Essere donna è uno svantaggio anche quando si parla di acqua

Di Martina Da Ros

Immaginate: siete in un paese in cui l’acqua scarseggia.
Non c’è acqua corrente, non scorre dai rubinetti e non si trova nemmeno in un suggestivo pozzo vicino a casa vostra. Siete nel nulla, senza poter bere quanto avete bisogno e privat* della possibilità di lavarvi quando avete voglia.
Se riuscite a leggere queste parole, siamo quasi certe viviate in un contesto in cui l’acqua corrente non vi manca, se non per qualche ora a causa di un imprevisto o di una momentanea sospensione del servizio, pertanto chiediamo venia per il nostro pregiudizio di dar per scontato che per noi sia difficilissimo anche solo immaginare di vivere in un contesto senza la disponibilità immediata di una risorsa idrica.
Ora immaginate uno scenario ancora peggiore. Non solo non avete acqua corrente in casa o pozzi in giardino, avete anche un’altra sfortuna enorme, grave, quasi una maledizione: siete nate femmine in un contesto simile.
Il fatto che siate nate femmine implica che non andrete a scuola, come faranno i vostri fratelli maschi, ma vi sveglierete tutte le mattine all’alba, affronterete ore di camminate senza sosta per raggiungere il primo pozzo disponibile, lontanissimo, da cui potrete prendere un secchio di acqua che porterete a casa verso sera. Se siete fortunate nonostante la maledizione di essere nate femmine, i vostri fratelli cercheranno di farvi un riassunto di ciò che hanno imparato a scuola, ma è molto difficile, se non impossibile, che raggiungiate mai il loro livello, seppur precario, di istruzione. Diventerete grandi e sarete già provate da tutta la fatica fisica subita durante la crescita, con la certezza di essere considerate inferiori e senza gli strumenti di istruzione necessari per raggiungere l’autonomia. Tutto ciò anche perché non avete avuto la fortuna di nascere nella parte del mondo in cui c’era l’acqua corrente, disponibile per tutt*.

Hamza Farrukh apre più o meno così il suo TedxTalks dal titolo “Solving the Globe Water Crisis in 7 Minutes”. Pakistano ma studente statunitense presso un prestigioso college, ha inventato un metodo economico e pratico per permettere alle popolazioni più vulnerabili di reperire acqua potabile. Il progetto si chiama “The Solar Box” e, come dice Farrukh, cresciuto in una società dove era la componente femminile a dover provvedere all’acqua per la famiglia, permetterà loro di non dover più percorre interminabili chilometri alla ricerca disperata di un pozzo.


Ma perché la carenza d’acqua e le donne sono così collegate tra loro?
Ovvio, come si può dedurre dalle parole di Farrukh c’entra il patriarcato. Si calcola che in tutto il mondo la popolazione assetata superi il miliardo di individui e che le donne trascorrano in tutto circa 266 ore ogni giorno alla ricerca di acqua da portare a casa. Inoltre le donne patiscono di più la mancanza di acqua a scopo igienico a causa delle mestruazioni.
Non che si debba creare una sorta di gerarchia della sofferenza in cui chi è ai vertici vince un tristissimo premio dedicato alla vulnerabilità della propria vita, ma a patire conseguenze drammatiche sono anche le donne delle popolazioni indigene del mondo.
Non stupisce quindi che diverse donne si siano occupate del tema; quello che sorprende, o almeno secondo noi, è il fatto che i casi di cui vi parleremo provengano dal Canada. Eh sì, avete letto bene, il gentile, amorevole e vicino di casa simpatico degli Stati Uniti.
Ingrid Waldon, canadese di Montréal e docente universitaria, ha scritto un saggio, There’s something in the water, da cui nel 2019 Elliot Page ha tratto un documentario per divulgare la condizione impari presente nel paese nordamericano. Le comunità afrocanadesi e indigene subivano le conseguenze di trattati ingiusti, truffaldini e malevoli che negavano loro l’accesso all’acqua pulita. Talvolta si trovano costrette a vivere in contesti dove la contaminazione dell’acqua è così devastante da provocare la morte di intere famiglie, generazioni dopo l’altra, senza che il governo prenda provvedimenti seri e duraturi. Lo stato dove l’inquinamento idrico sembra mietere più vittime, in Canada, è la Nuova Scotia, territorio  di indagine e riprese da parte di Page. Durante la visione del documentario è interessante notare quante donne attiviste si dedichino anima e corpo alla lotta per avere accesso ad acqua potabile e a una vita dignitosa.

Un’altra attivista canadese che sta smuovendo le coscienze del suo paese è la giovanissima Autumn Peltier. Classe 2004, appartenente alla Prima Nazione Anishinaabe, stanziata in Ontario, è nata in una famiglia di attivisti che le ha trasmesso la sacralità dell’acqua, risorsa senza la quale non esiste la vita. Nominata “Chief Water Commissioner” nel 2019 dalla sua comunità, titolo che prima apparteneva alla sua prozia, in risposta all’emergenza sanitaria causata dal Covid-19 ha ribadito che tra le Prime Nazioni (in Canada sono le unioni delle popolazioni indigene) la difficoltà di accesso all’acqua aveva aggravato il diffondersi  dei contagi, dal momento che anche solo lavarsi le mani poteva essere impossibile per alcuni.


Ricordiamo anche Naomi Klein, canadese del Québec, che ha dedicato la sua carriera accademica alla lotta contro il capitalismo, parlando anche della sofferenza delle Prime Nazioni nel suo paese Natale e Severn Cullis Suzuki, nota come La bambina che zittì il mondo per sei minuti, da sempre in prima linea per la lotta per la salvaguardia ambientale.
Noi abbiamo voluto parlarvi del Canada, quasi per caso, perché abbiamo iniziato questo articolo col Pakistan. Inutile ribadirlo, si tratta di due pasi del tutto diversi da loro, ma come tutti i posti del mondo hanno in comune una cosa: a pagare le conseguenze della crisi climatica che stiamo vivendo e della conseguente mancanza d’acqua sono soprattutto le comunità più vulnerabili.
Il 22 marzo è la giornata mondiale dell’acqua. Il suo obiettivo è celebrare la risorsa e richiamare l’attenzione sulla crisi mondiale idrica, ma occorre avere sempre presente che non siamo tutti sulla stessa barca. Alcune popolazioni vedono già l’avanzata imperterrita della siccità a causa della crisi climatica o non hanno accesso all’acqua nonostante vivano in paesi considerati “sviluppati”.

Cosa possiamo fare noi?
Informarci. Oltre a risparmiare acqua, a stare attenti alla verdura che consumiamo (la coltivazione intensiva è devastante per lo sfruttamento di acqua, un giorno parleremo degli avocado e non vi anticipiamo niente) e alla carne che mangiamo (altra pietra dolente per l’acqua), è necessario che diffondiamo il più possibile le conoscenze che abbiamo sulla materia. Bisogna parlarne, è importante sapere e sottolineare che non stiamo pagando tutti allo stesso modo e con la medesima velocità le conseguenze della crisi climatica.
Ci teniamo però a concludere con una nota positiva: non sentiamoci esclusi. A breve le patiremo anche noi ❤

Fonti:

https://www.unibs.it/eccellenze/giornata-mondiale-dell-acqua-22-marzo-2021

https://water.org/our-impact/water-crisis/womens-crisis/


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