Quanto è sessista la legge italiana?

di Margherita Buccilli

Quante volte ci siamo sentit* rispondere che “le vere battaglie del femminismo sono altre, non queste sciocchezze” nel far presente che è la nostra stessa lingua madre ad essere ancora portatrice di convenzioni e di stereotipi frutto del sistema patriarcale?

È sicuramente vero che se ciascun* di noi avesse a disposizione una bacchetta magica con cui risolvere uno dei tanti problemi figli del patriarcato, sicuramente la userebbe per far sparire dalla faccia della terra le violenze, gli abusi, i femminicidi o il salary gap e di sicuro non per normalizzare la declinazione al femminile dei nomi delle professioni.

Purtroppo, però non abbiamo a disposizione bacchette magiche ad aiutarci nell’affermazione della parità di genere: i nostri strumenti sono altri.

Oltre alla lingua, lo strumento più forte di cui siamo in possesso è quello della legge che, introducendo diritti, doveri e le relative sanzioni in caso di mancato rispetto degli stessi, vuole portare ad società più giusta, basata sul rispetto reciproco dei sessi.

Ma se anche la legge, in quanto prodotto di una società viziata dal patriarcato è a sua volta iniqua, cosa accade?

Gli esempi di sessismo nei testi fondamentali del nostro ordinamento (quali la Costituzione e i Codici civile e penale) sono purtroppo ancora presenti e non sempre vengono individuati e riconosciuti tali.

Se la legge volesse davvero essere uno strumento efficace nella spinta al cambiamento, dovrebbe essere messa in discussione e, auspicabilmente, riformata nel suo linguaggio.

Partiamo dal testo fondamentale del nostro ordinamento, la Costituzione della Repubblica Italiana.

L’art. 29 della Costituzione recita che “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.

Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”.

La Costituzione parrebbe riconoscere l’eguaglianza dei coniugi solo a garanzia dell’unità familiare mentre, lo Stato dovrebbe impegnarsi per riconoscere la parità di uomo e donna indipendentemente dal matrimonio e non solo nel limite della garanzia dell’unità familiare.

L’art. 37 poi prevede che “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.

L’articolo, fondamentale nel prevedere la parità salariale di uomini e donne, riconosce come essenziale all’interno della famiglia solo il ruolo della donna, relegandola quindi al ruolo di madre.

È auspicabile riformare il testo della norma modificando il riferimento al ruolo fondamentale all’interno della famiglia, attribuendolo ad entrambi i genitori (senza riferirsi cioè a padre o madre).

Veniamo poi al Codice Penale. Gli articoli che riguardano il reato di omicidio, di omicidio del consenziente e di omicidio preterintenzionale recitano che: “Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno” (art. 575 – omicidio).

“Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con la reclusione da sei a quindici anni”, (art. 579 – omicidio del consenziente).

“Chiunque, con atti diretti a commettere uno dei delitti preveduti dagli articoli 581 e 582, cagiona la morte di un uomo, è punito con la reclusione da dieci a diciotto anni”, (art. 584 – omicidio preterintenzionale).

Non sarebbe più corretto riformulare i testi prevedendo che tali reati di omicidio si consumano col cagionare la morte di una persona?

Infine, per quanto riguarda il Codice Civile, i retaggi maschilisti sono ancora numerosi.

Si veda per esempio l’art. 1176, la diligenza nell’adempimento.

“Nell’adempiere l’obbligazione il debitore deve usare la diligenza del buon padre di famiglia.” Si tratta ovviamente di un retaggio del diritto privato romano al cui interno la figura del pater familias era quella incaricata di gestire gli affari della famiglia e da cui ci si aspettava la diligenza nel condurli. Al giorno d’oggi però, questa dicitura, andrebbe rettificata in quanto anacronistica e inopportuna.

L’art. 143 bis, che disciplina il cognome della moglie e recita che “La moglie aggiunge al proprio cognome quello del marito e lo conserva durante lo stato vedovile, fino a che passi a nuove nozze”, non ha davvero bisogno di commenti.

Per quanto riguarda poi la disciplina del cognome del figlio nato fuori dal matrimonio, l’art. 262 prevede che “Il figlio assume il cognome del genitore che per primo lo ha riconosciuto. Se il riconoscimento è stato effettuato contemporaneamente da entrambi i genitori il figlio assume il cognome del padre. Se la filiazione nei confronti del padre è stata accertata, o riconosciuta successivamente al riconoscimento da parte della madre, il figlio può assumere il cognome del padre aggiungendolo o sostituendolo a quello della madre”.

Fortunatamente, in merito vi è stata una recente decisione della Consulta secondo cui tale articolo sarebbe anticostituzionale e, facendo seguito alla decisione della Corte Costituzionale del 2016 (Corte Cost., Sent. n. 286/2016) che aveva determinato la possibilità per i figli nati nel matrimonio di assumere anche il cognome della madre aggiungendolo a quello del padre, ha introdotto la possibilità di utilizzare il cognome di entrambi i genitori anche per i figli nati al di fuori del matrimonio.

Ma questa non è che una delle recenti evoluzioni del diritto orientate alla creazione di una legge e di una società più giusta ed equa.

Per questo motivo è bene ricordare non solo quali sono i passi da compiere ma anche quelli già compiuti e gli obiettivi raggiunti in questa battaglia. E, fortunatamente i testi fondamentali del nostro ordinamento sono costellati da successi in questo senso.

Volendo partire dal diritto penale, il codice ha subito numerose modifiche nel corso del tempo.

Nel 1968 e nel 1969 con due pronunce distinte la Corte Costituzionale ha abrogato il reato di adulterio previsto dal vecchio art 559 c.p. secondo cui veniva punita con la reclusione la moglie adultera.

Nel 1969 è stato anche abrogato il vecchio reato di concubinato.

Emerge subito la differenza di trattamento tra uomo e donna: la donna adultera veniva punita per il solo fatto di aver commesso l’adulterio, il marito veniva punito solo nel caso in cui egli avesse tenuto la concubina in casa o in un altro luogo noto.

Il vecchio articolo 587 prevedeva il cd. delitto d’onore secondo cui “Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onore suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.”. Questo articolo si inseriva quasi come un’attenuante del delitto di omicidio, prevedendo infatti una pena per coloro che, mossi dall’esigenza di difendere l’onore proprio o della famiglia avesse ucciso la donna che aveva posto in essere tale condotta disonorevole. In pratica per la società era più “normale” uccidere la donna adultera che tollerare l’adulterio stesso. E’ stato abrogato nel 1981 (che, facendo due conti son meno di 40 anni fa, i nostri genitori erano poco più che diciottenni!!).

Il matrimonio riparatore, previsto dal vecchio art. 544 del codice penale che, a tutela dell’illibatezza delle fanciulle (si sa, sesso solo dopo il matrimonio altrimenti mamma mia che disonore) prevedeva una tecnica barbara con cui si legittimava che uno stupratore e/o violento dopo aver abusato di una donna la sposasse per far venir meno l’onta della perdita dell’illibatezza (come se la colpa in tutto questo fosse l’aver perso la verginità e non l’aver causato la violenza). E’ stato abrogato nel 1981, come il delitto d’onore.

L’art. 571 (ius corrigendi), abrogato soltanto nel 1956, ha finalmente rimosso il potere educativo e correttivo del pater familias (che comprendeva anche la costrizione fisica sulla moglie e nei confronti dei figli).

In tempi più recenti, anzi recentissimi (nel luglio del 2019) è stato poi introdotto nel nostro ordinamento il reato di revenge porn che, all’art. 612 ter che recita “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e la multa da euro 5.000 a euro 15.000. (…)”. Si punisce così finalmente chi diffonde, senza il consenso della persona ritratta e con lo scopo di causarle un danno, le immagini intime ricevute in privato.

Anche il diritto civile ha visto numerose evoluzioni e numerosi progressi in chiave femminista. Al di là della recente evoluzione in materia di cognome della madre e delle più famose leggi sul divorzio (del 1970) e sull’aborto (del 1974), rileva in particolar modo che in materia di regime patrimoniale della famiglia vi sia la possibilità per i coniugi di scegliere se, a seguito delle nozze i propri patrimoni saranno ancora distinti o diventeranno un unicum.

Nonostante la strada della parità sia ancora lunga possiamo sicuramente guardare con orgoglio al nostro ordinamento giuridico e al lavoro del nostro legislatore che si è sempre dimostrato, nonostante tutto, rivoluzionario e sensibile alle effettive esigenze di tutela della popolazione, in particolar modo, di quella femminile.


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