Food Justice: mangiare bene è un diritto

di Martina Da Ros

Lo sapevate che il 18 giugno è sia la giornata della gastronomia sostenibile sia la giornata mondiale del sushi?
Sono due elementi abbastanza difficili da abbinare.
Per cercare di affrontare una polemica alla volta, ci concentreremo sulla prima.


La giornata della gastronomia sostenibile è stata istituita il 21 dicembre 2016 dall’Assemblea delle Nazioni Unite per stimolare il consumo di frutta e verdura e ridurre il consumo energetico. Lo slogan era “pensa globalmente, agisci localmente”. E fin qui, tuttə d’accordo. Ma quando non è possibile?
Il cibo è vita, lo sappiamo.
Ciò che però non è così ovvio è che non è collegato alla vita di tuttə. O meglio, tuttə abbiamo bisogno di mangiare per vivere, ma non tuttə disponiamo degli stessi accessi all’alimentazione.
Non vogliamo descrivervi situazioni da white saviorism nei continenti cosiddetti sottosviluppati, ma parlare invece della Food Justice, la giustizia del cibo, ossia di un ramo dell’ecologia collegato al razzismo ambientale.
Negli anni Settanta nel Novecento negli Stati Uniti i movimenti ambientalisti presero posizione contro scelte governative che impedivano lo sviluppo delle minoranze. Detto in parole semplici, i quartieri più poveri erano deputati ad accogliere industrie e fabbriche più inquinanti. Prendiamo come esempio il quartiere di Harlem, New York: ə bambinə erano obbligatə a giocare di fronte al North River Sewage Treatment Plant, un impianto di depurazione dell’acqua che rilasciava sostanze nocive, aggravando le condizioni di asma e malattie cardiache già presenti nella popolazione della zona in una percentuale così ingente da essere tra le più alte della nazione.

L’attivista Peggy Shepard, una delle prime persone a parlare di razzismo e giustizia ambientale, spiega come e perché sia nato il movimento


Tutto ciò per dire che il movimento della Food Justice, costituitasi come movimento nel 1996 negli Stati Uniti, nasceva prendendo già in considerazione gli svantaggi etnici, sociali e ambientali delle minoranze. La constatazione che il razzismo ambientale provocava anche insicurezza alimentare, ossia l’incapacità di una fetta della popolazione ad accedere a cibo salutare, è un fatto innegabile e fondamentale. Le persone che la vivono rientrano quasi sempre nelle minoranze etniche, siano esse afrodiscedenti, latine o native americane. In quest’ultimo caso possiamo notare con chiarezza quanto la colonizzazione abbia inciso nel delineare il profilo economico sociale del presente: ə nativə americanə, come è noto, vivono nelle cosiddette riserve, dei moderni ghetti spesso sprovvisti di risorse alimentari. Nel caso della Navajo Nation, territorio che si trova a cavallo di Utah, New Mexico e Arizona, ə nativə si trovano a fronteggiare l’enorme problema della mancanza di acqua in un territorio desertico. Se manca l’acqua, oltre a non poter bere e alla difficoltà di riuscire a lavarsi, come si può pensare di coltivare?

La Food Justice indaga infatti le radici storiche della precarietà alimentare attuale, arrivando al 1830 con la Indian Removal Act, l’atto con cui ə nativə sono stati allontanatə dalle loro terre e privatə di risorse essenziali come i bufali, la cui caccia senza scrupoli da parte deə colonizzatorə ha portato alla massiva riduzione dei capi, essenziali per ə nativiə sia come fonte di cibo sia come materiale di vestiario o costruzione ed elemento spirituale. əə afrodiscendentə prima e i latinəs poi sono stati privati di risorse alimentari in modi diversi ma non meno gravi: se ə schiavə liberatə vivevano lo stesso in piena discriminazione e non potevano accedere a terreni virtuosi, i latinəs vivono in condizioni di precarietà alimentare a causa del reddito economico medio molto basso.
Non solo negli Stati Uniti, ma anche in molti paesi del mondo il capitalismo e la supremazia occidentale hanno inciso sullo sviluppo delle popolazioni indigene.
Vandana Shiva, fisica, ecofemminista e attivista dei diritti umani, parla del caso dell’India nel suo Il bene comune della Terra, riportando le cifre di contadinə indianə che si sono suicidatə a seguito dell’imposizione capitalistica e industriale che ha caratterizzato il periodo postcolonialista nel suo paese. Secondo il National Crime Bureau indiano, sedicimila contadinə si sarebbero suicidatə solo nel 2004. Già dal 1997 si parlava di parlava del dramma delle multinazionali delle agroindustrie, destinate a distruggere le piccole economie nel subcontinente indiano. Talvolta le imprese globalizzate sono riuscite a imporre vincoli assurdi, come il divieto aə contadinə di piantare semi fertili; non è infatti più possibile per molte colture approfittare dei semi della piante già cresciute, è necessario comprarne per ogni stagione di semina.

Ce ne rendiamo conto, detto così suona tutto molto astratto e confuso. Sforziamoci quindi un attimo e immaginiamo la nostra consueta spesa al supermercato, di qualsiasi tipo. Se siete onnivorə e non avete intolleranze alimentari, avete un privilegio; per quanto le vostre risorse economiche possano essere limitate, avete accesso a qualsiasi cibo. Avrete però notato che se preferite uova allevate all’aperto e magari biologiche, per una salvaguardia vostra e dell’animale che le ha prodotte, dovrete pagare il doppio rispetto a quelle che non riportano alcuna dicitura sulla confezione e infatti, se andate a leggere il codice sulle singole uova, noterete che provengono da galline allevate in gabbia. Si tratta quindi di volatili imprigionati nelle batterie per produrre una quantità di alimenti il più numerosa possibile, senza tenere conto delle esigenze naturali dell’animale. Questo discorso può anche non interessarvi, ma se invece siete costretti da un’allergia o intolleranza a evitare le uova o il latte, vi accorgerete che le bevande vegetali sostitutive, anche quelle appartenenti alle marche meno conosciute, costano parecchio di più rispetto al latte vaccino, intero o scremato che sia. Noterete anche che se vi trovate in un discount avete una scelta di surrogati molto limitata, mentre se siete in un supermercato, meglio se di una catena e in una grande città, avrete molte più alternative. Discorso simile vale per la celiachia o l’intolleranza al glutine, con la differenza che la prima, quando diagnosticata, prevede un aiuto economico dallo stato, mentre la seconda, che sì ha avuto un aspetto modaiolo negli anni passati ma è correlata a diverse patologie autoimmuni, non lo è.
Se poi scegliete di essere veganə, la situazione si complica ancora di più, tanto che il veganesimo, in Italia, è spesso associata alle classi privilegiate proprio per i suoi costi. Si potrebbe riflettere che è assurdo che in un paese avvantaggiato dal punto di vista climatico come l’Italia, in cui le stagioni ci permettono una varietà di frutta e verdura costante e formata dal punto di vista alimentare con la dieta mediterranea, riconosciuta dall’Unesco come patrimonio dell’Umanità, l’accesso a frutta e verdura sia così limitato. La frutta e verdura biologiche costano di più rispetto a quelle “tradizionali” e, di nuovo, non sono reperibili ovunque. Nel momento storico in cui stiamo vivendo la carne ha raggiunto il suo prezzo più basso: è più conveniente sfamarsi come famiglia in un fast food che con una cena a base di verdure e legumi. Il capitalismo ha cambiato le nostre abitudini alimentari, provocando uno squilibrio tra classi anche per come mangiamo.
Non è un caso che l’Istituto superiore di sanità del nostro paese indichi che il diabete è più presente nelle fasce della popolazione più svantaggiate per economia e istruzione.
Secondo l’OMS, circa 346 milioni di persone soffrono di diabete e più dell’80% delle morti per questa patologia avvengono in paesi a medio o basso reddito.
Tra crisi climatica e epidemie su scala mondiale, molte persone si sono trovate senza lavoro e solo in Italia la povertà riguarda 5,6 milioni di persone, è necessario che l’alimentazione sana e rispettosa dell’ambiente e degli individui diventi reperibile per tuttə, non solo per una nicchia avvantaggiata che può permettersi di scegliere cosa mangiare. Non è possibile che perfino avere un’intolleranza o credere in qualcosa diventino diritti per pochə.

Fonti:
Shiva V., Il bene comune della terra, 2005
Safran Foer J, Possiamo salvare il mondo prima di cena, 2019


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