Perché dobbiamo parlare (male) della pesca

di Martina Da Ros

Ma fra tutti i problemi che ci sono al mondo, abbiamo bisogno anche di una giornata contro la pesca non regolamentata?

Se vi siete postə questa domanda è probabile che o non vi interessi l’ambiente marino e ci sta, mica tuttə devono provare simpatia per i pesci, oppure che siate ignoranti. Non fraintendeteci, non è un insulto: non è una colpa non conoscere un argomento, soprattutto se si tratta di un tema divisivo che ci pone davanti a scelte difficili e consapevolezze esasperanti per la loro tristezza. Non dimentichiamoci poi che quando si parla di “mare” ci viene difficile visualizzare un ecosistema che non abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Per intenderci, se state leggendo questo articolo è molto probabile che non viviate in Amazzonia, ma non sarà per voi impensabile ricrearne nella mente una sua rappresentazione e pensare a quanto possa esserne devastante la deforestazione, anche se poi, dal vivo, avrebbe comunque un imprevedibile effetto ancor più terrificante. Ma come si fa immaginare un fondale marino? Richiede un’informazione più dettagliata e una conoscenza che ci è più difficile avere. Parlare quindi dei problemi di un ambiente che non conosciamo ma ci riguarda così da vicino richiede davvero un certo sforzo.
La pesca non regolamentata è un problema di questo tipo?
Ebbene . Ma purtroppo non solo la pesca non regolamentata, bensì quasi tutta l’attività della pesca che non è più sostenibile.

Vogliamo dirlo subito: lo scopo di questo articolo non è incitare qualcunə a una dieta vegetariana. L’obiettivo è portare a galla (interessante gioco di parole in questo contesto) le conseguenze, ecologiche e umanitarie, che derivano dall’attività della pesca. Il femminismo riguarda anche questo: la lotta al capitalismo distruttivo che ha un impatto devastante sull’ambiente ed esaspera la già esistente differenza tra ricchezze nei mondi, privando alcune popolazioni di risorse primarie e condannandole a un’esistenza precaria in una sorta di postcolonialismo.

Come dicevamo prima, siamo tuttə più informatə, o almeno prendiamo in considerazione l’idea di esserlo, sulle condizioni degli animali negli allevamenti. Sappiamo dei polli nelle batterie e da qualche anno esistono brand che propongono carne allevata senza l’uso di antibiotici, millantano spazi della grandezza apposita per la salvaguardia mentale degli animali e moltə di noi si inteneriscono quando, come nel caso della Pasqua, ci ricordiamo della mattanza di animali teneri come gli agnelli.
I pesci non suscitano tutte queste emozioni. Di fatto, i pesci sono meno espressivi degli animali a cui siamo abituatə e hanno un grande difetto: non possono urlare, tantomeno piangere. Un animale che non manifesta in modo per noi esplicito la sua sofferenza e non può per natura gridare il suo dolore incute meno rispetto degli animali che invece lo possono fare.
Abbiamo in generale più ammirazione e affetto per i delfini, tanto che ricerchiamo nelle tollette di tonno il bollino “dolphin safe”, che sembrerebbe garantirci la salvaguardia dei simpatici cetacei dalle reti usate per la pesca industriale.

Qualche mese fa la piattaforma Netflix ha rilasciato il documentario Seaspiracy, il quale ha suscitato da un lato grande ammirazione e dall’altro una certa perplessità. Sono reperibili online articoli di giornalistə più o meno famosə e con diverse preparazioni che non condividono il concetto del documentario. Seaspiracy dice in modo chiaro che la pesca sostenibile non esiste, ma moltə dicono che invece sì, non solo esiste, ma addirittura fa bene al mare.

I mari nel mondo non sono più né limpidi né puliti, ma gli oceani sono troppo grandi e noi non possiamo vederli. Da qualche anno siamo consapevolə delle dimensioni sempre più preoccupanti della grande isola di plastica nel Pacifico, stiamo riducendo il consumo di plastica monouso ma il 45% dei rifiuti di plastica negli oceani non sono di cannucce, come ci hanno indotto a pensare, ma da residui dei pescherecci.

In effetti, cosa sappiamo delle reti che vengono lanciate in mare per catturare i pesci? Occorre precisare che una sola flotta utilizza circa 1200 reti in mare aperto, ciascuna delle quali lunga circa 50 km e che un solo peschereccio può quindi catturare 50 tonnellate di pesce in pochi minuti. La pesca industriale si avvale dei DCP, ovvero i dispositivi disseminatori di pesce, che servono per rintracciare e segnalare, con segnale GPS, i banchi di pesci.
Anche supponendo che tra le 50 tonnellate citate prima non ci siano davvero delfini, oltre ai tonni, esempio che prendiamo in questo caso, vengono uccisi: mante, diavoli di mare, razze maculate, squali dal muso lungo, squali ramati, squali delle Galapagos, squali grigi, squali notturni, squali toro, pescecani, pesci martello, spinaroli, spinaroli cubani, squali volpe occhione e moltissimi altri, così tanti che tutto l’elenco occupa l’intera pagina 58 del libro Se niente importa, del saggista statunitense Jonathan Safran Foer.
Attenzione: l’incipit del periodo che avete appena letto non è affatto casuale: in Seaspiracy viene intervistato il referente della MSC, l’agenzia che rilascia il bollino “dolphin safe”, che dichiara l’incapacità di controllare ogni singolo peschereccio e che vengono effettuate indagini a campione, senza regolarità. I delfini suscitano simpatia e ammirazione nei confronti di tante persone, tra cui Ali Tabrizi, regista di Seaspiracy, che ha iniziato a indagare la pesca proprio a causa della sua passione per l’adorabile cetaceo. Si è recato a Taji, in Giappone, dove è frequente la mattanza dei delfini. Si cercano di catturare gli esemplari più giovani per i mercati dei delfinari e vengono uccisi gli altri, circa una decina per ogni delfino catturato. Ma perché? Che senso assurdo ha ucciderli? La risposta è l’emblema del capitalismo: i delfini mangiano i pesci che potrebbero essere pescati (e venduti) daə umanə.

Se invece mangiamo dei gamberetti, dovremmo sapere che per servire un chilo di questi crostacei sono stati uccisi circa 24 kg di altri animali acquatici. I gamberi, altri crostacei dall’impatto ecologico spaventoso, sono responsabili della deforestazione delle mangrovie. A essere onesti non è che sia colpa dei gamberi, ma degli allevamenti intensivi. Disboscando le mangrovie per far posto ai bacini chiusi che contengono i crostacei, si sono creati problemi di salinità dell’acqua, dal momento che questi alberi svolgono il ruolo fondamentale di barriera per le coste e riducono il livello della salinità, attività importantissima per le coltivazioni delle comunità che vi vivono vicino. In soli dieci anni, tra il 1980 e il 1990, è scomparso il 35% delle mangrovie del pianeta, mentre l’Ecuador ne ha perso il 70%.  Il ciclo di allevamento dei gamberetti dura sette anni: dopo non vi resta più nulla. Già nel 1999 Greenpeace aveva inviato una lettera al presidente dell’Ecuador, chiedendogli di impedire la costruzione di nuovi allevamenti di gamberi per preservare sia le mangrovie sia le popolazioni locali, appellandosi anche agli studi condotti nel 1991 da Odum e Arming sull’emergia, ossia la quantità totale di energia necessaria affinché un ecosistema generi una risorsa. Tra le popolazioni più esposte alle conseguenze della deforestazione a causa delle mangrovie in Colombia, Ecuador e Perù, rientrano le concheras, ovvero le raccoglitrici di molluschi stanziati tra le radici delle mangrovie che sono poi rivenduti nei mercati locali. Queste donne si sono scoperte attiviste per la salvaguardia della biodiversità locale e combattono contro il razzismo ambientale presente nella loro vita.
Non si creda che la pesca di gamberi selvatici sia migliore: il metodo usato è la rete a strascico e gli effetti, potete immaginarlo, sono devastanti per la flora e la fauna marine.
Per quanto riguarda alcuni allevamenti di gamberi e gamberetti, soprattutto in Asia, vi è anche lo sfruttamento del lavoro. In Thailandia per esempio ələ impiegatə del settore ittico sono soprattutto immigratə dagli stati vicini, lavorano anche dodici ore al giorno e spesso hanno un’età compresa tra i 15 e i 17 anni. Durante le riprese di Seaspiracy sono statə intervistatə ex lavoratorə sui pescherecci thailandesi: le loro condizioni rientravano appieno nel concetto di schiavitù. Qualcunə è anche statə lanciatə in mare perché non lavorava abbastanza. Una volta tornatə a terra, la scomparsa di alcunə marinaiə è stata imputata alla sbadataggine, con la motivazione “cadutə perché disattentə”. D’altronde, anche ammettendo che la polizia si interessi ad andare contro ai profitti economici e rifiuti la corruzione, come si controllano le circostanze di una morte in mare aperto se nemmeno si vede il cadavere?

Anche per altri pesci la situazione è drammatica. Pensiamo ai salmoni, che nell’immaginario comune risalgono i fiumi in fuga dagli orsi. Forse siamo convinti di mangiare salmone nato in libertà e cresciuto selvaggio, invece no, spesso è allevato. Le condizioni degli allevamenti di salmone o tonno, altra prelibatezza il cui consumo è aumentato con l’avvento del sushi e della moda All You Can Eat, è paragonabile a quella degli animali terrestri nelle medesime condizioni: spazio sovraffollato, dieta ingrassante e uso di antibiotici. Talvolta i pesci fuggono e sono nocivi per la fauna circostante, altre, essendo obbligati a nuotare in tondo, sviluppano con più facilità malattie da parassiti perché non vi è il ricambio d’acqua che sarebbe naturale in mare aperto.
Ah, per allevare un chilo di tonni, ne servono almeno quindici di acciughe o sardine. Quest’ultimo è un tipo di pesce che, tra l’altro, è in pericolo in uno dei suoi territori autoctoni, il Mar Mediterraneo. Il Mare Nostrum ospita oggi più di 1000 specie non native, a causa dell’apertura del Canale di Suez e delle migrazioni della fauna marina in seguito al riscaldamento del mare. Nel mare Adriatico si è stabilita un’alga, la Mnemiopsis leidyi, che si prevede causerà notevoli problemi alle sardine.

Per concludere con le notizie gioiose, se siete statə attentə abbiamo citato il postcolonialismo all’inizio dell’articolo. Nel caso dell’Africa Occidentale infatti l’Unione Europea ha finanziato diversi progetti di pesca, ma a livello industriale. I pescatori locali che si avvalgono di reti ben più piccole e si spostano per mezzo di canoa, si sono trovati senza pesce da mangiare o da vendere. Il concetto è che i paesi con più mezzi e soldi privano delle risorse ittiche i paesi più “poveri” secondo il concetto economico occidentale.

Ora, pensate che tutto ciò inerente all’attività della pesca scritto sopra è legale. Come è legale la mattanza annuale delle balene nelle Isole Faroe perché, nonostante la caccia a questi cetacei sia proibita dal 1986, alcuni paesi riescono ad aggirare il divieto. Secondo alcunə, sarebbe anche sostenibile: le balene uccise non sono in via d’estinzione e l’atto in sé è considerato una tradizione, un valore culturale. Seaspiracy non risparmia allo spettatore le scene della strage e consigliamo aə spettatorə più sensibili di crederci sulla parola, ma per ə più gagliardə ecco qui.

La pesca non regolamentata è ancora più distruttiva per l’ambiente ed è molto probabile che includa un giro di sfruttamento umano ancora più ampio rispetto a quanto già si sa accadere in luoghi lontani. Il 15% dei pesci presenti sul mercato globale è stato pescato senza alcuna regolamentazione. La Commissione Europea, nel 2016, stimava che in Europa l’importazione di pesce illegale ammontasse a 1,1 miliardi di euro, mentre nel mondo il giro d’affari saliva a 10 miliardi.

La Fao e la Commissione Generale sulla Pesca per il Mediterraneo hanno avanzato la proposta di una giornata volta a informare sulle dannosissime conseguenze umane e ambientali provocate dalla pesca non regolamentata.

Ma se già nel 1992 una legge canadese vietava la pesca al merluzzo del Nord nel territorio di Terranova perché il volume dei banchi era sceso all’1% del livello precedente e ancora oggi, nel 2021, non vi sono esemplari sufficienti perché sia possibile una pesca su larga scala in quel territorio, come è possibile che si parli delle conseguenze solo della pesca non regolamentata? Se per “pesca sostenibile” si intende una situazione utopica in cui il volume di pesce prelevato dal mare dovrebbe essere pari al volume ricostituito mediante la riproduzione e ciò non avviene per nessuna specie al momento, perché non stiamo affrontando il dramma degli oceani che si stanno spopolando e dei fondali che non saranno più in grado di catturare la CO2 permettendoci di respirare?

Ah già è vero, l’abbiamo detto prima. Il pesce non può urlare. E i nostri privilegi, economici e alimentari, non si toccano.

Fonti:
Martínez Alier J., Ecologia dei poveri, Milano, Jaca Book, 2009
Safran Foer J., Se niente importa, Parma, Guanda Editore, 2010
AA.VV., Il grande libro dell’ecologia, Milano, Gribaudo, 2019

Ferdman Roberto A., Don’t eat that shrimp
Saini V., La moda fighetta del sushi sta distruggendo gli oceani
Iazzetti M., C’è una storia dietro il salmone che stai mangiando. Ed è giusto che tu la conosca bene.
Carnazzi S., Gamberi e gamberetti, il cocktail è di disastri ambientali e schiavitù


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