Fashion victims

Quando la moda uccide

di Federica Caslotti

Ormai anche i sassi hanno visto Bridgerton, la chiacchieratissima serie made in Shondaland, e avrete sicuramente notato almeno un paio di scene in cui si mette sotto accusa un terribile nemico invisibile delle donne: il corsetto.

Qualsiasi period drama uscito negli ultimi anni ama dipingere questo indumento come uno strumento di tortura, in grado, secondo le dicerie almeno, di comprimere gli organi, togliere il respiro e perfino uccidere le povere malcapitate che si trovavano a indossarlo. 

Immagine satirica che prende di mira la moda del tightlacing. (Non ci risulta che la macchina illustrata sia mai esistita.)

Eppure stiamo parlando di un’epoca in cui praticamente ogni capo d’abbigliamento era realizzato su misura, da una sarta o dalla persona stessa che l’avrebbe indossato, perché dobbiamo ricordarci che non erano solo le gran signore che vivevano nella bambagia a indossare il corsetto, ma le donne di ogni classe sociale, che lo portavano anche mentre lavoravano in casa, in fabbrica o nei campi. 

Salta fuori che, per anni, ci siamo accanite contro il nemico sbagliato.

Il corsetto era un indumento intimo indossato quotidianamente, progettato sì per modellare la forma del corpo ma principalmente per sostenere il seno, e che, un po’ come le scarpe, si è evoluto ed è cambiato nel corso della Storia per adattarsi alle mode: la povera Prudence Featherington si è fatta strizzare in un corsetto per niente, visto che gli abiti stile impero in voga durante la Regency Era non mettevano in risalto il punto vita, e i corsetti dell’epoca infatti non erano così stretti.

La pratica che tanto ci impressiona e che viene sempre rappresentata nei media moderni è quella del tightlacing, nata in epoca vittoriana quando la moda imponeva una silhouette a clessidra alla figura femminile. Ma mettiamo in chiaro una cosa: erano molte poche le donne che potevano permettersi di perdere tanto tempo a farsi strizzare il punto vita da una cameriera, e proprio per questo tale pratica era riservata agli eventi più eleganti e importanti, e non certo alla vita di tutti i giorni. Un po’ come i tacchi a stiletto: certo che fanno male a schiena, piedi, postura e quant’altro, ma se li indossate una volta ogni due settimane per due o tre ore penso possiate stare relativamente tranquillɜ.

Non voglio privare scrittorɜ e sceneggiatorɜ di un trope che può essere comodamente ed efficacemente utilizzato per denunciare l’oppressione della donna nei secoli scorsi, ma voglio che sappiate che ci sono state diverse mode ben più letali da cui potreste trarre ispirazione. 

A ME GLI OCCHI

Pianta velenosa e associata alle streghe, la belladonna è chiamata in inglese deadly nightshade, “ombra notturna mortale”. Poetico ma per nulla rassicurante. Allora come ci siamo ritrovati noi a darle un nome così innocente? Pare che derivi dalla pratica delle dame rinascimentali di usare il distillato di questa pianta come collirio: poche gocce e gli occhi risultavano luminosi e la pupilla innaturalmente dilatata. Uno sguardo che certamente non lasciava indifferenti ma che aveva diversi effetti collaterali: la belladonna in dosi massicce può indurre allucinazioni, febbre, tachicardia, e, beh, Atropo, cui la pianta deve il suo nome scientifico (Atropa Belladonna), era delle tre Moire quella che tagliava il filo della vita, quindi fate un po’ voi.

PELLE DI PORCELLANA

Elisabetta I, grande estimatrice del cerone bianco

La pelle bianca è stata a lungo considerata nell’Europa occidentale simbolo di ricchezza, ma anche di virtù e bellezza. Non è difficile immaginare dunque che, quando tra XVI e XVII secolo si diffuse la moda della cerusa, o bianco veneziano, un cerone il cui ingrediente principale era il piombo, tale sostanza abbia mietuto parecchie vittime. 

Il cerone prometteva di rendere la pelle bianca e liscia, e a livello superficiale era proprio così. Ma sotto la maschera, il piombo corrodeva la pelle, costringendo a strati sempre più spessi di cerone, e, quel che è peggio, portava al saturnismo, avvelenamento da piombo, i cui sintomi comprendono irritabilità, affaticamento, dolori addominali, costipazione, neuropatia periferica e, se l’esposizione continua nel tempo, morte.

CHI DI VERDE SI VESTE

… di sua beltà si fida, recita il proverbio. Una vanità che nel corso del XIX secolo avrebbe potuto costare cara. All’inizio dell’Ottocento i chimici riuscirono a ottenere una tintura di colore verde brillante, in grado di durare nel tempo senza alterazioni. Questo “verde smeraldo” piacque subito alle signore inglesi, e cominciò a essere impiegato negli abiti, nei tendaggi, nei tappeti e persino nella carta da parati. Peccato che il merito di questa tonalità sgargiante fosse da imputare all’arsenico

Le cronache dell’epoca riportano casi di persone avvelenate da abiti, guanti e calze verdi, bambini ammalati e in alcuni casi deceduti perché cresciuti in stanze decorate con tappeti e carta da parati di questo colore, ma se queste storie sono shockanti, dobbiamo ricordarci che a pagare il prezzo più alto di questa moda furono le operaie che lavoravano quotidianamente a contatto con queste tinture. Nel 1861 causò grande scandalo la morte della 19enne Matilda Scheurer, una ragazza descritta come attraente e, almeno prima di cominciare a lavorare in una fabbrica londinese di fiori finti,  in piena salute. Compito della giovane era dipingere le foglie: in questo modo inalava costantemente il pigmento verde, e a ogni pasto ingeriva ciò che della pittura le restava sulle mani. La stampa non risparmiò i dettagli cruenti della sua morte: la ragazza cominciò a vomitare una sostanza di un verde brillante, la sclera degli occhi le si era fatta dello stesso colore, e in punto di morte la sfortunata cominciò a delirare, e a ripetere che tutto quello che vedeva era diventato verdeQui un articolo rievoca la sua triste vicenda.

Nonostante gli effetti dell’arsenico fossero ben noti (era comunemente usato come veleno per topi), la gente non smise di voler indossare questa letale tonalità. Gli eventi più in erano pieni di gente letteralmente vestita per uccidere…

TI TROVO RADIOSA OGGI

Un elemento da poco scoperto, fonte di energia e che emana una fighissima luminescenza verde al buio. C’è da sorprendersi che all’indomani della scoperta del radio ad opera dei coniugi Curie la gente fosse più entusiasta che preoccupata degli effetti a lungo termine? Così nei primi del Novecento si diffusero creme, dentifrici, ciprie, tonici e altre diavolerie tutte a base di radio, che promettevano, tra i tanti benefici, di rendere il sorriso luminoso, appianare le rughe e curare l’impotenza maschile. 

Per fortuna la moda dei prodotti radioattivi fece sì che molte creme e prodotti cosmetici fossero venduti come “a base di radio” quando in realtà ne contenevano poco o niente, per cui questi prodotti, anche se non facevano niente di quello che promettevano di fare, non erano dannosi come avrebbero dovuto essere se avessero contenuto davvero quello che dicevano di contenere. Non si può dire lo stesso di molti altri trattamenti.

Il golfista americano Eben Byers fu una delle più illustri vittime di Radithor, bevanda energetica venduta come una panacea di tutti i mali. L’uomo ne beveva tre bottiglie al giorno, decantandone i vari benefici, finché non gli si staccò la mascella

Anche in questo caso però a subire le conseguenze più gravi furono le donne che quotidianamente lavoravano a contatto con questo elemento. Sono diventate tristemente celebri le “ragazze del radio”, operaie presso la United States Radium Corporation dove avevano il compito di dipingere le lancette degli orologi con questa sostanza per renderle visibili al buio, e per mantenere la punta del pennello sottile e precisa avevano ricevuto istruzioni di inumidirla con la lingua, ingerendo quindi piccole quantità di radio che portarono molte alla necrosi della mandibola e alla morte.

L’EROINA TI FA BELLA

Twiggy Lawson

Forse non ci avete mai pensato, ma anche le modelle sono cambiate insieme alle mode. Alla nascita della haute couture erano donne qualunque, spesso amiche, o compagne degli stilisti come nel caso di Marie Verneth, moglie e modella di Charles Frederick Worth, considerato il “padre” dell’alta moda. Non diventavano famose posando come modelle, e nemmeno gli stilisti avevano interesse che lo diventassero: ad attrarre il pubblico dovevano essere gli abiti, non le donne che li indossavano.

Quando negli anni Sessanta la moda diventa un’industria però le cose cominciano a cambiare: nascono le agenzie di modelle, che inizialmente non impongono delle misure standardizzate, almeno, non fino al grandissimo successo di Twiggy, la modella inglese alta, sottile e coi capelli alla maschietta (di cui abbiamo parlato anche qui) che propone un nuovo tipo di bellezza contrapposto a quello dominante negli anni Cinquanta, quando il new look di Christian Dior aveva riportato in auge la silhouette iperfemminile a clessidra ottenuta grazie al tanto osteggiato corsetto. La storia della moda è fatta di ribellioni ed eterni ritorni: la figura longilinea, gli abiti dritti che non evidenziano i fianchi, le minigonne e i capelli cortissimi non possono non richiamare alla memoria le garçonne degli anni Venti.

Negli anni Settanta la moda diventa un fenomeno globale, le agenzie di modelle sbarcano anche fuori da Stati Uniti ed Europa, portando diversità sulle passerelle, e si torna a preferire fisicità più floride rispetto alle bellezze androgine degli anni Sessanta. Ma il fenomeno delle supermodelle nasce di fatto solo negli anni Ottanta: un decennio di lusso, eccessi, grandi contraddizioni. Per le donne (poche privilegiate in realtà, bianche e benestanti) diventa più facile accedere a posizioni di potere, si afferma così il power dressing il cui massimo interprete è Giorgio Armani, che propone il completo maschile giacca-pantalone anche per le donne, mantenendo però una linea sexy e iperfemminile. Il corpo va curato e messo in mostra, e per farlo deve essere tonico e muscoloso: ecco quindi che arriva il successo per le bellissime modelle volute da Gianni Versace per portare i suoi abiti in passerella. Naomi Campbell, Cindy Crawford e Claudia Schiffer sono il nuovo ideale di bellezza, cui le donne cercano di avvicinarsi massacrandosi di palestra. 

Una magrissima e giovanissima Kate Moss conquista il mondo della moda con la sua aria da “orfanella”, dimessa e trascurata.

Ma la reazione a questo nuovo modello, al corpo eroico ed erotico delle super modelle, non tarda ad arrivare. È il 1993 e Calvin Klein sceglie per promuovere il suo profumo Obsession una ragazzina magrissima, quasi emaciata, e dall’aria dimessa: la 19enne Kate Moss diventa così il volto non solo della famosa casa di moda americana, ma anche di un nuovo ideale di bellezza, l’heroin chic.

Pelle chiarissima, ombre scure sotto gli occhi e magrezza esasperata sono la reazione al modello imposto negli anni Ottanta, alla sua bellezza curata, alla sua opulenza e benessere che presto si sarebbero rivelati effimeri. Siamo andati molto oltre la magrezza delle flapper o delle ragazze della swinging London negli anni Ottanta l’epidemia di AIDS scoraggia l’assunzione dell’eroina per iniezione, ma la sostanza continua ad essere consumata. Da droga economica, rischiosa, “da poveri”, l’eroina, che in questo decennio si sniffa e non ci si inietta più, diventa la droga dei vip, della gente dello spettacolo, della classe dirigente, diventa “glamour” e gli effetti si vedono sui corpi che sfilano sulle passerelle. A segnare la fine dell’heroin chic è la morte del giovanissimo Davide Sorrenti, figlio della fotografa di moda Francesca Vespucci Sorrenti e anch’egli promettente fotografo, scomparso nel ‘97 a soli vent’anni, stroncato da un’overdose. Di lui restano i suoi scatti che immortalano l’estetica grunge della metà degli anni Novanta, e il grande scalpore suscitato dalla sua morte, che spinse addirittura l’allora presidente Bill Clinton a condannare pubblicamente l’industria della moda che usava “adolescenti mezze nude” e la “glorificazione della dipendenza” per “vendere vestiti”.

Giselle Bundchen e il ritorno delle “modelle sexy”.

Nel 1999 Giselle Bündchen compare sulla copertina di Vogue, che titola “Il ritorno delle modelle sexy”. Tutto bene, dunque? Ci siamo lasciati alle spalle le mode pericolose, i look malsani, tutti i “chi bella vuole apparire un poco deve soffrire”? La risposta appare scontata. 

Anoressia e bulimia continuano a essere diffuse tra giovani e giovanissimi, in particolare ragazze: se il culto dell’apparenza, l’ossessione per il controllo del peso, e la magrezza estrema sono non solo glorificati ma normalizzati dai mass media, le modelle costrette da contratto ad affamarsi in vista delle sfilate non sono la causa ma tra le vittime di questo sistema. Con il Web sono nati i gruppi “pro-ana”, in cui ragazze si incoraggiano a vivere l’anoressia come uno stile di vita e non una malattia. E fino a pochi anni fa non era raro che i medici dovessero intervenire per salvare pazienti dall’occlusione intestinale causata dalle palline di cotone che avevano ingurgitato nella speranza che li aiutassero a placare la fame e perdere peso.

La chirurgia estetica, il fotoritocco e i filtri fotografici non fanno che aumentare le nostre insicurezze, convincerci che non siamo come dovremmo essere, come vediamo le altre donne nelle immagini modificate, e da queste insicurezze trae profitto chi vuole venderci prodotti per il make up che promettono di blurrare i pori come in un effetto di Instagram o bibitoni lassativi che sì, ci fanno perdere peso, ma in un modo decisamente poco sano e piacevole. La Francia ha pochi anni fa approvato una legge che dovrebbe impedire alle agenzie di modelle di imporre standard che incoraggino l’anoressia, ma provvedimenti analoghi non si sono diffusi ad altri Paesi europei. Sono sempre più popolari le modelle curvy, che dimostrano che la bellezza non esiste in una sola taglia, eppure la maggior parte delle volte esse sfilano in una categoria a parte. 

E, anche se con dinamiche diverse, anche gli uomini e in particolare i ragazzi più giovani risentono di un’immagine non realistica del corpo maschile proposto dai media: molti di noi non si rendono nemmeno conto che attori come Henry Cavill o Jason Momoa sono obbligati a diete massacranti e insostenibili per esibire un fisico da body builder in film e serie tv, generando insicurezza e deprecabili episodi di body shaming

Dire che ciascunə di noi è bellə a modo suo non ci salverà dall’insicurezza, dalla fragilità, dal timore di non essere abbastanza magrɜ, abbastanza bellɜ, abbastanza in generale. Forse saremo liberɜ solo quando arriveremo a convincerci che la bellezza non esiste in forma “oggettiva”, universale, che non è la conditio sine qua non per poter essere felici, ma un “accidente”, un attributo che capita senza meriti particolari e in forme diverse e uniche, ma che non è l’unica qualità desiderabile nella vita, né la più importante. 

In a society that profits from your self doubt, liking yourself is a rebellious act.

Caroline Caldwel

Ehi, avevamo già parlato di ideali di bellezza “scomodi”: leggi anche Ossessione bellezza di Valentina Maggi


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