Solastalgia ed ecoansia: come si vive male quando ci sta a cuore l’ambiente

di Martina Da Ros ed Eleonora Refinetti

Il 22 aprile è la Giornata Mondiale della Terra. In questa data ci si ricorda che la Terra è una sola, non esiste un Pianeta B e che, affinché l’umanità possa continuare a esistere, bisogna preservare la salute del clima e della biodiversità. 
In questa data si parla di piantare alberi, di ridurre le emissioni di CO2, sprecare meno acqua e rimpicciolire la propria impronta ecologica con piccoli gesti quotidiani. Fino a qui, niente di male, se non fosse che capita una volta sola all’anno e che, ormai, i “piccoli sacrifici” come usare lo spazzolino da denti biodegradabile o comprare una piantina di rosmarino invece dei rametti confezionati in plastica sono sì gesti importanti, ma non bastano più. Siamo in una fase così avanzata di crisi climatica che possiamo solo contrastarne gli effetti e non prevenirne lo sviluppo. 
La maggioranza della popolazione non se ne è ancora resa conto, ma esiste uno spicchio di umanità che invece vive nell’ansia e nella preoccupazione per il futuro del Pianeta.

Non si tratta di sensazioni nuove; già nell’ormai lontano 2003 il filosofo australiano Glenn Albrecht aveva coniato il neologismo “solastalgia”, dal latino solacium (conforto) e dal greco algia (dolore). Con questo termine, si intende il sentimento di nostalgia per un luogo che non tornerà più come prima. Spiegò Albrecht:

È un tipo di nostalgia o malinconia che provi quando sei a casa e il tuo ambiente familiare sta cambiando intorno a te in modi che ritieni negativi

Il filosofo Glenn Albrecht spiega la solastalgia e la dicotomia di sentimenti nel rapporto individuo-ambiente

Utilizzò per la prima volta la parola in riferimento alle conseguenze subite dalla popolazione dell’Upper Hunter Valley in Australia, dopo il boom dell’estrazione del carbone. Albrecht afferma inoltre che il rapporto tra l’essere umano e l’ambiente è una delle relazioni più importanti e durature che si instaurano durante la propria esistenza ma, nonostante ciò, il linguaggio ne rende difficili sia il riconoscimento sia lo studio. Il filosofo e altr* studios* sostengono vi sia una dicotomia tra emozioni e sentimenti positivi e negativi che vivono in relazione non solo con l’essere umano ma anche con l’ambiente: qualora sia positivo, si parla di “ecofilia”, ma quando è negativo diventa “ecofobia” o “ecoansia”. In particolare, il termine ecofobia è stato coniato nel 1996 da David Sobel, ideatore della place-based education, per indicare il senso di impotenza di fronte al cambiamento climatico sperimentato da persone con scarsi mezzi per influire significativamente sulla società, bambin* inclus*. A tal proposito, Sobel raccomanda di far in modo che bambine e bambini fin da piccoli trascorrano del tempo a contatto con la natura: l’esposizione ad ambienti naturali, oltre a favorire i processi di apprendimento attraverso l’esplorazione, incrementa il senso di identificazione con la natura che ci circonda, facendoci sentire connessi con essa, e quindi responsabili, mentre spaventare troppo precocemente i più piccoli con le catastrofi del cambiamento climatico potrebbe avere risultati addirittura controproducenti, facendo  loro sperimentare il senso di impotenza che deriva dall’ecoansia.

Come in molte forme di ansia, non esiste un’emozione che, da sola, possa spiegare l’ecoansia o ansia ecologica. Si tratta soprattutto di un mix di sentimenti negativi come rabbia, frustrazione, angoscia, senso di colpa o tristezza. In tutti questi è presente la sensazione di impotenza, dovuta alla mancanza di controllo sulla crisi climatica.
Le generazioni più affette da questo problema sono le più giovani, in particolare i millennials e la generazione Z. Un esempio molto semplice può essere il senso di colpa che proviamo quando non troviamo un’alternativa ecologica a qualcosa di cui abbiamo bisogno. La produzione di spazzatura, soprattutto di plastica, è sempre più sintomo di tristezza e frustrazione: ormai sappiamo quanto la plastica sia dannosa per il mare, eppure è ancora molto difficile limitarne in modo significativo l’accumulo.
In questo peculiare periodo storico, l’ecoansia ha incrementato la sua diffusione per mezzo delle mascherine e dei guanti monouso. Sono indispensabili per prevenire i contagi, ma vengono spesso disperse nell’ambiente e anche quando sono riposte come è indicato nell’indifferenziato, producono parecchi rifiuti, tanto che la ONG francese Opération Mer Propre ha lanciato un allarme avvertendo che il Mar Mediterraneo rischia di avere più mascherine che meduse.
Un altro disagio associato all’ecoansia è dato dalla sensazione di non “fare mai abbastanza” per l’ambiente o di peggiorarne il deterioramento cronico. Avete presente quando vorreste non usare la macchina per essere più green ma, di fatto, non avete alternativa? Il senso di colpa può peggiorare quando ci si trova nella condizione di abitare in un contesto in un cui le soluzioni pragmatiche sono poche e diventa più complicato farsi capire sia da chi la pensa come noi ma vive in una realtà più ricca di alternative, sia da chi abita nelle nostre stesse circostanze ma non è interessat* all’ecologia o all’ambientalismo.


Cosa fare quindi se si soffre di ecoansia?
Il primo passo è rendersi conto che non può essere tutto sulle nostre spalle. Noi possiamo contribuire al cambiamento, ma non possiamo esserlo da sol*, così come, da sol*, non possiamo essere ciò che distrugge il Pianeta. Simile a questa presa di coscienza è l’accettazione che siamo responsabili di ciò che facciamo noi, ma non abbiamo il controllo sulle azioni altrui. Non esiste poi un solo modo di essere attivist* per il Pianeta: per combattere sia l’ansia ecologica sia la mancanza di attenzione della massa, può essere necessario prendere posizione, ma questo non significa che la conseguenza sia univoca. Si può fare molto sia per la Terra sia per la divulgazione in molti modi diversi, è più importante cercare quello che più si addice all’individuo e alla sua personalità che assecondare un metodo che non ci appartiene. Ecco quindi che arriva il secondo passo: parlarne. Sia con persone che soffrono del nostro stesso disagio, sia con una figura professionale se i disturbi connessi all’ecoansia compromettono la vita quotidiana.
Continuare a parlarne è poi fondamentale affinché la consapevolezza non si limiti alle generazioni più giovani, che sembrano più sensibili sul tema, ma anche ai più grandi, senza alcuna scusa: è necessario spingere i governi ad assumersi le proprie responsabilità e riconoscere lo stato di emergenza climatica.
L’ecoansia è una delle sfide psicologiche della contemporaneità: non possiamo farci distruggere da lei nello stesso modo in cui non possiamo permetterci di distruggere il Pianeta.

Oramai sapete che talvolta vi capita qualcosa in spagnolo, quindi, se avete dimestichezza con la lingua, la famosa youtuber colombiana Nancy Loaiza spiega il suo punto di vista sull’ecoansia o ansia ecologica
Ecco qui un’altra fonte che è stata utilizzata per questo articolo. E sì, è ancora in spagnolo. Ci piace tenervi in allenamento.



Altre fonti consultate:
‘Solastalgia’: Arctic inhabitants overwhelmed by new form of climate grief, The Guardian

La Psicologia ambientale e la relazione bambino-ambiente, di A. Venturella

Ecophobia, en.wikipedia.org


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