I want to hold your hand: la rivoluzione delle fangirl

di Camilla Magnani

Chi mi conosce sa che se vivo a Liverpool un motivo ci sarà; e chi mi conosce sa pure che io ci proverò sempre ad essere oggettiva sui Beatles ma, proprio come nessuno mi toglierà mai la convinzione che la Coca Cola in vetro è più buona per non si sa quale scienza, allo stesso modo io non potrò mai vedere i Beatles se non con gli occhiali dalle lenti a cuore rosa.

E diciamocelo però, ce ne sono di fonti a mio supporto. Sono stati considerati la band più di successo della storia della musica e domani, il 4 aprile appunto, ricorre l’anniversario di quel famoso giorno del 1964 in cui cinque dei loro singoli occupavano i primi posti della classifica americana dei singoli più venduti. Ah, e tra l’altro nella classifica di loro singoli in altre posizioni ce ne erano ben altri sette.

Era l’inizio di un’era. La musica stava per cambiare e con essa la vita di milioni di ragazze che per la prima volta potevano vivere la propria adolescenza senza dover pensare alla guerra o a sfornare figli in tenera età; erano la prima generazione di vere e proprie adolescenti che potevano vestirsi come volevano, avere un’opinione politica e finalmente occupare un posto nel mercato.

I Beatles iniziano a spopolare ovunque, in un mondo in cui essere fan era qualcosa di nuovo. Sì, già da anni i divi del cinema venivano seguiti spasmodicamente, ma l’accessibilità di un musicista costantemente in tour è completamente diversa.

Il fatto che chi ami di più faccia il giro del mondo esibendosi ovunque e possa capitare addirittura nella tua città è ben diverso dai divi che si possono vedere solo attraverso uno schermo. E in più, i Beatles erano diversi: il loro essere così semplici li faceva apparire accessibili.

Così, sin da subito, la fanbase diventa enorme. Erano molto amati ed erano anche straordinariamente bravi. E lo sapevano tutti. Ed è proprio così quella che viene battezzata Beatlemania.

Andi Lothian, che alla fine del ’63 era promoter per il Glasgow Odeon e aveva prenotato i Beatles per un concerto, ha definito lo spettacolo davanti ai suoi occhi “Ipnosi collettiva”. Le ragazze svenivano, urlavano, piangevano, urinavano sui sedili del teatro prese dall’emozione.

Solo, tuttavia, capendo il periodo storico si può pienamente capire la portata del cambiamento e non trattare queste persone, come in molti ancora fanno, come “una massa di povere sceme”.

Io credo che in molti casi l’esperienza Beatles abbia fatto da capofila alle esperienze successive delle fangirl, creando una sorta di standard del “Questo assolutamente non si fa”.

Una ragazza all’aeroporto di Londra cerca di intrufolarsi nel nastro trasportatore dei bagagli

Da chi si nascondeva nei nastri trasportatori dei bagagli all’aeroporto, a chi cercava di ascoltare le registrazioni spiando attraverso i condotti di areazione ad Abbey Road, a chi entrava nelle loro case o nelle loro camere d’albergo anche solo per rubare un pezzo del tappeto su cui avevano camminato i quattro ragazzi. A chi poi, e questa mi farà sempre sorridere, aveva lanciato una campagna per far concorrere Ringo Starr come presidente degli Stati Uniti.

San Francisco, 1964

In un mondo finalmente in pace, in evoluzione e che stava lentamente diventando globalizzato anche per quanto riguardava l’intrattenimento, si poteva seriamente essere in grado di concepire un confine?

Anche all’epoca, ovviamente, il comportamento scatenato dalla Beatlemania aveva destato commenti. In una società in cui la moderazione e ciò che “sta bene” erano praticamente le basi, con l’arrivo di una musica nuova e idoli nuovi, gli eccessi sono ricercati dai giovani per distinguersi e criticati dalle generazioni precedenti perché un po’ come oggi “Ai miei tempi io i fossi li saltavo per il lungo”.

I giornali denigravano un’intera generazione di ragazzi e ragazze solo perché avrebbero fatto di tutto per vedere la propria band preferita. Come se tutto ciò fosse più sbagliato e più folle della guerra al comunismo o dell’inferno in Vietnam, tra l’altro.

E, sorprendentemente, anche oggi la parola fangirl ci suggerisce una connotazione piuttosto negativa. Delle povere sceme, appunto.

Che poi è assolutamente vero: le ragazze sono sempre state le fan più accanite. Sono tuttavia convinta che il fenomeno della fangirl, soprattutto in un’epoca come quella, sia stato cruciale.

Sono convinta che per molte di loro quattro musicisti inglesi sono stati anche i primi ragazzi su cui hanno fantasticato e hanno scoperto cosa amano in un uomo. “I Beatles appartenevano ad ogni ragazza adolescente” dice la scrittrice Linda Grant.

Ed è senz’altro vero che la liberazione sessuale avvenuta negli anni ’60 non ha avuto precedenti. E le stesse ragazze che ascoltavano i Beatles erano quelle che negli stessi anni e poco dopo lottarono per poter indossare la minigonna e prendere la pillola anticoncezionale.

Certo, anche Frank Sinatra, Elvis Presley e Cliff Richard avevano fan adoranti ed urlanti, ma i Beatles sono diventati un fenomeno esattamente nel periodo in cui i baby boomers stavano crescendo ed erano certamente più numerosi e più ricchi delle generazioni che hanno visto Sinatra, Presley e Richard, come suggerisce Dorian Lynskey sul Guardian.

Amare i Beatles nel 1963 voleva dire accogliere la modernità. La musica era indissolubilmente legata ai cambiamenti che gli anni Sessanta stavano portando nel mondo. Era politica, impegnata e liberatoria. Gli adolescenti che la seguivano e che la facevano erano la prima generazione di giovani menti che per davvero potevano occuparsi di essere ribelli attraverso l’intrattenimento.

E poi diciamocelo, i Beatles erano facili da amare. Non erano i divi alla Elvis; i Beatles erano quattro ragazzi sorridenti e giocherelloni che cantavano di voler stringere la mano alle ragazze, senza dover per forza assomigliare all’idea machista del maschio alfa. Molti potrebbero dire che, in poche parole, le ragazze erano innamorate di loro e i ragazzi volevano diventare come loro.

Io credo che la rivoluzione dell’immagine dei Beatles in realtà vada ancora un po’ più in là in termini di rappresentazione. I ruoli di genere in realtà potevano essere benissimo scavalcati. Non parliamo del maschio che poteva essere Elvis, appunto.

Molte ragazze, me compresa, si sono avvicinate alla musica proprio per la maniera semplice e gentile con cui i Beatles si sono approcciati (senza, tuttavia risultare banali) alla musica; e in questo modo in molte abbiamo pensato – e ancora una volta, me compresa – “Sì, Paul McCartney me lo farei, però vorrei pure imparare a suonare il basso”.

E quindi, come suggerisce Susan J. Douglas nel libro “Where the girls are”, se ovviamente i discorsi all’ordine del giorno tra fan potevano facilmente essere “Quale Beatle sposeresti?”, la rivoluzione sta anche nel fatto che le ragazze, forse per la prima volta, si potevano anche chiedere “Se fossi uno dei Beatles, quale saresti?”. Erano quattro persone diverse e ciascuno di loro, John, Paul, George e Ringo, aveva una personalità e delle caratterische che li rendevano facili da comprendere per immedesimarcisi. E se ancora ci troviamo davanti ad una rappresentazione maschile, quelli sono gli anni in cui nascono le prime grandi star della musica rock (ma di quello ne parlo meglio in questa puntata del podcast!).

Eh, già, perché forse non è particolarmente evidente all’occhio del 2021, ma i Beatles all’epoca avevano generato molte domande nel pubblico meno giovane. “Sono ragazzi o sono ragazze?”  o “Sembrano troppo legati per essere dei ragazzi” erano alcune delle domande presenti nelle menti dei genitori di coloro che probabilmente subito dopo avrebbero abbracciato la propria sessualità in maniera più fluida.

Erano le ragazze per la prima volta a essere pronte a corteggiare i ragazzi per prime, ragazzi che i loro genitori temevano perché ambigui: indossavano stivali, portavano i capelli lunghi e sì, Paul, parlo proprio di te, avevano ciglia e sopracciglia perfette.

I Beatles arrivano nel mondo e diventano famosi proprio in un momento in cui la nuova generazione di giovani inizia a farsi domande sulle istituzioni che sono sempre esistite, aprendo le porte quindi ad un mondo in cui pochi anni dopo David Bowie potrà presentarsi come Ziggy Stardust.

Inoltre persino agli inizi i Beatles si esibivano e registravano cover di canzoni cantate da gruppi femminili e persino di colore. E se spesso i pronomi vengono cambiati per far sì che si abbinino a ragazzo-che-canta-di-una-ragazza, non sempre accade. Tra le cover menzionate c’è anche la canzone delle Shirelles, Boys, dove nessun pronome viene cambiato. Sono ragazzi che parlano dell’attrazione per i ragazzi e lo fanno da un’ottica femminile.

She loves you, poi, è letteralmente un dialogo tra due uomini su una relazione d’amore e uno dei due suggerisce all’altro di “apologize to her” (Chiedile scusa). I Beatles erano uomini che cantavano in falsetto di relazioni d’amore, e nei loro testi parlavano di argomenti che per una società maschilista dovevano solo appartenere alle donne.

E così le ragazze sentivano qualcuno che per la prima volta si indirizzava direttamente a loro, qualcuno che le capiva e voleva tenere loro la mano. E quindi io mi chiedo, la domanda non dovrebbe essere come potevano non amarli? Come potevano non impazzire di gioia all’idea di essere a qualche metro da loro?

Le ragazze urlavano ed era quasi un rituale. Urlavano, correvano, piangevano e dimostravano al mondo che non erano più una piccola cosa pudica e senza sentimenti, senza pulsioni sessuali. Le ragazze urlavano e il mondo doveva sentirle; le ragazze urlavano ed era chiaro che nessuno avrebbe potuto farle star zitte.


FONTI:

The Guardian, Beatlemania: ‘the screamers’ and other tales of fandom

Hey Dullblog, Why Those Screaming Beatlemania Girls Matter

THE BEATLES AND THEIR CULTURAL IMPACT ON GENDER, di Karen Hooper

Buzzfeed News, 23 Photos That Prove Beatles Fans Were Doing The Absolute Most In The ’60s


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