Donne d’onore, donne del disonore

di Margherita Buccilli

Quello mafioso non è né un mondo di donne né un mondo per donne. É un mondo di uomini, fatto di padrini e picciotti, di boss e sicari.

In questo mondo non pare esserci posto per le donne che infatti vengono svuotate della loro individualità, venendo ridotte alla “moglie”, “madre” o “figlia” del boss. Tuttavia nonostante le apparenze, il ruolo della donna di mafia è tutt’altro che marginale ma, al contrario, riveste fondamentale importanza.

Pur essendo escluse formalmente dall’organizzazione, tanto che le stesse non risultano né come affiliate né partecipano ai riti di iniziazione, le madrine sono state sempre presenti all’interno delle dinamiche di potere delle organizzazioni mafiose e in molti casi si sono sostituite agli uomini incarnando i medesimi disvalori.

Il ruolo che storicamente è sempre stato svolto dalle mafiose è quello culturale. Infatti, sono state le donne che, all’interno della sfera privata familiare sono state incaricate di educare i figli per indottrinarli alla cultura mafiosa. Sono infatti le donne ad essersi rese istruttrici dei (dis)valori che caratterizzano la cultura mafiosa quali l’incitamento all’odio e la fedeltà al clan. Allo stesso modo sono sempre state le madrine coloro che hanno trasmesso ai figli il disprezzo nei confronti delle forze dell’ordine e la cultura dell’omertà. 

É evidente che l’aspetto educativo e culturale di trasmissione del codice mafioso è di fondamentale importanza per la sopravvivenza della famiglia e del clan e che, il ruolo di educatrice, finalizzato tra le altre cose al rafforzamento della struttura del sistema mafioso, riveste fondamentale importanza. La madrina è la custode e la responsabile della trasmissione della “psiche mafiosa”. Sono loro che educano i figli alla vendetta e all’onore, a non lasciare impuniti i torti subiti dalla famiglia e dal clan.

Una madrina che ha cercato di trasmettere ai figli i valori dell’ideologia mafiosa è stata Ninetta Bagarella: moglie di Totò Riina (il capo dei capi) condivide la latitanza con il marito e nel mentre si occupa dell’educazione dei figli.

Le donne di mafia poi rivestono un secondo e diverso ruolo, quello criminale

Inizialmente, le madrine altro non erano che delle mere gregarie e supplenti dei boss ma, nel corso degli anni le stesse sono giunte a rivestire il ruolo di vero e proprio leader. Tra tutte Lucia Carrain, madre del famigerato Felice Maniero, boss della Mala del Brenta, famosa per essere in qualche modo lei dietro il successo del clan del ricco nord est italiano. 

A partire dagli anni 70, quando sono poi emerse delle nuove esigenze legate al traffico di stupefacenti e di riciclaggio di denaro la figura della donna di mafia subisce una svolta. 

Si noti tra l’altro come questi siano gli anni in cui la repressione delle attività mafiose da parte dello stato si è fatta maggiormente incisiva, rendendosi quindi necessario sul fronte mafioso che, nonostante numerosi boss si trovassero in carcere o fossero comunque sottoposti a misure restrittive della libertà personale, i traffici e gli affari venissero comunque proseguiti per non fermare il sistema. Ed ecco che le donne sono state fatte scendere in campo sostituendosi agli stessi boss. Qualcuno ha infatti detto che “Quando la mafia è davvero nei guai chiama a raccolta le sue donne” (sostituto procuratore Antonio Laudati).

É poi cruciale osservare come, l’opinione pubblica e gli addetti ai lavori ovvero poliziotti, magistrati, studiosi si erano assestati sul vecchio stereotipo, proposto dagli stessi mafiosi, della donna silente, defilata, che aveva soltanto un ruolo passivo di madre e moglie e che fosse di fatto all’oscuro degli affari e degli atti criminali perpetrati dagli uomini della famiglia, per anni abbia permesso alla donna di mafia di godere di una sorta di impunità dal momento che il binomio donna-crimine era difficilmente accettato, in quanto violava le aspettative sociali. Le donne hanno così usufruito di una sorta di invisibilità, per operare, semplicemente, approfittando di una società che non voleva ammettere che loro fossero capaci di un comportamento criminale. Significativa è la sentenza del 1983 con la quale il Tribunale di Palermo, pur attestando l’autenticità del legame tra Cosa nostra e le famiglie degli imputati, prosciolse Francesca Citarda, moglie del boss Giovanni Bontate e figlia del boss Matteo Citarda specificando che le donna non poteva essere colpevole perchè, in quanto moglie di un mafioso, non aveva raggiunto un livello di emancipazione sufficiente per essere in grado di commettere il reato cioè non poteva aver rivestito un ruolo attivo negli affari della mafia.

Il contributo delle donne a Cosa Nostra è stato (e può tuttora essere di diverso tipo) anche se risulta essere stato reso maggiormente in tre attività: nel traffico di droga, nel riciclaggio di denaro e nella gestione di potere. 

Nel settore del narcotraffico le donne vengono assoldate ed agiscono, come corrieri e spacciatrici. Trasportare la droga è un mestiere che si adatta particolarmente alle donne sia perché possono nascondere facilmente le confezioni di stupefacenti simulando una gravidanza o utilizzando il reggiseno, sia perché più sicure in quanto insospettabili e meno controllate dalla polizia.

Emblematica è la storia di un gruppo di casalinghe residenti a Torretta (paesino vicino Palermo) che nei primi anni 80 venivano sfruttate dalla mafia per trasportare ingenti quantità di droga da Palermo a New York (con indosso panciere riempite di eroina e ben profumate per non essere individuate dai cani antidroga). 

Ma le donne vengono coinvolte anche nell’ organizzazione di traffici di droga: è il caso di Angela Russodetta “Nonna Eroina”, arrestata nel 1982 per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Non ha avuto solo un semplice ruolo di corriera della droga ma è stata proprio lei a reggere anche le fila dell’ingente narcotraffico fatto dalla sua famiglia: era lei che coordinava l’attività dei figli e delle nuore coinvolti nel traffico di droga, smistava le ordinazioni e a volte trasportava lei stessa la droga.

Nel settore economico-finanziario finalizzato al riciclaggio di denaro si riscontra il maggior coinvolgimento femminile. É un ambito particolarmente adatto al contributo femminile sia perché non richiede l’utilizzo della violenza fisica, maggiormente associata al sesso maschile, sia perché le donne, anche grazie alla loro preparazione e ai loro studi, molto spesso risultano più competenti e affidabili degli uomini. In tale settore le donne vengono utilizzate come la “faccia pulita” dell’organizzazione: infatti sono numerose le donne che favoriscono le attività delittuose dei congiunti, risultando quali prestanome, proprietarie di quote o intestatarie di società usate per il riciclaggio del denaro sporco, al posto dei mafiosi che non possono comparire.

Un esempio di donna particolarmente attiva in tale settore è quello di Nunzia Graviano: detta la “picciridda”, la sorella dei boss (Giuseppe e Filippo Graviano) del mandamento di Brancaccio (condannati per l’omicidio di padre Pino Puglisi e ritenuti responsabili dell’omicidio dei giudici Falcone e Borsellino), caratterizzata da un certo spessore criminale, ha svolto efficacemente il ruolo di supplente durante la carcerazione dei fratelli reggendo le fila dei loro affari. 

Infine, le donne di mafia hanno rivestito dei ruoli chiave nella gestione del potere mafioso soprattutto quando la figura maschile è assente, in carcere, latitante. Nelle vesti di messaggere le donne trasportano, per conto dei membri del clan dei messaggi (ambasciate) dal carcere all’esterno oppure da un luogo di latitanza all’altro: in questo modo, gli uomini possono supervisionare l’esercizio del potere temporaneamente delegato ad altri affiliati o alle donne stesse. 

Giusy Vitale, “boss in gonnella”, è la prima donna condannata per associazione mafiosa nel 1998. È l’unica donna nella storia di Cosa Nostra ad aver preso decisioni normalmente appannaggio degli uomini e dei boss, è l’unica ad aver veramente comandato. Quando i fratelli finiscono in carcere è lei che si ritrova ad essere la loro erede, prendendo il loro posto e diventando capo mandamento di Partinico: fa eseguire sentenze di morte, omicidi, partecipa ai traffici di droga, ricicla il denaro sporco, partecipa ai vertici mafiosi, si procura armi e ha contatti con i più importanti esponenti della cosca, da Bernardo Provenzano, a Matteo Messina Denaro e Giovanni Brusca.

Altro esempio significativo è Maria Filippa Messina: è la prima donna ad essere stata sottoposta al 41 bis, al carcere duro (nel 1996). Era la moglie del boss Nino Cinturino e fu arrestata nel 1995 per aver sostituito completamente il capomafia assente dal 1992. 

Nonostante un apparente coinvolgimento delle donne nella direzione e nel comando mafioso, la mafia è e rimane un sistema fortemente patriarcale e maschilista. Infatti, lo stesso (apparente) coinvolgimento delle donne ai vertici di “Cosa Nostra” non deriva da una “redenzione” o dal riconoscimento della parità dei sessi ad opera dei capi-clan. Infatti, gli uomini di mafia hanno sempre consapevolmente deciso di sfruttare l’invisibilità della figura femminile comunemente attribuitole dalla società.

L’uomo di mafia, il boss, il padrino male accetta, infatti, l’autonomia, l’indipendenza o la forza che la donna di mafia potrebbe voler dimostrare. 

Ed è qui che le donne di mafia da carnefici diventano vittime. Le vittime sono quelle donne che, con coraggio, hanno deciso di ribellarsi al sistema mafioso, che hanno cercato una vita migliore per i propri figli e nipoti, lontano dai disvalori del sistema criminale. Sono quelle donne che sparivano ad opera della “lupara bianca”. Quelle donne sono numerose, e tra le loro storie quella più famosa è sicuramente quella di Lea Garofalo che pagherà con la morte la propria coraggiosa decisione di farsi testimone di giustizia e di testimoniare sulle faide interne, tra la sua famiglia e quella del suo ex compagno Cosco. 

Nonostante le storie di mafia non siano mai a lieto fine, dalle storie di queste donne è comunque possibile comunque trarre un insegnamento positivo. 

Queste donne d’onore e del disonore hanno infatti qualcosa da insegnarci. Sono donne estremamente coraggiose, estremamente determinate e pienamente consapevoli di sé stesse, in un mondo spietato, sbagliato e avverso. Le loro storie ci insegnano però, il coraggio e l’importanza di scegliere per sé.


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