02×03 Playlist di una vita: Alta Fedeltà di Nick Hornby

La gente si preoccupa perché i ragazzini giocano con le armi, perché gli adolescenti guardano film violenti; c’è la paura che nei giovani finisca per imporsi una specie di cultura della violenza. Nessuno si preoccupa dei ragazzini che ascoltano migliaia di canzoni – migliaia, letteralmente – che parlano di cuori spezzati, e abbandoni e dolore e sofferenza e perdita. Le persone più infelici che conosco, dico in senso amoroso, sono anche quelle pazze per la musica pop; e non sono sicuro che la musica pop sia stata la causa della loro infelicità, ma so per certo che sono persone che hanno ascoltato canzoni tristi più a lungo di quanto non siano durate le loro tristi storie.

Alta Fedeltà, Nick Hornby

Il romanzo di questa puntata è Alta Inf…scusate, volevo dire Altà Fedeltà, di Nick Hornby. Classe 1957, Hornby è famoso sia come scrittore che come sceneggiatore, avendo adattato per il cinema Febbre a 90, tratto dal suo stesso romanzo ed interpretato da Colin Firth. Nel cinema britannico diventa famoso anche grazie alle sceneggiature di An Education, del 2009, diretto da Lone Scherfig e interpretato da Carey Mullighan e di Brooklyn, del 2015, per cui ha ricevuto una candidatura all’Oscar come Miglior Sceneggiatura non originale. 

Cercando il suo nome su Google, si trova ben poco al di fuori della lunga lista dei suoi romanzi – brevi o medio lunghi. È laureato a Cambridge. Si è sposato due volte. Ha tre figli, di cui il primo affetto da autismo. Ha partecipato alla creazione della charity Ambitions about Autism. È un grande tifoso dell’Arsenal tanto che il suo primo libro pubblicato – Febbre a 90 – altro non è che un’autobiografia sulla sua passione da tifoso. 

Per il resto, l’Enciclopedia Britannica non fa altro che elencare i suoi numerosi successi editoriali e cinematografici. 

Alta Fedeltà è il suo terzo libro e primo romanzo e, come presto scoprirete, parla di musica. 

Rob Fleming è nel bel mezzo del cammin della sua vita, possiede un negozio di dischi nel nord di Londra, ha molti vinili, un’enorme conoscenza della musica pop ed è stato appena piantato. Laura, la donna con cui conviveva, se ne va, lasciandolo in casa da solo ad elencare la top 5 delle delusioni d’amore della sua vita. Da quel momento, per Rob parte una lunghissima riflessione per niente lucida su tutto ciò che è andato storto nelle sue relazioni sentimentali. 

Ma la musica? La musica non è solo il filo conduttore del racconto, è la lingua in cui è scritto, è il coltello con il quale Rob scava dentro se stesso. 

È la Londra degli anni 90, post Tatcheriana, ancora classista ma dove si è persa gran parte della rigidità della vecchia Inghilterra. 
È la metà degli anni 90 e comporre una compilation su nastro è un dono d’amore, di cui Rob conosce tutte le regole e sfumature. 
Il sarcasmo di Nick Hornby rende la lettura divertente e scorrevole, riuscendo a non essere mai pesante, nemmeno quando tratta di temi delicati come la morte, l’insicurezza e gli amori finiti.

Di Alta Fedeltà sono state realizzate due diverse trasposizioni, un film e una serie tv. Il primo del 2000, diretto da Stephen Frears vede come protagonista John Cusack, mentre la serie, invece è uscita solo recentemente ed è proprio ciò di cui parlerà oggi Veronica.
Invece Federica, vi racconterà la storia della musica dal punto di vista degli episodi di panico morale che ha suscitato. Camilla, infine, se avete 3 giorni disponibili solo da dedicare alla sua parte, vi porterà nella Swinging London e vi parlerà di alcune delle donne che ne sono state il volto.

From 1995 to 2020

di Veronica Pallavera

Come accennato, il romanzo di Nick Hornby è ambientato a Londra nel 1995 ma quest’anno Hulu ha deciso di rispondere ad una domanda che forse in molti non si erano nemmeno posti: e se fossimo nella New York del 2020? 
È uscita infatti su Hulu (e distribuita in Italia da Starz su Prime Video) la serie High Fidelity, di cui Hornby è uno dei produttori esecutivi. La prima cosa che salta all’occhio è che Rob nel 2020 è una donna, interpretata da Zoe Kravitz. 
Ammetto di essermi avventurata nella visione da scettica, con l’idea di parlare nel podcast delle mille ragioni per cui i gender swap (la pratica per cui personaggi di film e saghe cambiano genere nel reboot) sia sostanzialmente una paraculata, pigra e per niente coraggiosa. 

Reboot al femminile come Ghostbusters del 2016 o Ocean’s 8 del 2018 tendono a farmi schiumare dal risentimento, esperimenti che sono lì a dire “guardateci come siamo bravi, diamo ruoli alle donne” ma poi pensano che senza una fanbase costruita su un franchise maschile nessuno andrebbe in sala a guardare delle donne fare cose non “da donne”. 
Quindi Ghostbusters è la versione “fammi copiare il compito, giuro che cambio qualcosa” dell’originale dell’84, mentre Ocean’s 8 è pilotato dalla sorella del defunto Danny, l’Ocean originale con marchio registrato, che cerca di seguire le sue orme, perché una donna che non è la madre, la figlia o la sorella di un uomo vale ben poco. 
Bello, bello. 
Be’, temevo che High Fidelity non facesse eccezione, invece salta all’occhio subito come il cambio di identità di genere della protagonista non sia semplicemente un’etichetta da copertina, ma un’occasione per ripensare completamente la narrazione: Rob M e Rob F internamente sono la stessa persona, ma il diverso genere e la diversa etnia (ricordiamo che Zoe Kravitz è una donna nera) hanno portato ad alcune differenze sostanziali nella loro biografia. 
Le esperienze di Rob M nel libro sono determinate profondamente dalla socializzazione maschile e anche dallo scontro con la mascolinità tossica. Ad esempio, nel ripercorrere la sua storia adolescenziale con Penny Hardwick, Rob ci dice che: 

A quel punto, Rob lascia Penny, chiedendole “che senso ha, dato che non si arriva a niente?”

È la cultura del macho, qualcosa che gli uomini sperimentano fin da ragazzini e che ha poi spesso ricadute pesanti su tutta la società. 
Al contrario, Rob F, nella serie, spiega che Kat Monroe, la numero due nella top five delle peggiori delusioni d’amore, l’ha lasciata perchè

Kat aveva i suoi canoni: alta, bionda, bianca…” È davvero per questo che Rob F è stata lasciata? Non lo sapremo mai. Rob non è una narratrice affidabile ma non importa: questa percezione fa parte del suo sguardo. 

La differenza di genere si percepisce anche nei rapporti di amicizia: a ruotare intorno a Rob M ci sono Dick e Barry, commessi nel suo negozio. Attraverso il romanzo scopriamo pochissimo di loro come persone, delle loro esperienze e della loro intimità, perché anche Rob si puó dire che li conosca a malapena. La loro è un’amicizia “virile”, fatta di prese in giro e top 5 di dischi. Non discutono se non di musica, non si confidano. Sono tre estranei con una passione in comune che si trovano per caso a passare molto tempo insieme.
Ai commessi di Rob F, Simon e Cherise, viene dato più spazio ed è chiaro quanto siano effettivamente amici e non solo colleghi. Simon e Cherise conoscono la scarsa stabilità di Rob e cercano di darle una mano, per quanto possibile. Non mancano le prese in giro tra i tre, ma il presupposto è quello di una conoscenza che va molto oltre la top 5 delle canzoni da ascoltare in intimità con se stessi.

Detto ció, il fatto che siano un uomo gay e una donna nera e grassa non stona: non sono etichette appiccicate all’ultimo minuto per bellezza. A Simon viene dedicato un intero episodio, di cui lui è narratore, per raccontarsi.
Anche per questo, Simon e Cherise non sono semplicemente la versione “politically correct” dei personaggi originali, li immagino più come quattro appassionati di musica differenti ma simili, come sa essere chi condivide una passione tanto forte, i quali abitano due posti e due decenni diversi. Non esiste insomma un universo di Dick e Barry e uno di Simon e Cherise, ma vivono tutti sotto lo stesso cielo. 
Tutto questo per dire che si può castare un uomo gay e una donna nera e grassa senza che la vicenda si trasformi in un trattato sull’eguaglianza. E sapete perchè? Be’, perchè sicuramente ci sono almeno una donna nera grassa e un uomo gay che fanno i commessi in un negozio di dischi a New York City e molto probabilmente c’erano anche trent’anni fa. Simon e Cherise non sono token, sono persone reali. 

Vorrei però spendere una parola sull’omosessualità di Simon, perchè un po’ mi ha fatto storcere il naso. Infatti, se la bisessualità di Rob viene espressa come un dato di fatto (una delle top 5 delle sue delusioni d’amore è una donna, e quindi?), l’omosessualità di Simon pare una forzatura, perchè Simon è la numero 3 delle delusioni d’amore di Rob. La loro storia era nata sulla base di tutti i loro interessi in comune e andava tutto a gonfie vele, fino a che Simon non si trova a flirtare con un ragazzo. Rob lo vede e, nella scena successiva, Simon le chiede “dici che sono gay?” e lei annuisce. La possibilità che Simon sia bisessuale non è nemmeno presa in considerazione e questo per lo stigma per niente superato riguardo la bisessualità maschile: se ad un uomo piacciono gli uomini, non è abbastanza uomo da provare attrazione anche per le donne. 

In sostanza, trovo che High Fidelity sia un esempio virtuoso e soddisfacente, come sanno essere soddisfacenti i prodotti inclusivi e belli. Dimostra che una storia di una nera, una grassa e un gay non è una barzelletta, ma neanche necessariamente un trattato di sociologia, è solo una storia verosimile. Dimostra che un uomo e una donna possono nascere esattamente uguali, ma le loro esperienze di vita diverse porteranno i loro sguardi ad essere differenti. Ma, soprattutto, dimostra che una storia con uno sguardo femminile non soppianta nè surclassa una con sguardo maschile, semmai la completa. 

Musica e panico morale

di Federica Caslotti

La musica è fondamentale in questo romanzo, come lo è nella vita di molti di noi: è una forma di espressione, qualcosa che può aiutarci a sentirci meno soli, a ingannare le attese… Ma nel corso della storia è stata tante volte fonte di diffidenza, preoccupazione, quando non vero e proprio panico morale.

Sapete che già nel Medioevo c’era un accordo che non veniva usato perché considerato diabolico? Citando Wikipedia  il tritono è l’intervallo di quarta aumentata/eccedente o quinta diminuita: tra una nota e l’altra c’è una distanza di tre toni. Il tritono è anche la metà esatta di una ottava e per questo, ripetendo ciclicamente dei tritoni, l’orecchio umano non risulta più in grado di capire se l’intervallo è ascendente o discendente. Non ho idea di che cosa ho appena detto. Quello che ho capito è che questo intervallo è una delle maggiori dissonanze della scala diatonica, e durante il Medioevo era chiamato diabolus in musica

Il blues è probabilmente stato il primo genere musicale ad essere etichettato come “la musica del diavolo”:  nasce come musica nera, espressione sì della voglia di riscatto ma anche delle brutture e delle sofferenze di una comunità vessata e marginalizzata. Sesso, alcol e abuso di droga diventano temi ricorrenti nelle malinconiche e struggenti melodie blues, scandalizzando non solo i bianchi ma anche quei membri più religiosi e tradizionalisti della comunità, che si distanziano da chi suona questo genere di musica e che generalmente si esibisce in luoghi malfamati, bordelli e rivendite clandestine di alcolici.

La leggenda di Robert Johnson e del suo presunto patto col diavolo non ha certo aiutato a redimere il blues agli occhi dei contemporanei. Nato nel 1911 nel Mississippi, fin da bambino Johnson si appassiona alla musica, anche se, a sentire diverse persone che lo conobbero in gioventù, era davvero un musicista mediocre e imbranato. Nel ‘29 a Memphis conosce una ragazza di nome Virginia Travis e se ne innamora. I due si sposano ma la loro felicità dura poco: Virginia muore di parto l’anno successivo insieme al loro bambino. La ragazza aveva solo 16 anni e Robert, diciottenne, si ritrova solo e distrutto dal dolore. è a questo punto che comincia la leggenda alimentata dallo stesso Johnson: il ragazzo scompare per quasi un anno, smettendo di frequentare i suoi conoscenti e amici, e quando ricompare da chitarrista impacciato e maldestro si è trasformato in un musicista dalla bravura mostruosa. Si dice addirittura che per suonare si mettesse in un angolo della stanza, dando le spalle al pubblico, in modo che nessuno potesse scorgere i movimenti delle sue dita sulle corde della chitarra, e tutti i suoi testi parlano di demoni, mastini infernali, e di un misterioso incontro con il diavolo a un crocicchio. La leggenda narra che Johnson abbia incontrato un misterioso uomo vestito di nero all’incrocio di due strade. L’uomo avrebbe chiesto al ragazzo di mostrargli la sua chitarra, la accordò e gliela riconsegnò, offrendogli di diventare il più grande musicista mai esistito in cambio della sua anima. Per alcuni quest’incontro potrebbe essere avvenuto davvero, e il diavolo altri non è se non il bluesman Ike Zimmerman, il che comunque non gioverebbe molto alla fama di Johnson: Zimmerman era noto per essere un personaggio strano e inquietante, che durante la notte si ritirava a suonare nei cimiteri ed era considerato da molti un emissario del diavolo.

Qualunque fosse l’identità dell’uomo al crocicchio, aveva mantenuto la sua promessa: Robert Johnson divenne davvero uno dei musicisti blues più talentuosi e influenti della storia. Ma se davvero Johnson aveva dato in pegno la sua anima, non passò molto tempo prima che il diavolo tornasse a riscuotere il suo debito: Johnson morì il 16 agosto 1938, probabilmente avvelenato dal marito di una delle sue amanti, diventando il primo membro del club dei 27. 

Già, il club dei 27 è molto prestigioso, ma ci si entra solo morendo a 27 anni dopo una brillante carriera musicale. L’espressione comincia a essere usata nel ‘94 in ambito giornalistico dopo la morte di Kurt Cobain, messa in relazione con quella di Janis Joplin, Jimi Hendrix, Brian jones e Jim Morrison, deceduti tutti alla stessa età tra il 69 e il 71, e si è tornati a parlarne nel 2011 in seguito alla tragica morte della talentuosa quanto tormentata Amy Winehouse. Quando ero più piccina ero abbastanza impressionata da questa coincidenza, e temevo l’arrivo dei 27 anni perché avrebbe potuto significare essere colpiti dalla maledizione. Vorrei tranquillizzare baby Federica che per entrare a far parte del club dei 27 bisogna avere del talento, inoltre la maledizione sembra accanirsi su musicisti talentuosi, e anche se tra otto mesi dovessi svegliarmi famosa all’alba del mio 27esimo compleanno penso che potrei stare tranquilla perché l’unico strumento che sono in grado di suonare è il citofono. 

Dagli anni 70 in poi l’ossessione diventa il backmasking ovvero la presunta pratica di registrare all’interno di un brano musicale dei messaggi al contrario che anche se non appresi consciamente sarebbero in grado di influenzare il subconscio. Si va dai Led Zeppelin, veri e propri adoratori del demonio che avrebbero inserito in Stairway to Heaven non uno ma ben due messaggi inneggianti a satana, ai Beatles che più innocentemente avrebbero inserito indizi che suggerirebbero che Paul McCartney sia morto e sia stato sostituito da un sosia. Ah comunque anche i fab four non sono proprio immuni a critiche da questo punto di vista perché la canzone Obladi Oblada conterrebbe se ascoltata al contrario le parole “Hi devil, he’s the devil”. Un messaggio pericoloso e in grado di scuotere le coscienze dei giovani e influenzabili ascoltatori.

È anche difficile fare degli esempi di messaggi subliminali inseriti subdolamente allo scopo di corrompere i giovani, perché una volta diffusasi questa ossessione furono tantissime le band che cominciarono a inserire volutamente messaggi subliminali nascosti. Un esempio?  In Empty Spaces dei Pink Floyd, ascoltandola al contrario, si può sentire … Congratulations. You have just discovered the secret message. Please send your answer to Old Pink, care of the Funny Farm, Chalfont …

Poi quello che forse alcuni di noi ricordano meglio è il satanic panic che dagli anni 80, che fino agli anni 2000-2010 ha terrorizzato i genitori dei ragazzini appassionati di metal. In realtà qualsiasi passatempo apprezzato dai giovani in quegli anni è stato tacciato di satanismo: perfino Dungeons and Dragons il gioco più universalmente bistrattato e considerato da sfigati nella storia dell’uomo è stato accusato di avvicinare i bambini al satanismo, facendo loro perdere il contatto con la realtà e mettendo a rischio la loro stessa vita, portandoli a emulare le imprese vissute nel gioco in luoghi abbandonati e pericolosi. 

Come disse non mi ricordo chi “Ma sapete che figata se davvero si giocasse così a d&d??” In tempi più recenti ancor più dei cantanti metal in odore di satanismo è stata la musica emo che avrebbe presumibilmente spinto i giovani a corteggiare la morte praticando l’autolesionismo a terrorizzare. E negli ultimi anni sono stati i social: le varie challenge legate a charlie charlie, momo, la blue whale, jonathan galindo e tanti altri personaggi si sono diffuse a macchia d’olio.

Perchè avviene tutto ciò? Purtroppo il disagio psicologico, la malattia mentale, la depressione e le tendenze suicide sono più comuni di quanto ci piacerebbe ammettere tra adolescenti e addirittura bambini. Trovare una causa esterna, sia un cantante, una moda giovanile, o una minaccia proveniente dal mondo del web che, dopotutto, conosciamo davvero poco, può forse farci meno paura che ammettere che l’animo umano è complesso e tormentato.

Oggi a queste paure se ne sono aggiunte di nuove, strane e diverse. Oggi i genitori informati hanno paura dei vaccini e dei microchip sottopelle, le catene su whatsapp ci informano che il coronavirus è stato creato in laboratorio per ucciderci tutti, ma anche che è innocuo e le misure restrittive sono esagerate e servono per controllarci. Mentre la maggior parte di noi continua a credere nella scienza e nella democrazia, si moltiplicano le persone convinte che la terra sia piatta e tutto il potere del mondo sia concentrato nelle mani di un’elite di rettiliani mangiabambini contro la quale solo Donald Trump ha avuto il coraggio di lottare. Massimo Polidoro del CICAP ha fatto dei video molto interessanti a riguardo e se lo cercate su youtube potrete anche voi scoprire il folle mondo di QAnon, oltre a tante altre teorie del complotto analizzate con puntualità e precisione.

Non so in quale girone dell’inferno viviamo, ma è sicuramente il più divertente.

La Swinging London attraverso alcune sue protagoniste

di Camilla Magnani

Alta fedeltà è ambientato a Londra. Si, lo so, Nick Hornby Vive a Londra, ma il fatto che il romanzo parli di musica e sia ambientato lì non credo sia casuale. Londra a suo tempo, al tempo di molti dei pezzi di cui parla Nick Hornby, era il posto in cui, quando si parlava di musica, molti sogni diventavano realtà. 

La crescita di una nuova generazione di uomini e donne ribelli che, nati negli anni della guerra, vogliono prendere la propria vita in mano ed avere qualcosa di diverso rispetto a quello a cui potevano aspirare i propri genitori.

Il cambiamento, al contrario di quello che spesso succede ora, è partito dall’Inghilterra prima di arrivare in altre parti del mondo, come ad esempio gli Stati Uniti.

Oggi vi voglio parlare di uno dei fenomeni culturali che più mi affascinano, un tempo dove finalmente anche le donne possono avere opportunità per emergere, dove musica, moda e rivoluzione vanno di pari passo e si intersecano continuamente fino a diventare la stessa cosa: sto parlando della swinging London.

Il termine proviene da un articolo della giornalista Piri Halasz apparso sulla rivista Time nel 1966, dove viene detto che

In a decade dominated by youth, London has burst into bloom. It swings; it is the scene

Ho visto un infinito numero di documentari sull’argomento ed una delle cose che sono sempre riuscita a capire è che tutti coloro che l’hanno vissuta si rendono conto di quanto fosse straordinaria. Cioè in poche parole non sono io che ho la Sindrome dell’epoca d’oro come Owen Wilson in Midnight in Paris. Pure quelli che l’hanno vissuta sapevano quanto fosse incredibile. Inoltre, la nascita del fenomeno non è certo avvenuta per caso.

Ed è proprio qui la chiave per capire molti dei personaggi che hanno popolato la swinging London: erano giovani che collaboravano tra loro e per la prima volta non importava chi fosse figlio di chi. Molti volti nuovi diventano rilevanti e diventano famosi perché per la prima volta provenivano dalle classi operaie e avevano la possibilità di avere un ruolo nello show-business, proponendo, come poche volte nella storia, un modello altamente meritocratico.

E il loro successo è indissolubilmente legato all’idea di rappresentazione. Per la prima volta i volti in televisione non sono diversi da quelli degli spettatori. I musicisti sanno cosa vuol dire venire da una cittadina periferica dell’Inghilterra del nord, le super modelle sanno cosa vuol dire vivere in una famiglia numerosa dove i propri genitori faticano ad arrivare alla fine del mese.

Questi ragazzi sono nati in tempo di guerra, quando la musica non poteva essere troppo alta e la moda era solo appannaggio dei ricchi. Un’epoca in cui, in poche parole, non solo era difficile far sentire la propria voce, ma in molti sensi era anche difficile trovare il coraggio per averne una. Tutto cambia, tuttavia, con gli anni ’60.

Gli anni ’60, erano davvero un periodo in cui “chiunque poteva essere famoso”. Nonostante questo, si è rivelato il periodo in cui la creatività e il talento esplodono, soprattutto in Inghilterra e emergono alcune delle figure più interessanti della cultura pop. Ma io vorrei oggi percorrere questo interessante periodo attraverso alcune delle donne simbolo della Swinging London e raccontarvi la loro storia di successo.

La rivoluzione, come dicevamo, parte dall’arte, dalla musica e dalla moda che si ritrovano ingarbugliate assieme. In precedenza, i vestiti per la classe operaia erano noiosi e anonimi, ma tutto questo sta per cambiare. Alcuni negozi in Carnaby Street e in King’s Road, a Londra, iniziano a vendere abbigliamento alla moda a buon prezzo, inventando un look completamente diverso. Parte di questa rivoluzione è sicuramente opera di Mary Quant, che inventò la mini-gonna. Mandando un chiaro messaggio: attenzione signore e signori, anche le brave ragazze hanno il diritto di vestirsi come vogliono.

Così aprono diversi negozi, come Biba, dove sono le donne a disegnare vestiti per altre donne.

Molte donne iniziano finalmente a lavorare e a potersi permettere di comprare i propri vestiti con i propri soldi.

E come se tutto fosse un meraviglioso concerto in cui il mondo finalmente riconosce alla donna la libertà che si è sempre meritata, nel 1967 viene messa in commercio, anche per le donne non sposate, la pillola anticoncezionale.

In pochi anni, quindi, diventa pratica comune che, non solo la donna possa lavorare e decidere come vestirsi e che cosa comprare con i propri soldi, ma anche scegliere di programmare una gravidanza e fare sesso anche solo per il piacere di fare sesso. Una vita più libera e decisamente migliore di quella delle proprie madri, ad un prezzo decisamente abbordabile.

Come dicevo, la moda e la musica sono decisamente indissolubili nella Swinging London. Insomma, questi sono gli anni della British Invasion. Tutto il mondo guarda a Londra, alla moda e a tutta quella nuova musica che, parafrasando John Lennon, rendeva gli artisti musicali britannici più popolari della religione tra i giovani.

Prima di questa rivoluzione culturale in Inghilterra solo una stazione musicale trasmetteva musica rock-pop. Era radio Caroline, che trasmetteva da un nave ferma in acque internazionali, per aggirare il monopolio ferreo della BBC. E quella stazione poteva essere ascoltata ininterrottamente nei negozi. Comprare vestiti o ritrovarsi in un locale diventava un’esperienza di trasgressione e spinta per la rivoluzione dove parlare di femminismo, scambiarsi libri e ascoltare canzoni rock.

Così come la nuova musica richiedeva nuovi volti, anche i nuovi vestiti inventati a Londra richiedevano nuove modelle perché la ragazza comune potesse riconoscersi.

La prima donna che mi viene in mente pensando alla Swinging London è certamente Twiggy. Il suo vero nome era Lesley Hornby ma era proprio per la sua figura minuta che gli amici la chiamavano così, Twiggy ossia stecchino. Un giorno accettò di farsi tagliare i capelli alla maschietto nel salone dove lavorava part-time. Il taglio le stava così bene che il parrucchiere, che poi diventerà il suo fidanzato e manager, chiamò il fotografo di un giornale per far immortalare la ragazza. Qualche giorno più tardi una giornalista va a farsi tagliare i capelli e vede la foto di Twiggy incorniciata al centro del salone. Incuriosita chiede informazioni al proprietario del negozio “Chi è questa ragazza?” “Posso invitarla per un tè?”. Una tazza di tè e qualche mese più tardi il volto di Twiggy esce sul Daily Express con la didascalia “Questo è il volto del 1966”.

Sono la sua simpatia, il fisico minuto e i tratti androgini a rendere Twiggy, in pochissimo tempo e diciassette anni, la modella più fotografata al mondo. Mary Quant ovviamente la sceglie per pubblicizzare la sua minigonna e, il suo taglio, i grandi occhi truccati come quelli di una bambola e i vestiti che indossa la rendono una novità anche negli Stati Uniti, dove sbarca nel 1967 per poter portare lo spirito della Swinging London.

Sono molte le donne che in questo periodo riescono ad avere successo. Si poteva partire da un’idea semplice come quella di cantare a piedi nudi, proprio come Sandie Shaw o reinventarsi continuamente, come ad esempio Marianne Faithfull che, diversamente da molti diventati famosi durante quell’età, veniva da una famiglia un po’ più abbiente. Beh, fino ad un certo punto. La sua storia è molto interessante. Dopo il divorzio dei genitori Marianne, bellissima e dall’aria innocente, viene mandata in convento dalla madre per poter studiare e prendere i voti. Tutto questo, ovviamente non succederà. Erano gli anni sessanta, quel periodo dove bastava essere bella e saper cantare, proprio come Marianne, andare ad una festa, incontrare le persone giuste e boom: eri una star.

Quegli anni erano, come dicevo, la terra delle opportunità. Avete ancora dubbi? Marianne non è ancora famosa, e per farle fare successo le viene proposto immediatamente di cantare una canzone scritta per lei… indovinate da chi? Mick Jagger e Keith Richards. All’epoca, tra l’altro, Marianne era sposata con un professore di Cambridge che non aveva assolutamente nulla a che fare con la sua carriera. Dopo che il suo singolo As tears go by diventa numero uno nel giro di qualche settimana, il marito di Marianne torna dalle vacanze e scopre che sua moglie è diventata una star. In un’intervista lei commenta la sfuriata del marito dicendo “Non vedo come questi potessero essere affari suoi!”

La sua vita però, nonostante sia e sempre sarà un volto emblematico della Swinging London, è indissolubilmente legato alla fine del periodo. La relazione con Mick Jagger e la dipendenza dalla droga rendono molto evidente come, per quanto gli anni sessanta e Londra in particolare, fossero una meravigliosa terra di opportunità, il double standard regnasse sempre sovrano. Ecco qualche esempio: l’episodio che sicuramente ha fatto sì che l’immagine di Marianne Faithfull, di ragazza pulita e dolce, si incrinasse è sicuramente la retata della polizia durante una festa in cui in seguito ad una perquisizione Marianne viene trovata nuda sotto ad un tappeto di pelliccia, nel tentativo di nascondersi per non farsi fotografare nuda. Chi c’era con lei? Ovviamente anche Mick Jagger e Keith Richards. Subito dopo il processo questi giovincelli rock’n’roll ottengono l’allure dei bad boys ma Marianne? Marianne viene umiliata e denigrata in ogni modo possibile. E da lì in poi la sua vita attraversa una parabola discendente incredibile.

Scrive, assieme a Mick Jagger e Keith Richards, il pezzo “Sister Morphine”, che parla di un uomo che dopo un incidente d’auto si trova in ospedale e sa di star per morire e chiede della morfina all’infermiera. La versione cantata da Marianne, uscita nel 1969 viene ritirata pochissimi giorni dopo perché considerata un inno alla droga. Cosa che, tra l’altro non è. Ma non sia mai che una donna canti di temi che non siano le pene d’amore.

Due anni dopo, la stessa identica canzone viene ri-registrata esce nell’album degli Stones “Sticky Fingers”. Marianne Faithfull, ovviamente, non appare nei credits.

Il rapporto con Mick Jagger finisce nel 1970. Anni dopo sosterrà di essersi accorta di non poter stare accanto ad un uomo destinato a fare grandi cose ed essere così tossica.

A causa della reputazione distrutta e della sua pericolosa dipendenza, a Marianne viene sottratta la custodia del figlio avuto con il primo marito. Questo non farà altro che spingerla ancora di più nel baratro; dopo aver tentato il suicidio, vive diversi anni come senzatetto, ma grazie all’aiuto di alcuni amici e non senza ricadute, Marianne torna a cantare. La sua voce è diversissima, tormentata da anni di droghe, ma è finalmente più libera di raccontare la sua storia.

Trovo molto interessante che durante i primi anni di queste nuove mode nel campo dell’abbigliamento ci fossero comunque personaggi, rappresentativi della Swinging London, che all’inizio continuassero a vestire con rassicuranti vestiti lunghi e preziosi gioielli. La persona che secondo me incarna perfettamente, almeno all’inizio, questa dicotomia è Dusty Springfield, all’anagrafe Mary O’Brien. La sua carriera inizia alla fine degli anni ’50, assieme al fratello, ma pian piano la voce profonda e l’incredibile personalità e intraprendenza prendono il sopravvento e Dusty diventa una voce solista. Resta per molti una delle donne che riescono a ritagliarsi una vita di successo duranti questi anni, pur non avendo mai accanto a sé un uomo.  Dopo varie speculazioni sul fatto che a trent’anni non fosse ancora sposata, viene praticamente costretta dalla stampa ad ammettere di essere bisessuale nel 1970.

Ma la sua rivoluzione è la musica. La sua voce era potente, unica. Veniva considerata “The white negress” e ha portato il suono della musica nera e il soul in Inghilterra, non solo attraverso le sue canzoni, ma anche invitando gli artisti della Motown ad esibirsi in una puntata speciale del programma che presentava: Ready Steady Go!, dove tra gli altri si sono esibiti Beatles, i Rolling Stones, Helen Shapiro, gli Who, Cilla Black, Sandie Shaw, gli Animals, Lulu, gli Hollies. Poca roba insomma. 

Per concludere, voglio parlarvi di un’ultima donna che era un pochino meno sotto i riflettori, ma comunque frutto di questo magico periodo.

Se in quegli anni (e purtroppo non solo) molte pubblicità di macchine lanciavano messaggi sessisti del tipo “Prima o poi tua moglie guidando porterà a casa uno dei motivi migliori per avere una Volkswagen” con una bellissima immagine di una macchina ammaccata ad accompagnare, sono in realtà diverse le donne negli anni cinquanta-sessanta diventano pilota di rally. Anne Hall o Anita Taylor, scelta dalla Ford per diventare sponsor. La Taylor, felice di poter dimostrare che una donna fosse in grado di guidare bene tanto quanto un uomo, ammise di avere avuto l’impressione di essere stata scelta soprattutto per la sua bellezza. La sua storia, però, ci può far riflettere. 

Guardando alle impressioni della Taylor con gli occhi di oggi, sicuramente ciò che le è successo ci appare comunque un po’ sessista. Gli anni ‘60, sono stati una terra di opportunità, sì, ma non tutto, ovviamente era perfetto. 

Tuttavia, per un mondo che stava attraversando un cambiamento, una donna che guida come o anche meglio di un uomo è una nuova normalità a cui doversi abituare e che, in qualsiasi caso, è stato importante considerare.

Se fino a pochi anni prima le mogli erano quelle che rompevano le macchine e le continue prese in giro venivano utilizzate per vendere, appunto, le macchine, questo lo interpreto come un primo spiraglio in cui le multinazionali che vendevano prodotti prettamente targhettizati verso l’uomo iniziano a dirsi “Ma non è che magari possiamo vendere macchine anche alle donne?”

E sicuramente, qualunque donna abbia visto le foto, i video e le pubblicità con un’altra donna che, non solo partecipava alle corse, ma guidava una macchina, ha iniziato a desiderare una macchina per sè, per poter essere indipendente e muoversi senza dover dipendere da nessun altro.

Il fatto che in questo periodo si inizino a considerare le donne, le persone della classe operaia e i giovani in una conversazione globale, rende questo pezzetto di storia interessante ed entusiasmante, a mio parere.

Perché se tutte queste categorie in passato facevano fatica a trovare un luogo o un modo per incanalare la propria voce, non vuol dire che non ne avessero una.

La Swinging London, tuttavia, non ha vita lunga. 

Purtroppo, l’avvento delle droghe, non solo causa la morte e problemi di dipendenza a moltissime delle figure cardine del periodo ma fa sì che proprio per questo, i giovani, osannati dai media per la loro creatività e freschezza, vengano completamente fatti a pezzi, portando nuovamente sfiducia nel futuro.

La rivoluzione, tuttavia, era appena cominciata.


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