Dalla Sardegna alle Hawai’i: le culture della maternità affettiva

di Martina Da Ros

Per la Festa della Mamma, oltre alle consuete frasi ispirazioni dal regno del marketing che ci propongono una sola visione della storia, ovvero quella del legame indissolubile tra madre e figli* (ma per le pubblicità è meglio che sia una figlia femmina, magari anche somigliante che da sempre quell’effetto poetico in più) per farci spendere soldi in regali degni delle nostre procreatrici, talvolta capita che riemergano riflessioni sul ruolo del genitore considerato dalla maggior parte delle culture custode dell’educazione, della serenità affettiva e dispensatore di coccole. Dopo questo preambolo molto lungo in cui però si rispecchia la figura della madre imposta dalla tradizione, ecco che arriva la messa in discussione posta dall’inclusione sociale negli ultimi anni: ma chi è la mamma

L’interlocuzione latina “mater semper certa est, pater numquam” ha risuonato per secoli nei discorsi maliziosi corredati da sorrisetti furbetti volti a spiegare tra le righe che sì, insomma, le donne partoriscono la prole ma si sa, sono anche un po’ birichine, chissà che non mentano sulla paternità delle creature. Questo dettaglio era fondamentale in passato: il maschio, colui che possedeva i beni terreni, doveva pur trasmetterli a qualcuno e uno dei motivi per cui è stato introdotto il cognome in parecchie società era dovuto proprio a questo. Una sorta di “se non posso essere certo che tu sia mio figlio, almeno ti do il mio cognome così c’è una scusa sociale per cui posso lasciarti la mia eredità”. Il concetto di genitore affettivo ed educativo è arrivato in seguito e sono dal Novecento, complici le ricerche scientifiche e le conquiste mediche, ci si interroga su altri fattori, soprattutto materni. Addirittura, la stessa biologia è stata messa in discussione, o meglio, alcune fazioni di pensiero vorrebbero che lo fosse. Se infatti la locuzione latina sopra citata potrebbe essere letta con un’accezione solo scientifica, rivolgendosi quindi al dato di fatto che la donna che genera e partorisce sia la madre biologica della prole, negli ultimi decenni è stata introdotta in alcuni paesi la maternità surrogata. Con questo termine si intende la partecipazione di altre donne alla generazione del* pargol*. Sì, sì, avete letto bene: altre donne, al plurale. Mettiamo infatti il caso della madre A che si rivolge a una madre B che porterà a termine la gravidanza al suo posto. L’ovulo può essere sia della madre A sia di una terza madre C, dipende dalle circostanze mediche o scelte personali.
Il punto è che l’opinione pubblica si è concentrata negli ultimi anni così tanto su questa ipotesi da ignorare una pratica esistente da anni, poco valorizzata e spesso lasciata a se stessa: l’adozione.

Sapete, per esempio, quanto sia difficile adottare un bambino in Italia?

Perché si tratta (ancora) di una procedura complicatissima, logorante, costosa e sfiancante.
Scriviamolo subito perché sia chiaro: in Italia l’adozione non è per tutt*. La procedura non è affatto inclusiva, dato che al momento della presentazione della domanda di adozione la coppia eterosessuale (i single in Italia non possono adottare se non in casi eccezionali) deve essere sposata da almeno tre anni o dimostrare di avere tre anni di convivenza alle spalle. Non possono esistere separazioni di fatto e bisogna essere in perfetta salute.
Nel caso di una coppia omosessuale, la situazione si complica ancora di più: nonostante la legge Cirinnà del 2014 abbia introdotto le unioni civili, non è scontato che una persona omosessuale riesca ad adottare la prole naturale del partner.
Come riportava l’Internazionale in un articolo dell’ormai lontano 2016, in Italia nel 2014 erano ospitati nei centri di accoglienza 19.245 minor*, ma la maggior parte di loro non era stato dichiarato adottabile.
Che siano prassi ragionevoli oppure no, non è nostro compito stabilirlo. Quello su cui vogliamo porre l’accento, in vista della Festa della Mamma, è la prassi burocratica che come al solito rende tutto più macchinoso ed esclude a priori chi non ha gli strumenti di accesso a determinate conoscenze che sono date per scontate, ma non lo sono, come il supporto legale durante la procedura dell’adozione

La vena polemica che caratterizza la prassi di mettere in discussione l’attuale società spinge a fare una domanda: ma chi contesta la legalizzazione dell’aborto o spreca energie affiché la procreazione articiale non sia resa possibile, sa quanto la burocrazia in Italia rende difficile, talvolta impossibile, l’adozione di un minore?
C’è stato un tempo, però, in cui la burocrazia non era ancora entrata nelle viscere della vita quotidiana italiana e in alcune zone della penisola la parola “adozione” non esisteva, ma al suo posto subentrava un concetto molto più esplicito e corale. Stiamo parlando del fillus de anima, che in lingua sarda, termine generale che racchiude più varianti linguistiche, significa “figlio dell’anima” e la spiegazione di Michela Murgia nel suo libro “Accabadora” è esauriente: i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra. Nel suo romanzo che racchiude una narrazione di pratiche culturali sarde, la protagonista Maria viene “adottata” dalla sarta del paese, una zitella avanti con gli anni e senza prole. Ciò che differenzia questa pratica dall’adozione che conosciamo noi oggi è soprattutto la consapevolezza del bambino. L’adottato conosce infatti la sua famiglia biologica, con cui magari ha vissuto qualche anno, ma riconosce come “genitore” sia economico sia affettivo quello che, di fatto, si occupa di lui. Tutto molto più semplice quindi rispetto all’adozione come la intendiamo oggi. Veniva a mancare anche il contesto di perdita culturale; una delle difficoltà delle adozioni, soprattutto internazionali, riguarda la perdita di appartenenza al proprio posto nativo, dettaglio ancora più visibile quando vi è una differenza etnica tra i genitori adottanti e il figlio adottato.
Simile alla pratica sarda è un’abitudine hawai’iana e in generale polinesiana, ma resa nota al pubblico occidentale dal primo arcipelago citato in quanto appartenente agli Stati Uniti. SI chiama hānai e in questo caso il bambino veniva affidato a una famiglia, talvolta di parenti lontani con un qualche legame di sangue, che lo allevava ed educava ma senza escludere il contesto familiare di partenza. Come è avvenuto per la Sardegna anche nelle isole Hawai’i questa abitudine si è persa, complice l’occidentalizzazione degli ultimi decenni e l’imposizione di burocrazie di matrice anglosassone. 

Ciò che secondo noi è importante sottolineare è che, parlando con antichi modi di dire, la frase latina era stata rimpiazzata da un più generico per crescere un bambino è necessario un intero villaggio. Allo sviluppo della prole infatti non partecipava solo il contesto biologico ma anche quello della comunità.
Perché questa abitudine culturale si è sviluppata in luoghi così distanti come la Sardegna e le isole del Pacifico?
Sarebbe fantastico avere una risposta antropologica certa e puntuale, ma la verità è che non l’abbiamo. Quello su cui però vogliamo puntare e che rientra nella parità di diritti di tutti è il fatto che si sceglie di essere madre. Per tantissimo tempo ci è stato imposto che si trattasse di un madre non si nasce, lo si diventa ma secondo noi è e deve essere considerata a tutti gli effetti una scelta, senza se e senza ma, a prescindere che lo si scelga per una via biologica più o meno assistita o che lo si decida per mezzo di documenti o, ancora, che lo si diventi perché si alleva qualcuno, lo si educhi o lo si supporti nelle scelte. Deve essere una consapevolezza, non una caratteristica che si assimila. Troppo spesso la figura della madre viene mitizzata a un genitore capace di tutto, che sviluppa una forza sovrannaturale, che non deve chiedere aiuto perché capace per natura di tutto, ma non è così. Certo ,ci direte, non siamo madre, non possiamo saperlo e via dicendo, ma la narrazione che attribuisce alle madri dei superpoteri, rischia di impedire loro di chiedere aiuto quando ne hanno bisogno, provocando una serie di disagi a loro stesse e alla prole. 

Crescere un bambino parrebbe sì essere un’impresa ardua, difficilissima e piena di ostacoli; sarebbe così brutto se chiedessimo aiuto al villaggio e lo rendessimo un bel posto in cui crescere?

Fonti:
Internazione, Come funziona l’adozione dei minori in Italia

Mediterraneaonline, Is fillus de anima

Maui Magazine, All in the family


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