’imprenditrice/youtuber italiana Miss Creamy Creamy.

D’altra parte, il commento compulsivo, accompagnato a volte anche da foto scattate di nascosto a sconosciuti solo per deriderli su internet, fa parte di tutto quel processo di spettacolarizzazione del grasso che va avanti da tempo.

Uno dei mezzi che sicuramente ha contribuito enormemente alla discriminazione è la televisione.

Per anni siamo stati bombardati da reality show a tinte motivazionali ma che, in fondo, sembrano creati apposta per creare una barriera tra “noi” e “loro”, in cui lo spettatore magro può tranquillamente guardare il programma, commentarlo e sentirsi tranquillo, al sicuro e sollevato.

Uno degli ultimi show che ha fatto chiacchierare nel Regno Unito è stato Don’t diet, lose weight. I concorrenti non vengono ufficialmente messi a dieta, ma sottoposti ad uno “stile di vita più sano” per migliorare il loro rapporto con il cibo.

Attraverso un tripudio di effetti speciali, i partecipanti possono vedere il loro alter ego magro, usandolo come spunto motivazionale.

All’inizio dell’episodio i concorrenti vengono mostrati letteralmente in lacrime mentre ammettono che questa è la loro unica opportunità per non essere tristi tutta la vita. Quindi eccoci qui, ancora, magri = felici.

Il metodo proposto dagli esperti non viene chiamato dieta, ma alla fine della fiera è solo un saccente tentativo di nascondersi dietro a un dito. Ogni volta che i partecipanti aprono il frigo o si avvicinano ad uno snack, una sirena suona e le immagini di loro stessi in versione magra appaiono in tutta la casa. In più, gli esperti intervengono nel bel mezzo dei pasti suggerendo come e quanto mangiare dei prodotti che le persone nella casa stanno consumando. E ricordatevi, questa non è una dieta.

Non c’è niente di male nel voler perdere peso, davvero. Non c’è niente di male nel voler mangiare più frutta e verdura. Tuttavia, è bene chiamare le cose col proprio nome. Sia nella realtà, sia nella finzione.

Nei film e nelle serie tv, abbiamo passivamente assorbito per anni una mentalità fatta di personaggi sovrappeso che sono sempre la spalla comica o l’amicə sfigatə che fa risaltare i protagonisti dal fisico conforme.

Di male in peggio: il Fat Suit

Courtney Cox in Fat Suit per interpretare una giovane Monica Geller in Friends

Per non parlare poi del massiccio uso del Fat Suit, ossia il “costume da persona grassa”. Alcuni casi famosi possono essere quello di Monica in Friends o quello di Schmidt in New Girl. I Fat Suit vengono, nella maggior parte dei casi, usati nei flashback e spesso queste scene sono state scritte per farci ridere (pensate alla scena in cui Monica balla con un donut in mano, come se una persona plus-size mangiasse ogni secondo della giornata).

Tutti sappiamo che sotto a quel costume c’è una persona magra. Trattando le persone di una taglia non conforme alle regole sociali come se fossero parte di un freak show, la cultura di massa non ha fatto altro che ridicolizzare tutta una categoria di persone che sicuramente non hanno riso vedendo quelle scene. Quelle scene in cui l’essere grasso è rappresentato da un ridicolo costume di carnevale. Quelle scene in cui il fatto di avere dei chili in più vuol dire non amare sé stessi ed avere un’esistenza insoddisfacente che porterà il personaggio a una maturazione personale e un lavoro su sé stesso fino a raggiungere la magrezza e quindi, di conseguenza, una vita migliore.

E ora una domanda a cui ancora è difficile dare una risposta: perché usare un Fat Suit in questo modo non è considerato alla stregua dell’uso della black face?

Entertainment Weekly definisce l’uso del Fat Suit un modo pigro per accaparrarsi delle risate, ma non sempre è così marginale, e non è sempre e solo frutto di serie di “altri tempi”.

Nel 2018 Netflix presenta Insatiable, una dark comedy che racconta la storia di una teenager grassa che, a causa della mandibola rotta, perde moltissimo peso in poco tempo. Questo fa sì che da reietta e depressa, la protagonista non solo diventi popolare a scuola e tra i ragazzi, ma addirittura una reginetta di bellezza. Tutto gira intorno alla fantasia di vendetta che la protagonista Patty (ovviamente chiamata così per creare l’assonanza con Fatty) prova nei confronti dei suoi vecchi compagni di scuola e chiunque l’abbia trattata male per colpa del suo peso.

Il messaggio che passa però è la disparità tra quanto miserabile la vita di Patty fosse prima (il tutto ovviamente completato da Debby Ryan in Fat Suit) e quanto invece il successo cada dal cielo nel momento in cui si diventa magri.

Lo show ha provato a difendersi dicendo che l’intento è proprio quello di affrontare gli stereotipi attraverso la comedy e di trasmettere un messaggio motivazionale.

Ma cosa ci sarebbe di motivazionale in un dimagrimento prodigio a causa di una mandibola rotta? Proprio nulla.

In centinaia di migliaia hanno firmato una petizione per chiedere a Netflix di cancellare la serie e, dopo un’ancora più assurda seconda stagione, Insatiable non è più stato rinnovato.

La musica: Cass Elliot e Karen Carpenter

Ma il mondo della televisione non è stato l’unico dove il Body Shaming si è insinuato. Anche la musica ha dato il suo contributo alla lodevole causa. Eccone qualche esempio:

Nel 1992, Entertainment Weekly (sì, lo stesso che anni dopo è rinsavito e si è reso conto di quanto il Fat Suit sia becero) ha pubblicato un articolo dedicato a Cass Elliot, una delle due voci femminili dei Mamas and Papas, chiamato “A myth larger than life”. Parlando della talentuosa cantante (questo lo dico io perché non sembrava una priorità di EW al momento), l’autrice dell’articolo Joanna Powell definisce Mama Cass “A human balloon”. E, come se il gioco di parole nel titolo non bastasse, il suo peso è addirittura menzionato nella prima riga dell’articolo. Ci si ricorda delle sue doti vocali solamente nel sesto paragrafo.

Cass Elliot, 1967

Mama Cass, ha vissuto in un’epoca in cui bisognava essere perfette per stare su un palco, e, nonostante una figura non canonica, era piena di carisma e tutti la amavano. Poco importava che ci fosse un’altra ragazza bionda e magra nel gruppo, Cass Elliot è stata una pioniera e senza di lei probabilmente non ci sarebbe un’altra incredibile cantante come Adele.

Il mondo la amava e, tuttavia, questo sicuramente non l’ha difesa dalla Diet Culture. Tra diete drastiche dove praticamente beveva solo acqua per giorni e ospitate in tv dove i presentatori si prendevano gioco del suo peso, Cass Elliot muore nel 1974 a soli trentadue anni a causa di un attacco di cuore. Nonostante la tragica scomparsa, i giornali raccontarono immediatamente un’altra versione della storia: Cass era morta soffocata mentre mangiava un panino al prosciutto. Il pubblico ci credette, come se, d’altra parte, ce lo si dovesse aspettare.

Karen Carpenter

Alla stessa età, la stessa sorte toccò anche a Karen Carpenter, cantante del gruppo The Carpenters. Dopo aver passato l’adolescenza in sovrappeso la sua perdita di peso miracolosa suscitò moltissima ammirazione tra amici e famiglia. Ma attenzione, questa di certo non è una storia di successo.

Carpenter, a differenza di Cass Elliot, soffriva di anoressia nervosa, una malattia di cui ancora si sapeva pochissimo. Quindi amici e famiglia, rifiutando di metterle a disposizione supporto terapeutico, credevano che la soluzione fosse semplice: dirle di mangiare.

E anche in questo caso i giornali non si sono di certo risparmiati. Una recensione di una sua performance riportava le parole “è terribilmente magra, quasi uno spettro, e dovrebbe vestirsi in maniera più dignitosa”.

Questo vuol dire che Fat Shaming e Thin Shaming sono la stessa cosa?

Allora, partiamo dal presupposto che il body shaming di qualsiasi tipo sia sbagliato. I nostri corpi non sono uno spettacolo per nessuno e non dovrebbero essere giudicati.

Tuttavia, come abbiamo già detto, il mondo è fatto per i magri. Ricevere un commento come “Perché non mangi un po’ di più?” o “Mi sembri anoressicə” sono attacchi orribili, non c’è dubbio, ma sono attacchi personali, non sistemici.

Il Fat Shaming, tra l’altro è solo una piccolissima parte di questo sistema sbagliato. Un attacco sistemico è quando una persona sovrappeso non viene creduta se vittima di stupro (anzi, dovrebbe quasi essere onorata di essere stata, per una volta, l’oggetto del desiderio di qualcuno!) o quando si corre il rischio di non essere assunti perché non di “bella presenza”.

O ancora, quando si è costretti a comprare due posti in areo perché il sedile è chiaramente fatto per un altro tipo di corpo. Le persone magre non devono chiedersi se la loro taglia sarà disponibile nei maggiori negozi di abbigliamento, ci avete mai pensato?

 Il fatto che forse queste esperienze non vi tocchino non vuol dire che non esistano.

Ma come è possibile essere dei buonə alleatə?

Semplice: riconoscendo il proprio privilegio e cercando di comprenderlo meglio. Solo attraverso la decostruzione del thin privilege sarà possibile evidenziare tutto ciò che non funziona. Sapere di far parte di una categoria per cui il mondo è stato costruito non ci deve far sentire in colpa. Non sono in molti a poter materialmente creare servizi e infrastrutture. Tuttavia, è nostra responsabilità cambiare la nostra mentalità affinché chi vende prodotti o gestisce determinati servizi sappia che noi siamo stanchə di vivere in un mondo tagliato a metà.  

Non basatevi, tuttavia, solo sulla vostra esperienza.  Ascoltate chi conosce questo problema a fondo. Ecco alcune persone interessanti: Benedetta Lozito, Belle di Faccia, Stephanie Yeboah, Kellie Brown, Grace Victory e Michelle Elman.

Vi consigliamo, tra l’altro, la community I Weigh, creata dall’attrice Jameela Jamil.

La community, tra l’altro collegata all’omonimo podcast condotto da Jamil, si occupa di inclusività radicale, trattando diversi temi, tra cui spicca il rapporto tra salute mentale e comportamento alimentare. È stato attraverso le diverse campagne promosse da I Weigh che Instagram ha introdotto una nuova policy per quanto riguarda la pubblicizzazione dei prodotti dimagranti.

Il body shaming può fare male, malissimo, in un senso e nell’altro, ma l’importante è essere in grado di riconoscere tutte le barriere che la nostra società cerca subdolamente di imporci e abbatterle. Nessuno dovrebbe essere imbarazzato dal proprio corpo. Piuttosto, chi dovrebbe vergognarsi è chi perpetua la Diet Culture.

Fonti:

Sofie Hagen (@SofieHagen)

Cass Elliot’s Daughter Talks About the Star’s Pain and Bravery

Cass Elliot, Pop Singer, Dies; Star of the Mamas and Papas (Published 1974)

Mama Cass: A Myth, Larger Than Life

Cass Elliot, Carnie Wilson and Fat-Shaming in Rock and Pop (Make Me Over, Episode 6) — You Must Remember This

It wasn’t a ham sandwich that killed Mama Cass

‘Fat Monica’ is the ghost that continues to haunt ‘Friends’ 25 years later

25 Years Later, Friends’ Fat Monica Still Hurts My Feelings

Stars defend ‘Insatiable’ as the Netflix show is accused of fat-shaming

The Problem With the Fat Suit In Netflix’s Insatiable

Karen Carpenter: How Did She Die?

Inside Karen Carpenter’s Struggle With Anorexia Nervosa: ‘She Was Afraid of Food’

Stop Bringing Up ‘Skinny Shaming’ Whenever Anti-Fat Bias Is Being Discussed

Jameela Jamil On Fat Shaming, Activism and Tommy Hilfiger – elle.com

I Weigh Community

Bibliografia:

Amy Erdman Farrell, Fat shame. Lo stigma del corpo grasso, Tlon, 2020.

Chiara Meloni, Mara Mibelli, Belle di faccia, Mondadori, 2021.


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...