2×08 Tra Padova e l’Islanda: “Isola” di S. Jacobsen

Si fanno tanti discorsi, su cosa sia casa. Uno stato d’animo, le persone che si incontrano, roba del genere. Per me erano solenni stronzate. Roba da cosmopoliti con lo zaino in spalla, che parlano con la bocca piena di terra, piena di carne. Che vanno in giro a masticare il mondo. 

Casa è un toponimo, pensavo. Un nome geografico.

Salutiamo gli studenti del workshop di Letteratura contemporanea e spettacolo tenuto dalla prof Beatrice Seligardi dell’Università di Parma che ci ha invitate a una loro lezione.

Siri Ranva Hjem Jacobsen è autrice del libro di oggi. Nata nel 1980, è cresciuta in Danimarca, ma la sua famiglia è originaria delle Faroe, proprio come la protagonista del suo romanzo d’esordio, Isola, pubblicato in Italia dalla casa editrice Iperborea.

In questo romanzo una ragazza compie un viaggio alle isole Faroe, il luogo da cui vengono i suoi nonni materni. L’isola di Suduroy in particolare diventa la sua personale Itaca, la casa lontana nel tempo e nello spazio a cui vuole fare ritorno, in un viaggio che la porta alla scoperta del folklore delle isole e della storia della sua famiglia. Ai capitoli dedicati al viaggio, che potremmo definire un pellegrinaggio, si alternano flashback che ci immergono nella storia delle Faroe e nella storia di questa famiglia: conosciamo lo zio Ragnar, che aveva letto Marx e amava i gabbiani, che per lui erano i “proletari del mare”, la zia Ingrùn nata nel 1918 mettendo fine col suo primo vagito alla prima Guerra Mondiale, e la nonna Marita, di fatto co-protagonista del racconto, che lascia le Faroe con un segreto, e insegue la modernità in Danimarca.

Perché la gente migra? Perché decide di restare, o tornare? La narratrice non trova una risposta precisa a queste domande, ma scopre che il viaggio è stato sufficiente a placare le sue inquietudini.

Curiosità sulla casa editrice italiana: Iperborea è stata fondata nel 1987 a Milano da Emilia Lodigiani, con l’intento di portare in Italia la letteratura del Nord Europa e dei Paesi Scandinàvi in particolare. Probabilmente la conoscete anche come “la casa editrice che fa i libri alti e stretti”, o come dice Irene “che fa i libri rettangolari, più rettangolari degli altri”. Il nome viene dal greco: i greci infatti parlavano di una terra chiamata Iperborea appunto, che significa “Oltre Borea, sopra Borea” il vento del Nord, situata quindi all’estremo Nord del mondo, e che secondo alcuni storici farebbe proprio riferimento alla Scandinavia. Si diceva infatti che gli Iperborei fossero favoriti dal dio Apollo e che sulla loro terra splendesse sempre il sole: secondo alcuni questa credenza farebbe riferimento alle notizie che arrivavano dal Nord Europa relative al fenomeno del sole di mezzanotte.

Iperborea ha pubblicato pochi mesi fa un nuovo romanzo di Siri Jacobsen, Lettere tra i due mari, un romanzo epistolare in cui due sorelle, Atlantica e Mediterranea, sognano di riunirsi dopo essere state divise dalla comparsa delle terre emerse. Ma il ricongiungimento delle due sorelle sarebbe una catastrofe per gli esseri umani…

Prendete le forbici dalla punta arrotondata

di Federica caslott

Stregata sono io, sono io

Lo stregone mi ha imprigionata, mi ha imprigionata

Stregata fin dentro la mia anima, la mia anima

Nel mio cuore c’è un fuoco che brucia, un fuoco che brucia

Stregata sono io, sono io

Lo stregone mi ha imprigionata, mi ha imprigionata

Stregata fino alle radici del cuore, le radici del cuore

I miei occhi fissano lì dove lo stregone stava

Eivør è diventata famosa in tutto il mondo per la sua voce stupenda e quasi ultraterrena e ha contribuito con la sua arte a far conoscere la lingua faroese e a preservare le antiche tradizioni musicali, registrando e studiando fin dai 16 anni i canti popolari che ormai solo i più anziano conoscevano. Le sue canzoni parlano di magia, di esseri che vivono nascosti e del richiamo che la Natura esercita su chi la sa ascoltare.

Per la protagonista di Isola la riscoperta del folklore della sua gente è parte integrante del suo viaggio. 

Nelle leggende faroesi si dice che i troll, creature dall’aspetto grottesco, che vivono di notte perché se colpiti dalla luce del sole si trasformano in pietra, scambiassero i bambini nelle culle, o addirittura rapissero le donne incinte, allo scopo di rapire i neonati e sostituirli con un loro cucciolo. L’unico modo per proteggere i bambini? Mettere una forbice sotto il loro cuscino. Proprio come le fate della mitologia britannica, i troll provano repulsione per il ferro, e non potranno avvicinarsi alla culla. Ma i troll non sono gli unici a provocare guai.

Essi fanno parte dell’huldefolk, il popolo nascosto, composto da elfi e altre creature maligne o dispettose. Si dice che odino la tecnologia e l’elettricità e, se alcuni sostengono che abbiano lasciato le isole con l’arrivo della corrente elettrica negli anni Cinquanta, sono ancora in molti a sostenere che, se non trovi il tuo smartphone o il tuo caricabatterie, è sicuramente perché qualche membro dell’huldefolk l’ha trovato e ha deciso di nascondertelo.

Forse nessuno crede davvero a queste creature, però ci credono abbastanza da lasciare intatti quegli elementi del paesaggio, siano un masso, un albero o qualsiasi altra cosa, che si ritengono abitati dal popolo nascosto. In tutti i paesi scandinavi periodicamente si diffonde la notizia di un’autostrada deviata o lavori interrotti perché si rischiava di disturbare qualche sasso magico. Perché non succede, ma se succede…

A questo popolo appartengono anche le huldra, dall’aspetto di bellissime ragazze che però hanno una particolarissima coda da mucca, che nascondono, perché sono vanitose.

Il libro però nomina anche un’altra figura leggendaria, molto popolare nei Paesi scandinavi: quella del Re Cane.

Tra le mie attendibilissime fonti, cioè Wikipedia, ho trovato tre versioni. La prima è quella che mi piace meno perché il cagnolino muore, e sono molto triste. Nel Chronicon Lethrense  si dice che alla morte del re di Danimarca il re di Svezia inviò un cagnolino, disse ai danesi di incoronarlo loro re, e disse anche che, chiunque fosse andato a dargli la notizia della morte del cagnolino sarebbe stato condannato a morte. I danesi accettano.

Quindi il cagnolino diventa re dei danesi, e sono tutti contenti, finché il cagnolino non vede dei cagnoloni che giocano, dice “Che bello voglio giocare anche io” e i cagnoloni se lo magnano. Siccome nessuno vuole andare dal re di Svezia a dirgli che il cagnolino è morto, costringono un pastore ad andare, che si chiama Snow, parente di Giovanni Neve, e questo allora va dal re e comincia a fargli degli indovinelli in modo che sia il re stesso a indovinare che il cagnolino è morto. Tutti contenti, il signor Neve diventa il loro nuovo re, ma si rivela un incapace quindi poi fanno fuori anche lui.

Il Re Cane compare anche nelle Gesta danorum, in cui si dice che gli svedesi, per umiliare i norvegesi che avevano sconfitto in guerra, imposero come governatore un cane, cui vennero dati un sacco di sottoposti, consiglieri, servitù, e si fecero delle leggi che stabilivano che chi avesse mancato di rispetto al cane sarebbe stato punito duramente.

Infine in due saghe di cui non riesco a pronunciare il nome, Hversu Noregr byggðist e Hákonar saga góða, si dice che quando il re Eysteinn conquistò Trondheim, vi mise suo figlio Onund al potere. Peccato che gli abitanti di Trondheim decisero di uccidere Onund. Allora il re propose loro di scegliere se avere come re il suo schiavo o il suo cane, che si chiamava Sterco. E gli abitanti di Trondheim scelgono il cane, perché credono che morirà prima. Quindi per tre anni ebbero un Re Cane che aveva un collare d’oro e firmava i decreti reali con l’impronta della zampina. 

FONTI:

The Adventure Seekers, OF TROLLS, GIANTS AND ELVES – TALES OF THE FAROE ISLANDS

Visitfaroeislands.com, Myths and legends

Wikipedia, Dog King


Dove vai in vacanza?

di Camilla Magnani

I posti lontani, remoti hanno sempre avuto una particolare fascinazione su di me. Mi ritrovo spesso, che voi ci crediate o no, a pensare “Chissà cosa sta succedendo adesso in mezzo all’Oceano Pacifico o in una casa isolata di un villaggio di pescatori della Groenlandia.”

Proprio mentre io sto parlando, qualcuno là fuori sta accendendo un fuoco, leggendo un libro, scrivendo una lettera nei posti più sperduti della terra.

E forse perché io sono una che ha sempre preferito il mare alla montagna, i miei luoghi ideali sono sempre quelli più freddi, dove è la natura a riscaldarti e ad abbracciarti, una natura selvaggia e aspra che a volte per essere spiegata e riconosciuta viene raccontata attraverso misteriose leggende.

Ed è proprio per questo che Isola mi è entrato nel cuore. Sono i piccoli posti, con le loro grandi storie a volte a rendere questo mondo speciale.

Così oggi vi voglio raccontare di altri luoghi sperduti e remoti e delle loro storie.

Se stiamo bene a vedere, in effetti, le isole Faer Oer non sono nemmeno lontanamente remote rispetto ad altri posti sulla Terra. E sono piccole, ma non così piccole.

Si tratta infatti di un arcipelago di diciotto piccole isole vulcaniche, alcune delle quali sono collegate da strade che partono da un’isola e vanno a finire sull’altra.

Dal 1948 hanno raggiunto l’indipendenza dal Regno di Danimarca, ma si appoggiano ancora al governo danese per la difesa e la politica estera.

Fun fact, tra l’altro. Le isole Faroe si appoggiano alla Danimarca, nonostante territorialmente si trovino più vicino al Regno Unito o all’Islanda.

Ed è sia con il Regno Unito, sia con Irlanda e Islanda che le Faroe stanno costantemente combattendo per il possesso dell’isolotto di Rockall, letteralmente uno scoglio in mezzo al mare dove non vive nessuno e che apparentemente è stato più volte l’ostacolo contro cui varie navi sono andate a sbattere. Probabilmente la battaglia per il possesso dell’area ha ragioni geopolitiche, ma anche di controllo delle risorse del sottosuolo limitrofo. In qualsiasi caso, salutiamo come sempre gli ascoltatori, probabilmente molluschi e gabbiani, dell’isolotto di Rockall, ora sotto controllo britannico, ma domani chissà.

Comunque, come promesso, ora ci spostiamo dalle isole Faroe e andiamo a scoprire altre sperdute, remote e inaccessibili meraviglie.

Ma se vi dicessi che nell’Oceano Indiano, che bagna luoghi come Maldive, Seychelles, Indonesia, il Madagascar e moltissimi altri luoghi tropicali, c’è un’isola abitata dai Pinguini?

Gli scienziati che vivono nelle isole Kerguelen si trovano a duemila miglia da qualsiasi altra forma di civilizzazione, e non sono assolutamente sorpresa dal nome con cui è stata ribattezzata l’isola maggiore e l’unica abitata, ossia, Isola della Desolazione. L’ottimismo prima di tutto.

Gli unici abitanti dell’isola, come dicevamo, sono scienziati e sono praticamente tutti francesi in quanto quest’area fa parte delle terre francesi meridionali e antartiche. Sull’isola vivono anche gatti selvatici e una particolare evoluzione di farfalle che per sopravvivere ai forti venti gelidi hanno smesso di sviluppare le ali.

Quasi tutta l’isola è ricoperta da ghiacciai, il che la rende molto difficile da raggiungere. Infatti, proprio volete visitarla dovrete intercettare gli unici quattro viaggi in nave disponibili ogni anno e sborsare ben 15 mila euro. Ne vale la pena? Io penso proprio di no.

“Ho passato un anno a pianificare il mio viaggio, e ci ho messo un mese ad arrivarci via mare. Appena sono arrivato, sono stato accusato di spionaggio dall’unico poliziotto esistente sull’isola, e sono stato quindi deportato appena sei ore dopo”

Queste sono le parole di Ben Fogle, presentatore televisivo britannico, quando ricorda il viaggio indimenticabile nel prossimo luogo di cui vi parlerò: le isole Pitcairn.

Si tratta di quattro isolotti nell’oceano Pacifico, ora abitati da cinquanta persone, tutte in qualche modo discendenti degli ammutinati del Bounty.

Per chi non conoscesse l’episodio a cui mi riferisco, l’ammutinamento del Bounty è probabilmente il più grande episodio di ribellione nella storia della marina britannica. Alla fine del 700, la nave mercantile Bounty salpò, destinazione: Tahiti.

Una volta arrivati, l’equipaggio strinse legami molto molto stretti con la popolazione polinesiana, specie con le donne polinesiane, molto meno puritane di quelle britanniche in quanto a costumi sessuali.

Durante il viaggio di ritorno, una parte dell’equipaggio che evidentemente sarebbe rimasta a Tahiti più che volentieri, si ribellò al comandante lasciandolo su una barchetta in mezzo al mare con alcuni fedeli.

Il Bounty decise quindi di tornare indietro e stabilire una colonia di britannici e tahitiani, e dopo varie peripezie, questa colonia sorse proprio nelle appena scoperte Isole Pitcairn.

Si tratta di un arcipelago di quattro isole dove solo quella più grande, Pitcairn, è abitata da una cinquantina di discendenti degli ammutinati e dei tahitiani che hanno deciso di trasferirsi lì insieme ai britannici alla fine del 700.

L’isola in sé e per sé era stata scoperta solo un centinaio prima di quell’insediamento, durante una spedizione di Pedro Fernandez de Quiros per scoprire El Dorado, anche se si stima che migliaia di anni fa le Pitcairn fossero abitate da polinesiani che poi si sarebbero trasferiti probabilmente a Tahiti, distante circa duemila km, o in generale su terre più grandi e meno remote.

Ma come ci si arriva? E quanto è remota? Beh, se andate su www.visitpitcarin.pn vedrete che le isole stanno cercando in ogni modo di sviluppare del turismo, nonostante siano un bel po’ difficili da raggiungere.

Il sito ci dice che data la posizione remota delle isole, anche il viaggio va considerato un’esperienza unica. Per prima cosa bisogna arrivare a Tahiti, nella Polinesia Francese. Da lì prenderete un volo, che parte ogni martedì, per l’isola di Mangareva. Da lì ci sarà da prendere un ferry per il villaggio di Rikitea, da dove parte il Silver Supporter, una nave cargo che può ospitare ben dodici passeggeri in sei cabine per le ultime trentadue ore di viaggio prima di arrivare a Pitcairn.

Io sinceramente ci andrei.

Storia simile ma meno complicata è quella di Tristan Da Cunha, la terra emersa più lontana da qualsiasi altra terra emersa. Si trova infatti nell’Oceano Atlantico, nei territori di Sant’Elena, quindi ancora una volta appartenenti all’Impero Britannico ed è più o meno equidistante dal Sud Africa e il Sud America. Anche questa volta parliamo di un arcipelago, composto da sei isole, una delle quali è così remota da chiamarsi l’Isola Inaccessibile, e la più grande che dà il nome a tutto l’Arcipelago.

È un’isola vulcanica dove si possono trovare esemplari rarissimi come la foca elefante. Gli esseri umani invece, circa 270 vivono tutti nella capitale, Edinburgh of The Seven Seas, chiamata così in occasione di quella volta in cui il duca di Edimburgo, figlio della Regina Vittoria, visitò l’isola. E pure il da poco defunto principe Filippo vide la gloriosa Edimburgo dei Sette mari.

Persino il fratello dello scrittore Lewis Carrol visse qui, lavorando come parroco per la comunità dell’isola.

Praticamente tutti i civili sono discendenti di europei, africani e americani che hanno bazzicato quelle acque per un motivo o per l’altro tra il 600 e oggi. Infatti due degli otto cognomi presenti sull’isola, Lavarello e Repetto, appartengono a due naufraghi di Camogli che sono arrivati sull’isola più di centocinquanta anni fa.

Altre cose curiose riguardo a questo magico posto: il denaro venne introdotto dai britannici solo durante la seconda guerra mondiale, anche se ancora oggi il baratto va per la maggiore; non esiste la proprietà privata, tutti i ricavi dei lavori sono ugualmente distribuiti. Infatti la maggior parte della gente ha un appezzamento in una piantagione di patate, l’unico luogo che si può raggiungere sull’isola oltre al villaggio principale. L’unica strada che c’è, infatti, è quella che va da Edinburgo dei sette mari alla piantagione di patate. Però c’è da dire che c’è una particolare fantasia nei tristaniani nella scelta dei nomi dei luoghi, associati ad eventi fondamentali o che semplicemente sono fortemente esplicativi della location. Quindi troviamo vie o luoghi che si chiamano “Crinale dove la capra è caduta giù” o “Quel posto in basso dove il ministro ha lasciato le sue cose” o ancora “Collina di Frank” “Giardino di Joey” “Gola di Molly”.

Nel 1961, a causa dell’eruzione del vulcano, i tristaniani sono stati evacuati e portati momentaneamente nel Regno Unito. Ora voi immaginatevi questi che usano ancora il baratto, che arrivano un posto tipo Manchester. Cioè io penso che sia un’esperienza paragonabile a, se oggi mi rapissero gli alieni e mi portassero sulla Luna.

Purtroppo non fatevi sogni strani, trasferirvici è impossibile. Non vengono accettate persone non originarie dell’isola e l’acquisto dei terreni è vietato. Per poter visitare bisogna scrivere una email ad  admin@tristandc.com, inviare i propri dati e i motivi della visita in modo da poter ricevere l’approvazione dalla polizia.

Potete trovare un peschereccio o una nave cargo che porta lì, partendo da Città del Capo, in cinque dieci giorni. Quando arriverete al largo, qualcuno manderà una barca a prendervi.

Ciò che io ho amato di più però di questa folle ricerca, è stata leggere il sito ufficiale di Tristan. Oltre agli annunci funerari, ci sono pure gli annunci di quando sarà il compleanno dei vari abitanti con foto delle feste di compleanno, ma anche articoli pieni di pathos come “Evento tragica: un albatross adulto è stato ucciso da un topo”.

Comunque, voi ora mi direte. Vabbè, ma sono tutte isole, è logico che siano remote. Eppure esistono posti sulla Terra che sono remoti pure nei modernissimi Stati Uniti d’America. Supai, sorge nelle zone più impervie del Gran Canyon, in Arizona ed è l’unico posto in America dove la posta viene ancora consegnata a dorso di mulo.

Vive qui, dal 1300, la tribù degli Havasupai, composta oggi da 208 persone; A Supai non esistono auto e la strada più vicina è a tredici chilometri, quindi è raggiungibile solo a piedi, a dorso di animale o in elicottero. Se riuscite ad arrivarci però, potrete godervi le meravigliose cascate verde-azzurro tipiche del luogo e bagnare i piedi nel fiume Colorado.

Come bonus, per terminare in bellezza, vi segnalo ora alcuni dei luoghi più isolati della nostra bella penisola. Purtroppo molti di questi posti sono ora abbandonati, ma rimangono sicuramente delle interessanti testimonianze di vita pre modernità.

Palcoda, Friuli Venezia Giulia, abbandonata nel 1923 per la sua inaccessibilità, è stata una delle basi dei partigiani durante la seconda guerra mondiale. Ora tutti gli edifici sono quasi interamente coperti dalla vegetazione.

Roghudi, invece, in provincia di Reggio Calabria, è ancora abitato e conta meno di mille abitanti. Il comune è in realtà diviso in due, con la parte di Roghudi vecchio, abbandonata a causa delle continue alluvioni, che si trova a più di 40km di distanza dalla nuova Roghudi.

Vi segnalo poi un paesino bellissimo arroccato su una roccia in Abruzzo e attorniato da un lago. Si chiama Pietraferrazzana e conta 130 abitanti che, fanno anche parte della lista stilata da Amazon.it dei clienti più difficili da raggiungere.

E mentre penso ad Amazon che si lamenta di dover raggiungere Pietraferrazzana, mi immagino gli abitanti dell’isola di Tristan da Cunha che dai loro appezzamenti di patate urlano “Amazon, ma vaff….”

FONTI:

The Telegraph, 14 of the world’s most fascinating remote places

Pirati in viaggio, I 10 luoghi più remoti del mondo dove arrivarci è già un’impresa

Atlas Obscura, Kerguelen Islands

Britannica, Pitcairn Island

Visit Pitcairn, Go there

Visit Pitcairn, Silver Supporter

Sito ufficiale di Tristan Da Cunha

Visit Arizona, Sunpai

Viaggiamo.it, I Paesi più isolati d’Italia

La Stampa.it, I 10 borghi più remoti d’Italia che acquistano su Amazon.it


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