Diritto all’aborto: com’è andato il 2020?

di Martina Da Ros

A costo di sembrare banale, non si può iniziare un resoconto di un aspetto del 2020 senza la seguente frase: il 2020 è stato un anno pessimo. Che si voglia dire bisesto anno funesto, che si preferisca essere più realisti e appellarsi alla zoonosi, al capitalismo e alla crisi climatica o che si creda sia una punizione divina, è innegabile che l’anno che (per fortuna) si sta per concludere abbia ostentato le disparità sociali e di genere. 

Ed eccoci quindi a parlare di una forma di discriminazione subdola, difficile da identificare come tale, ma che ha trovato nel 2020 e nelle incapacità governative di gestire la parità di genere terreno fertile per la sua crescita: l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Perché parliamo di discriminazione? Non è immediato collegare questa parola all’IVG, se non per moralismi contrari alla sua pratica che trovano nell’interruzione della crescita embrionale l’unica vera discriminazione, commessa a opera della donna. La vera discriminazione, al contrario di quanto ci insegnino le morali comuni a molte religioni, non la subisce il feto, ma la vive donna nello specifico e il genere femminile in generale nel momento in cui  viene negato, osteggiato, complicato o giudicato l’accesso all’aborto legale, sicuro e gratuito. Se la donna non fosse discriminata, non le verrebbe imposto un controllo sul suo corpo e sul suo sistema riproduttivo. 

Foto Barbieri Mirko/LaPresse13-10-2018 Verona – ItaliaCronacaVerona, corteo Non Una di Meno in risposta all’approvazione della mozione anti-abortoNella foto: un momento del corteo

Partiamo da un dettaglio fondamentale: in Italia l’aborto rientra tra i LEA, i livelli essenziali di assistenza. Si tratta di quei servizi e prestazioni che l’ASL è tenuta a offrire, sempre. Peccato che durante la prima ondata di contagi da COVID-19 in Italia, molti ospedali, in seguito alla riorganizzazione, abbiano reso impossibile l’accesso all’IVG, già parecchio difficile visto il grande numero di medici obiettori. A cercare di alleviare la situazione di confusione ed emergenza è intervenuta Silvana Agatone, ginecologa e presidente della Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’applicazione della legge 194/78 (Laiga), che ha fornito un vademecum a più medici possibile, specificando che i centri IVG non possono rifiutare le pazienti non residenti nel comune. 

A giugno però, quando recarsi in ospedale era ancora pericoloso e difficile a causa dei contagi, la presidentessa della Regione Umbria Donatella Tesei aveva imposto tre giorni di ricovero alla somministrazione della RU486. La pillola, legale in Italia dal 2009, prevedeva il day hospital senza obbligo di ricovero e la scelta di Tesei, in un momento in cui la sanità pubblica era ancora alle prese con l’emergenza, aveva scatenato il malcontento di parecchi. Poco dopo, l’8 agosto 2020, le nuove linee guida del Ministero della Salute hanno chiarito che non sono più richiesti né il day hospital né il ricovero ospedaliero per le donne che assumono la RU486 ma che le pazienti possono tornare a casa dopo mezz’ora dalla somministrazione del farmaco, salvo, ovvio a dirsi e come vale per qualsiasi pratica medica, eventuali complicazioni.
Non tutte le aree italiane si sono adattate: in Piemonte una circolare annunciata dalla regione a ottobre limita la somministrazione della Ru486 solo negli ospedali e non nei consultori, introducendo anche i movimenti per la vita nelle strutture in cui si pratica l’IGV. Sulla stessa scia anche le Marche, il cui assessore alle Pari Opportunità  Giorgia Latini ha dichiarato l’intenzione di rimuovere la pillola abortiva dai consultori perché essi devono essere centri di informazione e non luoghi in cui praticare l’aborto. 

Anche durante la seconda ondata di contagi, nel mese di novembre, la confusione in merito all’IVG era ancora tanta. Le indicazioni sui tamponi, per esempio, riguardavano solo la donna “gravida, partoriente, puerpera, in allattamento”. E le donne che volevano ricorrere all’aborto? Dovevano sottoporsi al tampone oppure no? E nel caso di un tampone positivo, che fare? L’IVG era rimandabile? A queste domande è mancata una risposta precisa da parte delle istituzioni ed è capitato che alcune donne dovessero percorrere chilometri per raggiungere un centro idoneo per la pratica. 

Una delle tante manifestazioni polacche
Fonte: Il Corriere della Sera

Intanto, in Polonia, da giovedì 22 ottobre fino a che stato permesso dalle restrizioni per contagi da Covid-19, centinaia di migliaia di polacchi sono scesi in strada per protestare contro la sentenza della Corte Costituzionale che inasprisce le condizioni per cui è possibile scegliere di abortire. Finora il paese lo permetteva solo in caso di pericolo di vita per la madre, stupro o gravi malformazioni del feto. Con le nuove disposizioni, sarà possibile solo nei primi casi, che rappresentano un esiguo 2% di tutte le interruzioni volontarie di gravidanza effettuate. Le manifestazioni sono state sedate con l’intervento dell’esercito e il Presidente del partito Diritto e Giustizia, Jarosław Kaczyński, che da cinque anni guida il paese, ha incitato i suoi sostenitori a scendere in piazza per difendere le chiese. Nemmeno dall’opposizione è arrivata una risposta degna: Tomasz Grodski, senatore di sinistra, ha appoggiato la protesta contro la restrizione dicendo “sono le donne, spesso silenziosamente e senza farsi notare, ad assicurare che la nostra vita continui armoniosamente e senza intoppi”, parole che sono suonate maschiliste, oltre che deboli e inutili, e di conseguenza sono state bocciate da gran parti dei manifestanti.  

Ci sono però anche notizie positive, che procedono verso la legalizzazione dell’IGV in luoghi in cui prima era impensabile.
In Nuova Zelanda è stata approvata la sua legalizzazione il 18 marzo ed è entrata in vigore il 25 dello stesso mese. Non vi saranno più restrizioni per le donne che vogliono ricorrervi: prima, con la legge del 1977, era necessario il consenso di due medici e dimostrare una condizione di pericolo per la salute fisica e/o mentale della donna. Potrà anche essere somministrata la pillola abortiva, in modo che l’IGV sia accessibile anche nei centri rurali, dove il numero di ospedali o ambulatori è più esiguo. 

Speranzoso anche il caso dell’Argentina: il 10 dicembre 131 deputati della Camera hanno votato a favore per il disegno di legge per la legalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza, contro i 117 sfavorevoli e 6 astenuti. Prima l’aborto era consentito solo in caso di stupro o di pericolo per la salute della donna. Perché la legge venisse approvata dal Senato il 29 dicembre, è stato necessario inserire delle clausole che ne facilitassero il consenso, come l’introduzione dell’obiezione di coscienza, piuttosto criticata dai movimenti femministi. Come ha ricordato la presidentessa per la commissione delle donne Mόnica Macha, una donna che vuole abortire non viene bloccata dall’illegalità e infatti si stima che in Argentina vi siano tra i 370 e i 520 mila aborti clandestini, che causano circa 50 morte ogni anno. 

Hundreds of women participate in a demonstration in favor of legal abortion during the XXXIV National Meeting of Women, in La Plata, Argentina, 12 October 2019. The Argentine city of La Plata, in the province of Buenos Aires, hosts the 34th National Meeting of Women, which the organization expects to be the most massive, pending the strong thunderstorms that hit the country and forced the suspension of the inaugural act. EPA/Demian Alday Estévez

Nel 2020 la parità di genere è stata messa, di nuovo, a dura prova. Simone de Beauvoir ci aveva avvertite dicendo

“Non dimenticare mai che una crisi politica, economica o religiosa sarà sufficiente per mettere in discussione i diritti delle donne. Questi diritti non saranno mai acquisiti. Dovrai rimanere vigile per tutta la vita.”

Forse non aveva previsto alcuna pandemia, ma ha saputo allertarci su quanto i diritti delle donne fossero volatili. E non bastano Argentina e Nuova Zelanda a tirarci su il morale; certo è una vittoria, ma finché la legalizzazione dell’aborto non sarà ovunque e le donne non avranno davvero accesso alla sua pratica, non potremo festeggiare. 


FONTI

Obiezione Respinta

https://www.ilpost.it/2020/04/03/aborto-ivg-coronavirus/

https://www.ilpost.it/2020/11/11/nuovi-problemi-aborto-coronavirus/

https://www.ansa.it/piemonte/notizie/2020/10/31/aborto-protesta-a-torino-piemonte-limita-accesso-a-ru486_7d12c048-fb9c-49fb-a01f-fe048da19e8b.html

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/08/08/aborto-finalmente-la-riforma-sulla-ru486-a-chi-protesta-ho-qualcosa-da-ricordare/5894108/

https://www.repubblica.it/esteri/2020/11/28/news/polonia_donne_in_piazza_contro_le_leggi_anti-aborto_scontri_con_la_polizia-276255507/

https://www.orizzontipolitici.it/aborto-liberalizzato-in-nuova-zelanda-e-nel-mondo/https://www.corriere.it/cronache/20_novembre_18/covid-ivg-cosi-sempre-piu-donne-sono-costrette-cambiare-regione-abortire-94f1ad18-298e-11eb-884f-3aae855c458a.shtml


https://www.dinamopress.it/news/la-marea-verde-torna-piazza-argentina-laborto-legale-approvato-al-congresso/


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