“Cuties” e la sottile differenza tra sessualizzazione e sessualità

di Federica Caslotti e Martina Da Ros

I primi di settembre un piccolo terremoto ha scosso le coscienze degli utenti Twitter: Netflix aveva appena annunciato l’imminente uscita sulla piattaforma di un film dal titolo Cuties, la cui locandina ha fatto strabuzzare gli occhi a diversi utenti. L’immagine scelta dal colosso dello streaming per reclamizzare l’opera infatti ritraeva le quattro protagoniste in costumini luccicanti e ristretti, e pose provocanti e allusive. Niente di nuovo sotto il sole, non fosse che le protagoniste hanno dai 12 ai 14 anni nella vita reale e interpretano nel film un gruppo di compagne di scuola 11enni.

La sinossi parlava di un film di formazione, in cui la protagonista Amy, una ragazzina di origine senegalese cresciuta in un quartiere degradato di Parigi, affronta la crescita e la scoperta della propria sessualità attraverso il twerking, scontrandosi con i valori tradizionalisti della sua famiglia. E, almeno in un primo momento, era vietato ai minori di 18 anni.

Ce n’era effettivamente abbastanza per chiudere Internet e non avvicinarcisi mai più.

Eppure sono emerse presto informazioni che hanno spinto molte persone a rivalutare la prima impressione che si erano fatte sul film. Prima di tutto Cuties non è, come qualcuno aveva pensato in un primo momento, una produzione originale Netflix: il film è scritto e diretto da Maïmouna Doucouré, sceneggiatrice e regista franco-senegalese classe 1985, la quale si è aggiudicata proprio grazie a questo suo primo lungometraggio, Mignonnes in lingua originale, il premio come miglior regista al Sundance 2020, probabilmente il più importante festival dedicato al cinema indipendente. Il film ha ricevuto anche una menzione speciale alla Berlinale 2020 e due premi César, come Miglior opera prima e per l’Attrice più promettente, dedicato alla giovanissima Fathia Youssouf che interpreta proprio la protagonista Amy.

Un film indipendente, pluripremiato e osannato dalla critica, diretto da una donna nera e musulmana che da bambina ha dovuto affrontare lo stesso conflitto vissuto da Amy, quello tra il modello di femminilità propostole dalla famiglia, profondamente religiosa e tradizionalista, e la ricerca della propria identità. Doucouré ha anche dichiarato che il suo intento era proprio quello di denunciare la sessualizzazione precoce cui le bambine sono sottoposte nella nostra società, spinte anche dalle pressioni che ricevono dai social media, dove chi è più esplicita e provocante riceve maggiori apprezzamenti. Confrontando la locandina originale e quella realizzata per Netflix, potremmo dire che quest’ultimo ha “tradito” il messaggio della regista, puntando sullo scandalo e sullo shock value per attirare l’attenzione sul film. Scelta che si è rivelata discutibile, con buona pace di chi sostiene che bene o male l’importante è che se ne parli.

Poi finalmente il film è uscito. E anche chi aveva deciso di dargli una seconda chance è rimasto, come noi, decisamente interdetto. La paura e l’eccitazione portate dalla crescita sono tratteggiate con delicatezza ed espedienti narrativi inusuali ed efficaci, la figura del padre di Amy pur non essendo mai presente riesce a incutere rabbia e angoscia, ed è bello anche il modo in cui la religiosità stoica e votata al sacrificio di Mariam, la madre di Amy, viene contrapposta da una parte alla ribellione della figlia, ma dall’altra a una visione più “accogliente” di Dio, non come giudice severo ma come padre benevolo che non vuole che i suoi figli si facciano carico di pesi che non possono sopportare. L’esperienza personale della regista, cresciuta tra due mondi, sballotata tra le aspettative che la famiglia aveva per lei e il mondo delle sue coetanee parigine, si riversa nel lato migliore del film. Ma quello che lascia comunque perplessi è proprio quella che voleva essere la denuncia della sessualizzazione femminile: perché se l’intento nell’inserire sequenze e inquadrature in cui le giovanissime protagoniste si esibiscono in mosse di danza provocanti ed esplicite era proprio quello di causare disagio nello spettatore, quello che manca è una condanna esplicita di questo tipo di sguardo che si posa sulle ragazzine. I momenti in cui personaggi secondari vengono redarguiti per il modo in cui guardano le protagoniste non sono abbastanza per controbilanciare le inquadrature insistenti su cosce e glutei delle stesse. Protagoniste che, ricordiamo, sono un po’ più grandi dei personaggi che interpretano, ma sono comunque tutte sotto i quattordici anni. La regista ha detto che ha fatto molte ricerche per questo film, entrando in contatto con ragazzine che davvero, soprattuto sui social, cercano di esprimere la propria individualità con balli e foto provocanti, spesso inconsapevoli delle possibili conseguenze. Ma proprio per questo motivo, è stato giusto rappresentare in questo modo sul grande schermo delle bambine che saranno per sempre immortalate in quelle inquadrature, in quelle pose?

La stessa storia non sarebbe stata altrettanto efficace se le protagoniste avessero avuto, diciamo, 15 anni e fossero state interpretate da attrici maggiorenni? In questo modo sarebbero state anch’esse più consapevoli della scelta di accettare tale ruolo nel film. Oppure, se la volontà era quella di documentare un fenomeno reale, non sarebbe stato altrettanto efficace realizzare un film-documentario, portare video reali (oscurando i volti) e magari romanzando comunque le storie delle protagoniste per raccontare la loro storia personale?

È importante ascoltare le parole della regista e sentire dalla sua voce il significato e i messaggi che ha voluto veicolare nel suo film, prima di esprimere giudizi come in troppi han fatto basandosi esclusivamente sul poster di Netflix, ma anche gli artisti sono esseri umani e come spettatori abbiamo anche noi il diritto di commentare o addirittura criticare un’opera, se riteniamo che l’obiettivo preposto dall’autore non sia stato raggiunto.


Noi non vogliamo cadere nel becero moralismo che si indigna dinnanzi a delle ragazzine che ballano in modo provocante, il nostro scopo è ben lontano dall’ondata di rifiuto che esordisce contro una sterile polemica sui social e sugli effetti che questi producono sui più giovani.
Ciò di cui vorremmo parlare, prima di approfondire i temi proposti da Doucouré, riguarda l’ ipersessualizzazione a cui le donne sono sottoposte nel cinema.

Non è una novità che i corpi delle donne siano soggetti,  più di tutti gli altri, a stereotipizzazione di avvenenza sessuale. Una ricerca condotta nel 2015 dal dipartimento di Media di comunicazione, diversità e inclusione sociale della Southern California Univerity ha preso in esame gli 800 film più di successo negli Stati Uniti (tra cui 100 nel 2015), classificati da Box Office Mojo, per analizzare le presenze femminili, l’inclusione della comunità LGBTQI+ e l’etnia. Ne è emerso che le donne sono vestite con indumenti sensuali il 30,2% delle volte, contro il 7,7% degli uomini, si mostrano nude il 29% delle volte rispetto alle 9,5% e interpretano ruoli di seduzione il 12%.


Non si intende condannare né la sensualità né la scelta consapevole delle attrici di mostrare o ostentare la propria avvenenza fisica, anche con atteggiamenti maliziosi o civettuoli; ciò di cui bisogna però rendersi conto è che spesso le richieste dei produttori alle artiste di esibire queste caratteristiche non sono dovute a una necessità creativa o di resa della trama, ma vogliono solo garantire un ricco profitto, dal momento che il botteghino apprezza il ruolo ipersessualizzato della donna.
Ben diverso è parlare di sessualità: serie cult come Sex & The City o il contemporaneo Sex Education hanno scelto di basare le vicende raccontate sul sesso e sulle implicazione che assumono nelle diverse trame, senza però avvalersi di un’ipersessualizzazione delle donne che infatti non è presente. Le scene di nudo di Sex & The City risultano coerenti alla storia raccontata e nessun personaggio esiste solo perché possiede un corpo proficuo da esporre.


Ma quando è iniziato il processo di ipersessualizzazione del corpo femminile?
Non esiste una data, ma è possibile collocare il giro di boa tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, quando le attrici, soprattutto pin-up, iniziarono a rivendicare la propria sensualità e sessualità in uno spirito di rivalutazione della figura femminile, non più relegata al ruolo secondario di moglie devota, casta e pura. Con il progredire dei decenni le grandi case di produzione si sono accorte che l’ ipersessualizzazione, anche quando impersonata da ragazze minorenni, vendeva molto.
Natalie Portman compì dodici anni sul set del film che la rese celebre, Léon. Dopo che la pellicola era diventata un successo mondiale, l’anno successivo, Portman aprì la lettera di un fan e scoprì che la fantasia sessuale dell’uomo in questione era di violentarla. L’attrice raccontò alla Women’s March del 2018 che la sua carriera fu all’inizio condizionata dall’ansia di apparire educata, intelligente, brillante ed elegante perché si era accorta che gli uomini stavano pensando a lei non come artista ma come oggetto sessualizzato e si sentivano in diritto di esprimere pareri su tutto ciò che riguardasse il suo corpo.

Oggi è diventata una prassi, non più una presa di posizione, tanto che è difficile cogliere la differenza tra sessualità e ipersessualizzazione e ancora più ostico è capire quando una scena di sensualità sia appropriata oppure no. La sovraesposizione sessuale è diventata così normale da portare alcune riviste a celebrare il compleanno di Keanu Reeves e Salma Hayek (entrambi nati il 2 settembre) in modi molto diversi: se per il primo si ripercorre la carriera cinematografica, per la seconda vengono ricordate le scollature più iconiche dei suoi Red Carpet.

Originally tweeted by OH PAMELA 💚 (@Pame_Soria08) on 2 settembre 2020.

Non solo nel cinema, ma anche nel mondo della musica vi sono abitudini mirate all’ipersessualizzazione della donna: si pensi alla celebre Britney Spears che, a diciassette anni, ballava e cantava …Baby one more time in abiti scolareschi accompagnati da un’evidente richiamo alla sessualità nelle pose, nella pelle scoperta e nelle espressioni.


Nel 2019 il cantante Pharell Williams ha preso le distanze da un testo da lui composto, Blurred Lines, divenuta una canzone in collaborazione con Robin Thicke e T.I., le cui parole erano già state al centro di una controversia. Alla rivista GQ avrebbe dichiarato:

“viviamo in una cultura sciovinista. Non l’avevo capito, non avevo realizzato che alcune delle mie canzoni potessero alimentare questo atteggiamento”.

La posizione di Williams riguarda la consapevolezza dell’incitamento al sessismo. Non solo il testo ma anche il video mostra un’ipersessualizzazione femminile: i tre uomini, vestiti, corteggiano e seducono tre ragazze in topless che vengono riprese anche in angolature e pose volte a incitare l’esaltazione sessuale dei loro corpi. Nel 2014, Thicke aveva dichiarato al The Today Show che la canzone era in realtà femminista perché incoraggiava a pensare agli uomini e alle donne nello stesso modo, sia come animali sia come potere. La sua affermazione era arrivata dopo che 20 università inglesi avevano chiesto l’esclusione di Blurred Lines dalla circolazione in radio.

Video di Blurred Lines nella versione non censurata in cui le tre modelle (Emily Ratajkowski, Jesse M’Bengue ed Elle Evans) appaiono in topless.

Se siamo così abituate all’ipersessualizzazione femminile, perché Mignonnes ci ha lasciato perplesse?
Cercheremo di non dare spoiler, ma la pellicola, a primo impatto, propone temi interessanti e molto attuali, tra cui l’immigrazione, i quartieri ghettizzati, l’inclusione sociale, l’assenza genitoriale, il passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza, la rappresentazione stereotipica del ciclo mestruale, la sessualizzazione delle adolescenti e l’invadenza della religione. Peccato che nessuno di questi argomenti venga sviluppato in modo degno. Il risalto viene dato ai social e alla vera o presunta influenza che questi parrebbero avere sui preadolescenti, la regia si concentra sulle mosse avvenenti delle giovani ballerine senza però sottolineare allo spettatore che sta guardando qualcosa di sbagliato e deve sentirsi a disagio per questo. Il risultato è una storia che avrebbe potuto raccontare parecchio ma rimane ingarbugliata  nella superficialità della trama principale (le ragazze che partecipano a una gara di ballo) e che pretende che lo spettatore si muova da solo per trarre le conclusioni.


A proposito di sessualizzazione, Camilla Magnani ne aveva già parlato qui: L’insostenibile leggerezza delle attenzioni non richieste

Se siete a vostro agio con la lingua spagnola, vi consigliamo questo video sull’argomento:

Se preferite un podcast (sempre in spagnolo, rassegnatevi):

Però siamo anche bravissime quindi ecco qualcosa in italiano:

Fonti:
“Cuties” su Rotten Tomatoes

https://www.voanoticias.com/entretenimiento/mujer-hispana-hollywood

https://www.quotidiano.net/magazine/pharrell-williams-canzoni-1.4835438

https://web.archive.org/web/20131112112427/http://www.pulpinterest.com/music/uk-universities-ban-robin-thicke-blurred-lines/


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