2×05 – Hai da accendere?: Fahrenheit 451 di R. Bradbury

Ray Bradbury è stato uno degli autori di fantascienza più influenti del genere. Nato nel 1920 in California, si appassiona alla fantascienza da ragazzino, comincia la sua carriera scrivendo racconti su riviste specializzate, che riunirà in seguito nel volume Cronache marziane. Ma scrive anche racconti di genere poliziesco e noir, raccolti in Italia in “Omicidi d’annata” edito da Mondadori, e romanzi e racconti di genere weird e horror, come “Il popolo dell’autunno” e “Paese d’Ottobre”, che potete leggere nella raccolta “Halloween” sempre edita da Mondadori nella collana “Oscar Draghi”. Si è anche prestato come sceneggiatore e ha diretto un episodio di “Ai: confini della realtà”. Ma l’opera per cui è più famoso è sicuramente il romanzo distopico Fahrenheit 451.

In un mondo in cui leggere è proibito, il corpo dei vigili del fuoco non esiste più per spegnere gli incendi ma per appiccarli, distruggendo le ultime copie di libri cartacei che alcuni sovversivi continuano a nascondere. Il protagonista della storia, Guy Montag, è convinto all’inizio del romanzo di essere felice della sua vita di incendiario, ma l’incontro con la sua nuova vicina di casa, un’adolescente anticonformista ed entusiasta della vita, lo porta a una profonda crisi, che lo spingerà verso una sempre più impellente curiosità verso i libri che fino a poco prima distruggeva e al loro contenuto.

Fun fact, Ray Bradbury è morto nel 2012, ha fatto in tempo quindi ad assistere alla nascita e alla diffusione dei libri in formato digitale. Cosa inaspettata o forse no da parte di un autore di fantascienza, aveva un atteggiamento molto diffidente nei confronti della tecnologia in generale, e in particolare finché visse si oppose alla pubblicazione delle sue opere in ebook. Anche la nascita di internet lo preoccupava, riteneva che fosse qualcosa di vuoto e irreale, e che non avesse nulla da offrire. Perché è divertente? Non so, perché noi siamo un podcast sul web che si è fatto conoscere tramite i canali social? O forse perché siamo tre donne che pensano a fare podcast invece che a fare figli? Ma soprattutto forse perché tutti i libri di Ray che Federica possiede sono in formato digitale e che – resti tra noi – non ha pagato per tutti il giusto prezzo, diciamo. 

Il titolo Fahrenheit 451 fa riferimento alla temperatura a cui i libri vanno in autocombustione, che corrispondono a 232 gradi celsius (e in realtà non è proprio così perché a seconda della qualità della carta e di un sacco di altri fattori ogni libro brucia a una temperatura diversa ma non è importante), e il romanzo è diventato un simbolo contro la censura. Ma lo è davvero? 

Perché Ray Bradbury stesso ha detto che nel suo libro non voleva parlare di censura, ma, citando testualmente, di “Come la televisione renda la gente stupida”. Ehm, ok boomer.

Distopie e realtà: come il passato ha raccontato il presente

di Camilla Magnani

Non me lo so spiegare diceva Tiziano Ferro. Be’, TZN, dopo il 2020 siamo tutti un po’ in questo mood. Sin dall’antichità le storie, la finzione ci aiutano a comprendere la realtà. Pensate ai miti, alle leggende che si creano per tramandare insegnamenti, per essere di monito e per raccontare vite straordinarie.

È sempre stato così, no? Pensate alla religione, pensate alle filastrocche, ai film e alle canzoni. In qualche modo anche ciò che ci sembra più immaginifico muove i suoi passi nella realtà. Che poi io sono una di quelli che ti dice che la cosa più bella della storia del Signore degli Anelli è l’amicizia. Cioè io lo so che ci sono gli alberi che parlano, magia ecc… che sono cose fighissime. Ma quello che cerco di dire è: gli insegnamenti di bene e male trascendono l’universo. E se ne volete un’altra sul genere pensate a Star Wars

Comunque è proprio per questo, credo, che spesso in passato quando ci si è trovati in situazioni difficili si è sentito il bisogno di scrivere delle storie. Ed è forse per lo stesso motivo che nel presente ci ritroviamo a leggerle e ad interpretarle. A guardare segni di ciò che forse si temeva nel passato o perché no, un modo per aggiustare il presente.

E qui andiamo da Alessandro Manzoni che durante il dominio austriaco di Milano scriveva, e si lamentava, del dominio spagnolo di Milano all’interno dei Promessi Sposi. Good job Ale, molto sottile. Un modo di parlare della contemporaneità opprimente senza parlarne direttamente.

Manzoni si riferiva tuttavia al passato per parlare del presente. Io oggi però vorrei analizzare con voi storie che rappresentano un futuro distopico, ma che sono servite, e servono ancora tutt’oggi per analizzare il presente o i rischi del presente.

Si potrebbe parlare di molti libri ovviamente, ma io vorrei per un momento parlare di quelli che secondo alcuni siano importanti per riuscire a interpretare l’anno scorso e, beh, in parte pure questo 2021, che nessuno si sarebbe mai aspettato.

Ovviamente Fahreneit 451, che tra l’altro è stato dato come libro da leggere a mio fratello alle superiori, e tratta di un futuro distopico dove il focus è posto sul male che i libri possono potenzialmente causare. Creare discordia.

Ciò che naturalmente fa saltare all’occhio le ingiustizie del mondo in cui vive il protagonista è il suo lavoro. Ed è la stessa cosa che accade in un’altra storia che sicuramente è molto più dettagliata di Fahreneit 451: “1984” di George Orwell.

Praticamente la preferita per chi crede alle teorie del complotto e dall’altro lato la preferita per coloro che tentano di fare debunking e dire “sì, sta andando tutto male, però non esageriamo”.

Ciò che rende 1984 perfetto e se vogliamo, anche migliore di Fahreneit, per descrivere il 2020 è il fatto che il romanzo di Orwell esplori il suo mondo distopico completamente. Ciò che succede al mondo non è sullo sfondo come in Fahreneit 451, dove in realtà tutto gira intorno ai libri. In 1984 la distopia è approfondita ed analizzata in molte sfaccettature, non lasciando nulla di sottinteso, cosa che invece accade nel romanzo di Bradbury. Dal controllo spiegato nei minimi dettagli, ai provvedimenti sulla sessualità, sulla guerra, all’intrattenimento, all’economia, il mondo di Orwell è molto più immersivo, completo e proprio per questo più opprimente; in questo modo e più manipolabile da chi lo voglia usare come esempio in positivo o in negativo.

Umberto Eco disse che tre quarti di ciò che Orwell narrò in 1984 non è distopia, ma storia. Come molti sanno, il romanzo fu scritto alla fine degli anni ’40, dopo la fine della seconda guerra mondiale. Orwell era un giornalista della BBC e scrisse la sua storia per parlare di cosa sarebbe potuto succedere se il genere umano non avesse cambiato rotta. Il suo futuro distopico è un balzo di soli quarant’anni in avanti e parla di un pianeta dove i continenti hanno un nome diverso e sono sempre in guerra e dove la tecnologia controlla ogni cosa e l’informazione viene manipolata da un’unica fonte autorevole che vede e sa tutto.

Ora, secondo molte teorie del complotto è esattamente questo ciò che succede al giorno d’oggi. Le informazioni che vengono dai media più mainstream sono tutte manipolate per seguire una determinata “political agenda”, una sorta di lista di piano fatto di valori che pensiamo ci appartengano, ma che in realtà ci sono stati inculcati da tutti i media di cui siamo attorniati.

Ma tornando ai romanzi, trovo che 1984 e Fahrenheit 451 riscontrino una pesante differenza che risiede in ciò che le persone potevano fare nelle proprie case. Dopo aver letto il romanzo di Orwell e sapendo che spesso viene paragonato a quello di Bradbury pensavo che l’idea di controllo si sviluppasse in maniera simile, opprimente, come dicevamo. Ma non è così. Se Fahreneit 451 lascia un po’ di libertà alle persone all’interno del proprio nido domestico (ad esempio, il protagonista e sua moglie leggono dei libri), in 1984 Winston Smith riesce a scrivere il proprio sovversivo diario solo perché riesce a trovare un punto cieco in casa sua, dove il televisore, perennemente acceso e capace di osservare i cittadini, non riesce a scovarlo.

Il principio scatenante delle storie di questi romanzi è ovviamente, come dicevamo, il fatto che i protagonisti si rendano conto, e non senza provare paura, di essere diversi, di non essere conformi a tutto ciò che vedono intorno a loro, a ciò che viene proposto dai media a cui sono continuamente sottoposti. “La famiglia”, quindi di base la televisione, nel caso di Fahreneit 451 e il partito con i suoi riti e la sua Neolingua nel caso di 1984. Mark Miller, professore di Media, Culture and Communication presso la NYU sottolinea come in realtà sia facile cadere in questo tranello pure nella vita vera.

Miller spiega come lo slogan The Big Brother is watching you può facilmente rivoltarsi e diventare The Big Brother is you, watching. Quindi non è più il Grande fratello a guardare, ma siamo noi, spettatori passivi dei media a rischiare di diventarlo. 

Se in Orwell ciò che si vedeva in televisione erano i dettami del partito, ora rischiamo di essere noi coloro che si confrontano con ciò che vediamo in televisione e, oserei aggiungere, sui social media. I media, nelle parole di Miller, hanno praticamente “dettato gli standard per l’auto-esame che facciamo su noi stessi”.

Se Smith nel libro è ossessionato dal conformarsi perché non vuole essere scoperto dalla Psico-polizia, noi tendiamo a guardare noi stessi dall’esterno e giudicarci allo stesso modo diventando, tuttavia, giudici e carnefici di noi stessi. E anche la tipologia di programmi televisivi proposti in generale come i reality show e l’importanza dei social media, penso ad esempio ad instagram con le stories e alla fame di contenuto che scatenano, stanno normalizzando l’idea di poter guardare dentro alla vita privata degli altri, di alimentarci di racconti intimi di altre persone e di sentire a volte la sensazione di essere in un ambiente protetto in cui, se vogliamo, possiamo dire la nostra. Anche, e purtroppo troppo spesso, andando a ferire le altre persone.

E badate bene, il mio non è un discorso che vuole mettere al rogo la televisione o i social. Anzi. Io faccio parte di questo mondo e mi sento coccolata dall’idea di potermi fare i cazzi degli altri e guardare tutto quello che mi pare. Questo è il mio mondo, questo è il nostro mondo. Trovo solo che a volte io non ci pensi abbastanza. Non ho mai conosciuto nulla di diverso e i meccanismi per cui tutto questo funziona a volte mi sembrano così automatici che faccio fatica a separarli da un effettivo processo all’interno della mia testa. Li subisco passivamente. 

Altri temi fondamentali che sono spesso associati ai libri di cui parlavamo sono sicuramente quelli legati al possesso dei dati personali. In 1984 specialmente, ogni cosa è sotto controllo assoluto e nessuno ha segreti per il Grande Fratello.

Cosa possiamo dire del presente? Siamo al sicuro? Ma soprattutto, quanto siamo consapevoli e disposti a divulgare su di noi per avere pubblicità personalizzata o sicurezza?

Sappiamo tutti che da anni ovviamente le strade di ogni città, supermercati, ospedali, scuole ecc… sono dotati di telecamere per questioni di sicurezza. Telecamere che molto spesso si sono rivelate cruciali per risolvere crimini e a prevenirli. La sorveglianza e quindi un occhio amico che ovviamente ci fa sentire al sicuro, perché noi non abbiamo nulla da nascondere.

Un articolo del 2018 sul Guardian, Dylan Curran ci rivela molte delle cose che Google e Facebook possono sapere di noi.

Se hai il servizio di localizzazione attivato (cosa che molte app richiedono), Google sa sempre dove tu sia, e questo è ovvio. Ciò che forse non tutti sanno è che Google immagazzina quell’informazione e così su Google Maps potrete vedere dove siete stati ogni singolo giorno della vostra vita.

Bello, se volete riscoprire come si chiamava quel ristorante buonissimo dove siete stati un anno e mezzo prima, ma un po’ inquietante se si considera la quantità di dettagli con cui le informazioni vengono salvate. Puoi sapere esattamente a che ora e quanto tempo sei stato in un posto e quanto tempo ci hai messo ad arrivare in quel posto dalla tua posizione precedente.

Google contiene anche una cronologia delle attività che comprende tutto ciò che viene ricercato attraverso il motore di ricerca ma anche ciò che fai con il telefono (almeno, con il mio telefono Android ho controllato e ho scoperto che è vero). Posso vedere a che ora ho mandato un messaggio, quando ho aggiornato le mie applicazioni e che applicazioni, quando ho guardato Netflix al posto di lavorare ecc.

E se andate nelle Impostazioni degli annunci, nella sezione Personalizzazione scoprirete che Google in base a ciò che cercate sa moltissime cose di voi.

Ovvio, alcune di queste informazioni le avete inserite voi nei vostri account Google. Altre no.

Il mio account, ad esempio sa che:

Sono una donna tra i 25 e i 34 anni, che vorrei comprarmi una macchina, che mi interessano le apparecchiature audio, che avevo una Citroen, che ho un piccolo datore di lavoro. Poi ci sono altre sezioni, come “Stato civile: in una relazione; Livello di educazione: laurea; Datore di lavoro: piccola impresa; Stato di proprietario di un’abitazione: affittuario; Stato parentale. Senza figli”.

Sono tutte cose corrette, ovviamente, ma che io non ho mai specificato a Google. Google le ha capite dal mio comportamento in rete. Ovviamente il disclaimer in fondo alla pagina è “Google non vende a nessuno le tue informazioni personali”. 

Tra l’altro la raccolta di queste informazioni si può disabilitare, ovviamente. Tutto ciò che Google fa non è altro che aiutarti a trovare più facilmente ciò di cui potresti avere bisogno cercando di capire ciò che ti interessa.

Tuttavia, il fatto che un’entità esterna conosca così bene tutto quello che facciamo perché ci fa sentire così ciecamente tranquilli? Perché ci fa spuntare gli annunci personalizzati e ci fa sentire al sicuro?

Saremmo così facili da ingannare se qualcuno avesse cattive intenzioni?

È questo che molti romanzi distopici cercano di parodiare? Il nostro costante istinto di fiducia verso chi ci fornisce un servizio efficiente. Basta che funzioni.

Su Takeout inoltre si possono gestire tutti i dati personali che si vogliono gestire con Google. Si dice in fogli word tutti i dati immagazzinati con Take out potrebbero riempire fino a 5 GB di file.

Io prendo il mio ad esempio.

Sono collegata per i dati relativi alla registrazione e all’attività dell’account, gli acquisti e le prenotazioni, il mio calendario, i miei contatti, la famosa cronologia delle posizioni, i miei file su drive, tutti gli elenchi dell’assistente google. Sapete quando dite “Okay Google?” lo sapevate che se andate nell’archivio potete sentire anche la vostra voce registrata e tutto quello che chiedete all’assistente Google? Potete pure vedere data, ora e dove eravate quando l’avete usato.

Ma andiamo avanti, collegamento con Google Foto, Google Pay dove gestisco le mie carte di credito e le mie carte fedeltà, la posta, ovviamente e tutta la mia cronologia di Youtube.

Ah, per non parlare del calendario. Io personalmente ho iniziato a salvare appuntamenti su un calendario online ed è comodo, ovviamente. 

Sempre attraverso Takeout si possono scaricare tutte le informazioni che il Google Calendar salva sugli eventi che aggiungete. Ed è impressionante vedere tutta l’analisi che c’è dietro. Ovviamente vi sono le informazioni sul dove e il quando. Ma Google immagazzina pure dati su se è vero che avete partecipato a quell’evento o no, quanto ci avete messo per arrivare al posto indicato e a che ora siete arrivati.

A questo punto viene da chiedersi, ma se pure le informazioni che non sappiamo di stare dando vengono salvate da qualche parte, quelle che eliminiamo vengono eliminate davvero? 

Queste informazioni in realtà rimangono nelle riserve di Google Drive a quanto pare. Il giornalista del Guardian che menzionavo prima, infatti, ha trovato file esplicitamente cancellati nel download di Drive, il cloud di Google.

Facebook usa un servizio simile che ti dà anche la possibilità di scaricare ogni dato, ogni messaggio e ogni foto del tuo account.

Analogamente Facebook usa gli stessi metodi per mostrarti la pubblicità. Si basa su ciò che ti interessa a livello di argomento (basandosi sui tuoi likes) e ciò che i tuoi amici cercano e di cui parlano.

I “magazzini Facebook” sanno anche ogni volta che hai fatto accesso, dove e quando. Ovviamente se si considerano anche tutte le applicazioni che sono collegate a Facebook tutte le informazioni che si possono dedurre sono inimmaginabili.

Ci tengo sempre a ricordare che ovviamente l’accesso a tutte queste informazioni è controllabile. Possiamo abilitarlo o disabilitarlo. Il problema è che molte volte lo abilitiamo senza saperlo e poi ci spaventiamo quando vediamo annunci personalizzati e compagnia bella.

È tutto concepito per aiutare l’utente?

Teoricamente sì, ma bisogna sempre stare attenti a chi si concedono le proprie informazioni.

Se qualcuno ci dicesse “Vi fareste mai installare microfoni o telecamere in casa?” Diremmo sicuramente di no, ma forse dovremmo capire un po’ meglio come funzionano i microfoni e le telecamere che abbiamo già intorno a noi.

Lo so, sembra particolarmente scontato, ma chi di noi non ha mai accettato cookies o contratti di licenza senza in realtà leggere un cavolo? Il fatto che successivamente non sia successo nulla di catastrofico o di cui non ci siamo accorti potrebbe portarci a riporre troppa fiducia.

Ora, mi rendo conto che forse molti di voi sapevano già queste cose e soprattutto a molti di voi non interessi assolutamente il fatto che un’entità esterna abbia molte informazioni se ci rende la vita più facile. Io mi devo contare tra queste persone tra l’altro. 

Ciò che è il mio punto oggi è, forse dovremmo riflettere un po’ di più sui cambiamenti, anche in positivo che ci sono nel mondo.

Qualcuno ha provato a prevedere il nostro futuro, il nostro oggi e noi oggi usiamo parole del passato per spiegare il presente. Ma inizio a chiedermi, se Orwell fosse nato oggi, che cosa avrebbe previsto per i nostri prossimi quarant’anni?

Fonti:

https://amp-theguardian-com.cdn.ampproject.org/v/s/amp.theguardian.com/commentisfree/2018/mar/28/all-the-data-facebook-google-has-on-you-privacy?amp_js_v=a6&amp_gsa=1&usqp=mq331AQHKAFQArABIA%3D%3D#aoh=16131432676484&referrer=https%3A%2F%2Fwww.google.com&amp_tf=From%20%251%24s&ampshare=https%3A%2F%2Fwww.theguardian.com%2Fcommentisfree%2F2018%2Fmar%2F28%2Fall-the-data-facebook-google-has-on-you-privacy

https://theconversation.com/what-orwells-1984-tells-us-about-todays-world-70-years-after-it-was-published-116940

https://www.jstor.org/stable/41398748?seq=1

https://steinhardt.nyu.edu/people/mark-crispin-miller

Cancel Culture e altri animali spaventosi

di Veronica Pallavera

Nella Lettera aperta ad Harper Magazine, pubblicata il 7 luglio 2020, firmata tra gli altri da J.K. Rowling, Margaret Atwood e Noam Chomsky. 

Le nostre istituzioni culturali sono sotto processo. Le grandi proteste contro il razzismo e per la giustizia sociale stanno portando avanti sacrosante richieste di riforma della polizia, insieme a più ampie rivendicazioni per maggiori equità e inclusività nella nostra società, compresa l’università, il giornalismo, la filantropia e le arti. Ma questa necessaria presa di coscienza ha anche intensificato una nuova serie di atteggiamenti moralisti e impegni politici che tendono a indebolire il dibattito pubblico e la tolleranza per le differenze, a favore del conformismo ideologico. Mentre ci rallegriamo per il primo sviluppo, ci pronunciamo contro il secondo.

Noi sosteniamo l’importanza di una dialettica e di un contraddittorio espressi con forza e anche taglienti, per tutti. Ma è diventato troppo normale sentire richieste di tempestive e dure punizioni in risposta a quelli che vengono percepiti come sbagli di parola o di pensiero. Ed è ancora più preoccupante che i leader delle nostre istituzioni, nel tentativo preoccupato di contenere i danni, decidano punizioni frettolose e sproporzionate invece di piani di riforma più ponderati. Ci sono stati redattori licenziati per aver pubblicato articoli controversi, libri ritirati perché non abbastanza “autentici”; giornalisti a cui è stato vietato scrivere di certi temi; professori che subiscono indagini per aver citato certe opere letterarie a lezione; ricercatori licenziati per aver condiviso uno studio accademico pubblicato su una ricerca scientifica; dirigenti e manager fatti fuori per quelli che a volte sono solo goffi errori.

Qualunque siano le circostanze di ciascun caso, il risultato è che i limiti di quello che si può dire senza timore di ritorsioni si sono assottigliati. 

Da tempo ormai si parla di “dittatura del politicamente corretto”, tendenzialmente negli ambiti della destra complottista ma la lettera ad Harper firmata da personaggi come Atwood e Chomsky ha notevolmente espanso il dibattito. Presentandosi sotto l’egida del buonsenso e della libertà di espressione, la Lettera sciorina una serie di forzature logiche e esempi non esempi. L’elenco di intellettuali che hanno subito ritorsioni, linciaggi o licenziamenti a causa delle loro idee rimane così vaga e fumosa da ricordarmi una meravigliosa intervista ad Adinolfi, in cui il nostro Super Cattolico nazionale faceva riferimento a “scuole in Francia in cui viene insegnato ai bambini a masturbarsi”. Dove? “In Francia”. Sì, ma in Francia dove? “Non lo so, ma sono sicuro”. Okay. 

Comunque, in un articolo su Valigia Blu, Matteo Pascoletti tenta di ricostruire i casi di censura e gogna che vengono citati e a lui vi rimando. 

Ma torniamo alla Cancel Culture. Quando nel 2019 il Macquarie Dictionary ha votato proprio Cancel Culture come parola dell’anno, Esquire sottolineò la differenza tra questa e la cosiddetta “Call-Out Culture” che, al contrario della prima, punterebbe il dito su un determinato comportamento o discorso, senza però chiedere la testa di chi l’ha messo in atto. Bello, eh? Di certo più moderato e in molti casi sensato, soprattutto se si parla di opere del passato. Su Fika abbiamo parlato poco tempo fa della polemica su Grease, su quanto sia sessista e razzista. Se da una parte ci si affretta a dire che “erano gli anni Ottanta e si parlava dei Sessanta”, dall’altra è anche vero che il razzismo e il sessismo non sono nati oggi perché vengono notati, esistevano e facevano male anche negli Ottanta. Contestualizzare ha senso ma non può giustificare tutto. È un po’ come lo zio leghista: non ha ragione solo perché è tuo zio, ma gli vuoi bene per altri motivi. 

Anche sul piano internazionale, per quanto riguarda il rapporto con i Classici, si è adottata una via di problematizzazione senza accanimento.

Il caso più recente riguarda la piattaforma Disney+, rea di aver contrassegnato in Gran Bretagna i Classici Peter Pan, Gli Aristogatti e Dumbo come adatti ad un pubblico di più di sette anni. 

Un articolo del Corriere titola: 

Disney+ vieta Aristogatti, Peter Pan e Dumbo: «Razzisti»

Specificando solo nel testo che i tre film sono stati rimossi solo dagli account dei più piccoli, (che possono quindi continuare a vederli alla presenza di un genitore, tramite il suo account, anche se non viene specificato nell’articolo). Al di là del fatto che di certo Disney+ non abbia agito per attivismo politico né per amore verso le minoranze, la piattaforma ha motivato questa scelta sulla base di alcuni dettagli dei film sopracitati: la stereotipica rappresentazione dei nativi americani in Peter Pan e degli asiatici ne Gli Aristogatti e la parodia degli afroamericani da parte dei tre corvi di Dumbo

Cosa direbbero le colf dei diritti sindacali di Cenerentola? E Lilli e il Vagabondo che mangia spaghetti con polpette contravvenendo alle più elementari regole di igiene? E Biancaneve che convive con ben sette nani come la mettiamo?

Di questo passo buona parte del cinema andrebbe al rogo.

Conclude l’articolo. 

Ecco. Ora io mi chiedo in che modo Biancaneve che convive con sette uomini potrebbe essere messa a confronto con lo scimmiottamento e razzializzazione di interi gruppi etnici. Se persone affette da nanismo avessero qualcosa da dire in merito, sì. Ma di certo non è di questo che parlava l’articolo. 

La via che propone Disney+ è quella della preparazione ai contenuti: si vuole dar modo ai genitori di spiegare in che modo e perché la rappresentazione delle minoranze etniche in quei film è caricaturesca e offensiva. 

Ma cosa?! Chiaramente Disney è d’accordo con le lobby e Bill Gates per togliere i cartoni animati ai nostri bambini! Ridateci Peter Pan e togliete quei gay lì, che si baciano…che poi i bambini si impressionano!

Avendo sempre ricondotto il rogo dell’arte al nazismo, ho sempre considerato grottesco che i paladini della libertà di espressione si scagliassero sempre contro quello che altri non è se non pluralismo di espressione: le minoranze etniche che finora sono state costrette al silenzio ora possono dire che certe cose “non sono affatto okay”. E credevo grottesco anche il continuo riferimento a Fahrenheit 451, che nella mia testa era catalogato come “un gran libro a prescindere”, pur non avendolo ancora letto. Errore da non fare mai. 

«La gente di colore non ama Little Black Sambo. Diamolo alle fiamme. Qualcuno ha scritto un libro sul tabacco e il cancro ai polmoni? I fabbricanti e i fumatori di sigarette piangono? Alle fiamme il libro! Serenità, Montag. Pace Montag. Le tue battaglie combattile in sordina. Meglio ancora, buttale nel forno crematorio.»

Fahrenheit 451, Ray Bradbury

Ecco, quì si paragonano frischi e fraschi. Per chi non conoscesse la storia di “Little Black Sambo” (come me, tipo), si tratta di un libro per bambini illustrato del 1899, che ha per protagonista un ragazzino indiano. Il libro risulta particolarmente positivo per l’epoca in cui è stato scritto per quanto riguarda i contenuti – nel XIX secolo le persone nere erano per lo più visti come selvaggi, schiavi o, al massimo, animali da compagnia – ma a metà del XX secolo venne fatto notare come il titolo contenesse slur razzisti, tanto che una versione audio del 1950 lo cambiò in “Little Brave Sambo“. Nonostante ciò, il libro venne gradualmente estromesso dai libri consigliati. 

Fine parentesi Albertone Angela, torniamo al Fahrenheit. Il capitano degli incendiari, Beatty, – ma in questo caso Bradbury stesso – paragona la protesta di una comunità – “la gente di colore” – per il titolo razzista di un libro con le pressioni che una lobby come quella del tabacco può effettivamente esercitare sulla comunicazione e sulla politica. Nel primo caso parliamo di un contenuto offensivo, nel secondo di informazione sui rischi del fumo. Ma davvero, non è nemmeno questo il punto. Il punto è proprio l’abissale differenza di potere che passa tra la comunità afroamericana (nel 1953, peraltro!) e le multinazionali del tabacco. Come possono queste due dinamiche essere paragonabili? 

Ed è poi sempre bello notare come nella lotta alla censura non vengano mai tirate in ballo tutte quelle voci che sono state realmente silenziate fino a pochissimo tempo fa. Non uno solo di questi meravigliosi paladini di stocazzo che parli di come Elvis abbia di fatto derubato la comunità black del rock ‘n roll e del blues, oppure di tutte le donne che hanno scritto sotto pseudonimo maschile per essere pubblicate (quelle che ce l’hanno fatta, si intende). Eh, signora mia, una volta si stava proprio bene, ma adesso…

Adesso pare che non si possa più essere razzisti in pace, come successo di recente a Gina Carano. Per chi non seguisse Breaking Italy, Gina Carano era (il passato è d’obbligo) una delle star di “The Mandalorian”, la serie sull’universo Star Wars in esclusiva Disney+. Carano si era da tempo professata come sostenitrice di Donald Trump e per questo fortemente osteggiata sui social, tanto da portarla a paragonare se stessa e i trumpiani agli ebrei durante l’Olocausto. Cito dal tweet:

Gli ebrei sono stati picchiati per le strade, non dai soldati nazisti ma dai loro vicini … anche dai bambini. Poiché la storia è modificata, la maggior parte delle persone oggi non si rende conto che per arrivare al punto in cui i soldati nazisti avrebbero potuto facilmente radunare migliaia di ebrei, il governo prima ha fatto in modo che i propri vicini li odiassero semplicemente per essere ebrei. Come è diverso dall’odiare qualcuno per le sue opinioni politiche?

Gina Carano su Twitter

E ciao ciao al contratto con Disney+. 

Provvedimento esagerato? Mah. È il caso di fare un ragionamento a monte. La presidenza Trump ha diviso nettamente l’elettorato statunitense in pro e contro, creando indubbiamente un clima tossico da ambo le parti. Ma se i Trump supporters si sono trovati a subire rappresaglie sui social, lo stesso non si può dire degli attivisti BLM, che le rappresaglie se le sono subite sulla pelle. Tutto questo senza contare la violenza e il razzismo sistemico nei confronti della comunità POC, che di certo non sono iniziati nel 2016. 

Sulla base di questo, è davvero il caso di paragonarsi agli ebrei dell’Olocausto? Be’, che dire, follettini e follettine…forse no, tanto che il tweet è costato a Carano la parte in “The Mandalorian”. Giusto o sbagliato licenziare qualcuno per qualcosa che ha detto? E la libertà di parola? 

A mio parere, bisogna ripartire proprio dal concetto di libertà, che non significa fare tutto ciò che si vuole. Se da bambini ci insegnano a fare la pipì in bagno e non sul terrazzo, non lo percepiamo come “limitazione della libertà personale” ma come regola di educazione. E, sinceramente trovo molto meno offensivo un tizio che piscia sul balcone rispetto ad uno stronzo che in prima serata sulla tv nazionale inneggia a Hitler. E sì, sto parlando di Vittorio Feltri. 

Perché, in tutto questo, noi italiani partecipiamo tanto e ci spaventiamo per come la Cancel Culture viene applicata di là dall’Atlantico, ma rimaniamo il paese in cui vale tutto e senza alcuna conseguenza.

Perché è vero che Feltri è stato radiato dall’albo – e non per le sue opinioni, ma per la totale incuranza della veridicità delle notizie pubblicate sul suo giornale – ma troverà sempre qualcuno disposto ad ospitarlo in qualche salotto televisivo, magari anche sulla tivù pubblica. 

Siamo un paese meraviglioso. Viva la libertà.

Censori Furioni

di Federica Caslotti

La pratica di distruggere i libri esiste praticamente da quando è nata la parola scritta, e anche quando non si distrugge fisicamente il libro incriminato la censura può costituire un utile strumento per togliere dalla circolazione idee ritenute pericolose per lo status quo. Per quanto a qualcuno piaccia frignare asserendo che la dittatura del politicamente corretto gli sta tarpando le ali, nei Paesi del primo mondo godiamo di una situazione direi ideale. Anche in Italia che ha generato scandalo perché nella classifica annuale di Reporter senza frontiere si trova al 40esimo posto per libertà di stampa in realtà a pesare non è una censura cattiva che limita chi vuole dirci la verità, ma le pressioni che la criminalità organizzata oltre ai gruppi di neonazisti e neofascisti esercitano sui giornalisti minacciando in molti casi anche la loro vita e la loro incolumità. Per cui proibire e censurare veramente un libro nei paesi del mondo occidentale è molto difficile, ma questo non significa che istituzioni grandi e piccole non ci abbiano comunque provato. 

Tra questi tentativi di censura ce ne sono stati alcuni veramente comici. Come non cominciare proprio dal nostro amico, Fahrenheit 451, che, tra i tanti motivi per cui è stato tolto dalle biblioteche pubbliche e scolastiche vanta il caso di un gruppo di genitori del mississipi che chiese che fosse rimosso dalla lista delle letture estive dei figli perché conteneva l’espressione god damn. 

Sempre per restare in questo genere letterario, 1984 di George Orwell fu bandito per 40 anni in Unione sovietica per propaganda anticomunista, ma contemporaneamente fu bandito nel 1981 sempre da un’unione di genitori in Florida perché faceva propaganda comunista. 

Incontriamo in questo elenco anche una nostra vecchia conoscenza, Il signore delle mosche che è stato bandito da una serie di organizzazioni e istituzioni scolastiche per le più svariate ragioni, ma la giustificazione migliore è quando nell’81 viene ritirato da una scuola in North Carolina perché “veicola il messaggio che l’uomo non è altro che un animale”, eh be’ amore mio era proprio quello il punto. 

Vediamo invece il caso di un libro tristemente molto noto, il diario di Anna Frank di cui Camilla aveva già parlato in un articolo del blog che oltre ad aver subito una censura proprio all’origine, quando il padre della ragazza aveva deciso di coprire le pagine in cui lei faceva delle battute sconce diciamo, è stato bandito in diversi luoghi negli USA perché “troppo deprimente”.

Anche il giovane Holden ha subito in vari casi censure per i soliti motivi, ma mi è venuta in mente una cosa folle e l’ho cercata: il libro è finito varie volte sotto attacco perché sembra esserci una curiosa correlazione tra assassini e questo libro. Era il libro preferito di Mark David Chapman, l’assassino di John Lennon, che più volte ha detto che si identificava moltissimo nel personaggio di Holden, ma anche nel caso dell’omicidio di Rebecca Sheaffer, un’attrice che il suo assassino aveva stalkerato per lungo tempo, l’assassino, Robert Bardo, è andato a commettere l’omicidio con il libro in tasca, e anche Lee Harvey Oswald aveva una copia piena di orecchie e annotazioni di Il giovane Holden. 

Un altro caso che mi fa pelare è un libro di “Dov’è Wally?” che è stato ritirato perché si vedeva una donna che forse era in topless. 

E poi c’è un altro caso molto citato , di un libro dal titolo Are you there God? it’s me, Margaret, un romanzo di Judy Blume che ha per protagonista una ragazzina adolescente ed è finito nel mirino perché parla troppo di mestruazioni

Comunque questi sono i casi più famosi ed esagerati e li trovate elencati in numerosissimi siti e blog, se invece volete approfondire l’argomento della censura con un particolare focus sull’Italia vi consiglio un libro che ho portato a un esame e mi è piaciuto molto: Maledizioni di Antonio Armano raccoglie in ordine cronologico i casi più esemplari ed eclatanti di censura in Italia dal Dopoguerra a oggi sostanzialmente, perché l’articolo 528 del codice penale che punisce le pubblicazioni e gli spettacoli osceni non è mai stato abrogato, semplicemente non viene più applicato. Anche perché c’era la scappatoia cioè l’articolo 529 che stabilisce che non si può considerare oscena un’opera d’arte, e a un certo punto: come fai a distinguere?

Comunque quando i difensori degli autori hanno cominciato a capire questo giochetto si sono inventati altri motivi per denunciare autori, tipo diffamazione, blasfemia, che è stata depenalizzata solo nel 99.

Comunque vi cito in ordine cronologico i casi che mi sono piaciuti di più del libro: la prima vittima è Arbasino che mi ha fatto palpitare perché è vogherese. Mai letto niente di suo, probabilmente lo odierei, ma finisce nei guai già a 20 anni perché ha la fulgida idea di scrivere un racconto satirico su una famiglia vogherese molto benestante e conosciuta e pubblicarlo su un giornaletto locale solo che non li maschera abbastanza bene e tutti li riconoscono, quindi denuncia per diffamazione. Comunque se la sfanga perché assolvono lui e il giornaletto, dicono che è una goliardata, ecc ecc però gli resta addosso questa fama di essere uno che fa umorismo sulla pelle degli altri diciamo, e anni dopo mentre lavora a un romanzo si diffonde la diceria tramite anche giornali importanti che abbia inserito caricature e prese in giro di vari intellettuali di spicco suoi contemporanei. Quindi tutti cominciano a evitarlo, perché non vogliono offrirgli elementi per parlar male di loro oppure perché sospettavano già di essere finiti nel mirino. Poi questo romanzo, Fratelli d’Italia, esce, e la gente va a cercarsi nel romanzo per vedere se l’infame li ha davvero presi in giro, e insomma chi cerca trova, quindi a un certo punto gli arriva una telefonata di una persona che ha riconosciuto un tavolino che ha a casa nella descrizione di un ambiente poco chic, quindi minaccia di denunciare, poi finita in niente peccato perché sarebbe stato divertente il reato di leso tavolino.

Altro caso interessantissimo: quello del dottor Zivago, di Pasternak, che uscì i anteprima mondiale per Feltrinelli, in Italia, ma poco prima della pubblicazione in Feltrinelli arriva una lettera di Pasternak che dice “scusate raga non potete rimandarmi il manoscritto? No perché ci ho ripensato devo sistemare delle cose…” in Feltrinelli si guardano tra di loro e dicono “ma col cazzo” perché hanno capito che in realtà cos’è successo? E’ successo che al governo russo non piace per niente Il dottor Zivago perché è “antisovietico” e critica molto apertamente i bolscevichi. Pasternak è sopravvissuto alle purghe staliniane perché durante il regime è stato tranquillo e schiscio e solo durante il clima di “disgelo” con Crushev ha osato dare alle stampe il suo libro. E evidentemente a qualcuno ai piani alti non è piaciuto. Lui la vive bene comunque: durante un’intervista con l’emittente Radio Mosca invita tutti ad assistere alla sua fucilazione. In realtà non viene fucilato, il romanzo anche spinto dalle critiche che praticamente tutti i partiti comunisti gli rivolgono diventa un successo mondiale

Poi c’èil caso di milena Milani, autrice di La ragazza di nome Giulio, che negli anni Sessanta, stagione caldissima per i processi ai libri, finisce in tribunale perché il suo romanzo è giudicato gravemente offensivo al senso del pudore. Allora in questo romanzo la protagonista che in realtà si chiama Jules nel finale taglia il pistolotto a un tizio, però quello che sembra turbare di più i giudici non è quello, ma la descrizione del menarca di Jules. Sono le prime mestruazioni descritte nella letteratura italiana, siamo nel 64, i primi assorbenti moderni cominciano a essere usati negli anni 80. 

Sia Longanesi che Milani vengono condannati, poi verranno tutti assolti in appello ma è un caso che fa veramente scalpore perché Milani è la prima donna ad essere condannata in un processo di questo tipo. Milani è anche pittrice, molto nota negli ambienti intellettuali e sono tantissimi quelli che intervengono per sostenerla, tra questi il poeta Ungaretti

Insomma, ragazzi, come vedete gli strumenti per se non censurare almeno rompere le palle a scrittori diciamo scomodi ci sono anche in democrazia, e questi strumenti non sono i fan e le persone comuni che dalle piattaforme che hanno a disposizione mettono in discussione l’autorità di un personaggio pubblico o esprimono dissenso, semmai questi esercitano il loro diritto alla libertà di espressione, esattamente come il personaggio che ha ricevuto la critica che potrà ribattere e difendersi da tali accuse, e se ha davvero qualcosa da dire saprà rispondere, scusandosi o spiegando il suo punto di vista. Se l’unico modo in cui si riesce a ribattere è lamentandosi della censura e della Cancel Culture o accusando i critici di non capire niente, mi dispiace ma si sta partendo da posizioni molto molto molto deboli.

Finalmente posso dire qualcosa di veramente controverso: non ho mai avuto così tanta voglia di tirare una testata all’autore di un libro come ce l’ho adesso dopo aver finito di leggere Fahrenheit. Erano anni che aspettavo di leggere questo libro, avevo già letto Il popolo dell’autunno e mi era piaciuto quindi ero molto curiosa, e adesso sono molto molto delusa.

Prima di tutto, Il trattamento dei personaggi femminili è indegno, in particolare è impietoso verso il personaggio di Millie, la moglie di Montag, ma è problematico anche il trattamento del personaggio di Clarisse la vicina di casa 17enne di Montag perché tra i due l’autore costruisce una tensione romantica che per fortuna poi non si realizza ma è lì, è innegabile. Non viene mai chiarito perché i libri siano stati censurati, ma si suggerisce che sia stato un processo graduale perché le minoranze si lamentavano dei contenuti offensivi e per non offendere nessuno i libri sono diventati sempre più impopolari… MMM sbaglio o è quello che dicono anche i fasci, quando gli fai notare che han detto una cazzata e piangono perché con la dittatura del politicamente corretto non possono più dire niente, povere stelline? 

Poi parliamo un attimo dei libri che Bradbury ritiene degni di essere salvati: filosofi classici e autori della letteratura inglese. Per lui la società dovrà ripartire da lì. ma certo, sono solo i fondamenti della società occidentale che apparentemente stavi criticando per la sua degenerazione, non vedo cosa possa andare storto rifacendo tutto uguale da capo. Il messaggio che mi arriva alla fine non è affatto dirompente e di rottura come sembrerebbe volermi far credere il discorso che si fa normalmente intorno a questo libro, ma a me sembra anzi molto conservatore: la cultura media, la letteratura di genere, la cultura contemporanea non meritano di essere salvate, a dover sopravvivere mentre il resto della società viene spazzato via sono i classici, Platone e la Bibbia, i libri che bradbury considera degni. Hai voluto criticare la società, ma nel farlo hai buttato sotto l’autobus anche donne e minoranze, colpevoli di averti chiesto di prenderti le tue responsabilità riguardo a quello che hai scritto. La grande regola è “se puoi andare in tv a dirlo no, non ti sta censurando nessuno”

Ultima cosa: criticare un’opera è quanto di più lontano dalla censura ci sia. Anzi, accettare acriticamente e passivamente tutto ciò che un’opera ci propone solo perché è un classico, solo perché qualcuno ci ha detto cosa dobbiamo pensare di questo libro, senza interrogarci sul significato che certi messaggi, stereotipi, contenuti possono avere per noi è per me il più grande insulto all’intelligenza che si possa fare e la forma di controllo più amata dallo status quo. No quella cosa non si può dire perché lui è un genio, un artista, un intoccabile.


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