Il mio anno di riposo e oblio

di Martina Da Ros

Fonte: Ibs

Non so se tutti voi ne siate provvisti, ma nella mia combriccola di fiducia con cui condividevo le uscite serali, in quei tempi lontani in cui erano permesse, c’è anche l’amica misteriosa, affascinante, con lo sguardo magnetico e l’espressione convinta di chi sa quando sta dicendo qualcosa al momento opportuno. Con questa amica così unica e peculiare scambio consigli di lettura o chiedo addirittura un consulto quando vorrei informarmi su un tema e non ho idea sul da dove si cominci: quasi sempre lei ha la risposta, vuoi perché ci conosciamo da anni e la mia memoria ha spostato nei ricordi impliciti che non so di avere quali siano i suoi interessi e le sue passioni, vuoi perché magari non me ne sono mai resa conto ma lei è davvero onnisciente. E può darsi che la seconda sia proprio l’ipotesi più verosimile.
Fatto sta che ora non si può più uscire la sera e i consulti di lettura avvengono su whatsapp. Da un lato è meno magico perché viene a mancare il suo sguardo di disapprovazione o accettazione al sentire il titolo del libro che propongo,  dall’altro le frasi sono scritte con più calma e con la lentezza che contraddistingue la nostra chat, caratteristica che ci aiuta a ragionare di più su ciò che dice l’altra.

Quando le ho scritto l’ultima volta ero nel pieno della lettura di Il mio anno di riposo e oblio, di Ottessa Moshfegh e ne ero ammaliata. Prima ancora di decidere di acquistarlo, mi avevano colpito il nome della scrittrice, di cui non avevo mai letto nulla, e il suo background etnico: statunitense di prima generazione nata da padre iraniano e madre croata. Mi era sembrato un connubio singolare, due culture che condividono così poco chissà cosa avrebbero trasmesso a una figlia che, per di più, decide di diventare scrittrice e indagare l’animo umano. La ciliegina sulla torta è arrivata con la sua scelta di attribuire alla protagonista del suo romanzo origini wasp senza puntare la trama verso il manifesto politico. La narrazione si muove nella vita di una ragazza insoddisfatta, nonostante all’apparenza abbia tutto, eredità cospicua inclusa, e la natura non le abbia negato qualità stereotipiche della bellezza occidentale: è alta, magra e bionda.
Un misto insopportabile di infelicità e apatia la spinge a scegliere una via verso la speranza di una rinascita per la sua esistenza. Accompagnata da una discutibile e stravagante psichiatra, la giovane donna si sottopone a dosi massicce di psicofarmaci che dovrebbero indurle giornate di sonno, in modo che possa risvegliarsi dopo un anno riposata e pronta a dirigere la propria vita.

Ora, credo sia necessario sapere che la mia affascinante amica e io, durante gli anni universitari pieni di dubbi, perplessità e incoerenze, ci siamo confrontate spesso su temi quali il sonno rigenerativo, la dromocrazia e le crisi esistenziali. Proprio per questo mi è sembrato geniale rivolgermi a lei e chiederle se conoscesse il libro, del quale ero ancora a metà ma conquistata proprio dalla vicinanza che sentivo con la trama (non con la protagonista perché bionda ok ma magra mai stata ed ereditiera tanto meno).
La mia amica mi ha però risposto con qualcosa di sconvolgente: mi ha scritto che a lei, il finale, non era piaciuto.
Non so se sia stato per l’influenza che ho subito dal suo pensiero, ma nemmeno a me ha emozionato la conclusione di una storia così particolare che si legge tutta d’un fiato, tanto lo stile della scrittrice è scorrevole oltre ad avvalersi di una traduzione in italiano che gli rende giustizia.
Non vi voglio rivelare come finisce, ma vi consiglio senza dubbio di leggerlo. Credo che nella maggioranza dei casi trascini il lettore in una lettura appassionata, ma le opinioni si diramano verso gli ultimi capitoli, quando gli interrogativi esistenziali vengono sostituiti da quelli più pragmatici e alcune sfumature della personalità della protagonista diventano più nitide. Penso inoltre che sia un romanzo geniale da leggere nel periodo post-universitario; non lo consiglierei alla me stessa del passato, quando ero troppo presa dalla negatività per accettare storie simili alla mia che però proponevano un risultato diverso da quello che consideravo potesse essere l’unico. Confusa questa frase, vero? Lo so, ma non voglio darvi spoiler, né ammorbarvi con i drammi dei miei vent’anni.
Ecco, magari leggetelo proprio per questo: capire che i vent’anni sono stati difficili però dai, ce l’abbiamo fatta! 

E voi? Avete mai letto qualcosa di Ottessa Moshfegh? E cosa ne pensate de Il mio anno di riposo e oblio?


Video Intervista all’autrice:


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