Il ventre di Napoli: conoscerlo era compito (anche) del governo

di Martina Da Ros


Nell’estate del 1884 un’epidemia di colera invase il contesto napoletano, provocando la morte di settemila cittadini nella sola città partenopea e ottomila nella provincia. Il sindaco di Napoli, Nicola Amore, scrisse una lettera al Presidente del Consiglio del Regno d’Italia, Agostino Depretis, per informarlo della situazione.
De Pretis rispose dicendo che era necessario procedere alla risanificazione della città e che, per raggiungere tale obiettivo, sarebbe stato fondamentale sventrare Napoli.

Nel 1885 partì il progetto per la risanificazione di Napoli, che prevedeva la bonifica dei quartieri più degradati, l’ampliamento della città per una migliore distribuzione della popolazione con la creazione di nuovi rioni, la costruzione di un sistema fognario e il proseguimento dell’acquedotto del Serino. Nonostante nel maggio di quell’anno la costruzione del nuovo quartiere Vomero destasse ottimismo, piombò una situazione di stallo dei lavori che durò ben quattro anni. Tra il collasso economico dell’inizio del nuovo secolo, la perdita di finanziamenti sia statali sia privati e le lotte intestine tra giunte comunali, i lavori si protrassero oltre i termini previsti. Infine, l’8 novembre 1900, Giuseppe Saracco, presidente del Consiglio, firmò un decreto di istituzione al fine di indagare la “camorra amministrativa”. L’inchiesta, passata alla storia col nome di “Inchiesta Saredo” per via di Giuseppe Saredo, commissario di Napoli che se ne occupò, mise alla luce i problemi di delinquenza istituzionale che affliggevano la città.
L’Italia era stata unificata da soli trentanove anni e Napoli era già stata commissariata nove volte.  

Ma torniamo indietro, alle prime parole di De Pretis: bisogna sventrare Napoli.
La sua affermazione non fu ben accolta dai napoletani, in particolare da Matilde Serao, che scrisse un intero saggio dalla prosa invettiva rivolta al presidente, dal titolo “Il ventre di Napoli“.
La scrittrice, mossa dalla sua conoscenza profonda della città, rivendicò l’identità napoletana del tutto ignorata da De Pretis e descrisse nel dettaglio le abitudini e la vita delle fasce sociali “dimenticate” dal governo, che sopravvivevano nonostante le avversità, in una rete di sicurezza da loro stessi creata, fatta di altruismo, superstizione, ignoranza e usura all’interno del Ventre di Napoli, ossia il centro nevralgico della vita cittadina che Depretis voleva distruggere.
Serao, nel saggio, si rivolge sempre ai suoi concittadini parlando di “il popolo napoletano” e soffermandosi sulle peculiarità che lo compongono; ha un linguaggio chiaro e dignitoso, che non giudica né esalta, solo rivendica l’identità culturale di una città sulla quale si stavano già creando pregiudizi e stereotipi.
Sventrare Napoli” avrebbe significato esasperare le condizioni di vita già difficili della popolazione più debole, svalutare e dimenticare tutto il folklore che impregnava il centro storico della città. Ciò che infastidisce di più il lettore, catturato dalla scorrevolezza e attualità del linguaggio di Serao, è l’ignoranza della classe dirigente politica nazionale, del tutto ignara del mosaico che componeva lo stato. L’attualità del lessico con cui Serao parla dei problemi della città partenopea è spiazzante, così come rattrista pensare che i luoghi comuni siano da decenni, se non secoli, gli stessi e che vi fossero già al tempo mentalità che per ragioni di nascita geografica si credevano superiori alle altre.
In ogni capitolo Serao descrive un aspetto della vita quotidiana delle fasce di popolazione più misere: si va dalla descrizione del cibo, alla dedizione alla superstizione, passando per l’usura, pratica influente già al tempo, e concludendo con la pietà, altra caratteristica fondamentale del popolo napoletano, che culmina con l’adozione di un orfano da parte di una madre sterile e si ripaga con una dedizione d’amore superiore addirittura a quella che caratterizza madri e figli biologici.

Durante la lettura, mi sono accorta che molti aspetti non sono cambiati, o meglio, hanno assunto ruoli e sfumature diverse, ma restano di base gli stessi. Vi pongo un esempio polemico e critico: la stessa superficialità con cui “dall’altro” si decide di incidere sulla vita quotidiana di un popolo come con lo “sventramento” del centro storico di Napoli, la vedo nell’atteggiamento del “white saviorism” che ha caratterizzato gli ultimi decenni. La morale secondo me è la stessa: siccome io, persona di un contesto la cui cultura, per abitudine storica, risulta migliore, impongo il mio punto di vista, dicendo che così anche voi avrete una vita migliore ma senza interessarmi a ciò che voi pensiate della mia proposta.
Non ho gli strumenti per sapere se anche la situazione politica e sociale di Napoli sia la stessa o sia paragonabile a quella descritta da Serao, per il semplice fatto che non sono napoletana né sono mai stata a Napoli; l’unica comparazione che posso fare è con la lettura de “L’amica geniale” e sì, dal punto di vista di una lettrice, posso dire che tanti aspetti sono gli stessi, nonostante il saggio di Serao sia stato scritto nel 1884 e il primo volume de “L’amica geniale” sia ambientato negli anni Cinquanta. Per la contemporaneità, invece, lascio che siano i napoletani a dire se le parole di Serao rappresentino ancora il quotidiano.

Ma chi era Matilde Serao?
Premetto una cosa: prima di leggere Il ventre di Napoli, l’ho ascoltato come audiolibro, con la lettura della talentuosa Laura Pierantoni, per poi chiederne il prestito nella biblioteca civica della mia città perché mi sarebbe stato più facile avere un riferimento testuale.
Non è scontato incontrare o imbattersi in volumi di Matilde Serao: la scrittrice è stata infatti per anni messa nel dimenticatoio collettivo e talvolta capita che sia difficile addirittura che venga nominata durante le ore di italiano nelle scuole superiori. Eppure, Matilde Serao è stata candidata per ben sei volte al Premio Nobel per la Letteratura. Certo, non è mai riuscita ad aggiudicarselo, ma la colpa è anche di Benito Mussolini. A causa della posizioni della scrittrice contrarie alla guerra, il dittatore bloccò infatti la sua candidatura.

Inoltre, per tutto l’articolo, mi sono rivolta a Serao chiamandola “scrittrice”. In realtà, è stata anche, e forse soprattutto, una giornalista, così dedita all’attività di cronaca da aver fondato e diretto ben tre quotidiani, il Corriere di Roma, il Mattino e il Giorno.
Si occupò di documentare la posizione della donna, intervenne sul “Giornale delle Donne”, la maggior rivista femminista del tempo, e scrisse un articolo in cui denunciava le condizioni sociali a cui erano soggette le maestre, in seguito al suicidio di Italia Donati.

I motivi per cui consigliamo la lettura del Ventre di Napoli sono sia dovuti all’accessibilità e fluidità della scrittura di Serao sia al punto di vista personale, appassionato eppure lucido con cui descrive la peculiarità della città partenopea.

E poi, è pazzesco che ancora oggi Matilde Serao non sia esaltata, venerata ed elogiata per la penna incredibile che è stata.

FONTI:

Linkabile.it, “Bisogna sventrare Napoli!”. La vera storia del Risanamento, di Achille della Ragione

Cultura della legalità e biblioteca digitale sulla camorra, Il colera a Napoli

Biblioteca delle donne, Italia Donati


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