02×02 – Dolce da morire: Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson

Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott’anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l’anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l’Amanita Phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti.

Abbiamo sempre vissuto nel castello, Shirley Jackson

Benvenuti o bentornati su Fika, oggi nelle speciali vesti della Halloween Ediscio! Per l’occasione, Federica ha scelto per noi un romanzo di una delle grandi maestre dell’horror: Shirley Jackson. Vi parliamo di Abbiamo sempre vissuto nel castello, del 1962. 

Shirley Jackson nasce il 14 dicembre 1916. La sua infanzia trascorre infelice nei sobborghi di San Francisco, tra la solitudine derivata dalle difficoltà a legare con i coetanei e il rapporto tormentato con la madre, “una donna estremamente ordinaria, che non poteva accettare che sua figlia non sarebbe stata per nulla ordinaria”. 

La giovane Shirley trova conforto nella scrittura, una passione che continua a coltivare anche nella sua vita adulta. Dopo tanti anni infelici sembra rifiorire quando si iscrive alla Syracuse University, dove studia giornalismo e letteratura inglese, e dove conosce Stanley Edgar Hyman, l’uomo che diventerà suo marito. 

I due si sposano nel 1940: quattro figli, una bella casa in Vermont con una immensa collezione di libri, due cani e un discreto quantitativo di gatti, potrebbero apparirci come una coppia affiatata per quanto sopra le righe. Purtroppo, anche in questo caso, le apparenze ingannano: Stanley è un marito infedele, dispotico e autoritario. Controlla le finanze della moglie, anche quando lei comincia a guadagnare più di lui, e passa il tempo a correr dietro alle sottane delle sue studentesse, e Shirley, che in tutta la sua vita non ha mai ricevuto un briciolo d’amore, sopporta, soffocando il dolore come ha sempre fatto: fumo, alcol, barbiturici, pillole dimagranti. Il suo peso, per tutta la sua vita, va su e giù come uno yoyo. E, naturalmente, continua a scrivere. 

La notorietà arriva nel ‘48, quando, il 26 giugno su The New Yorker compare un racconto dal titolo La Lotteria, in cui quella che sembra un’allegra festa di paese di trasforma in un macabro rituale sanguinario. La redazione viene invasa di lettere scandalizzate e critiche all’autrice, tra le proteste c’è addirittura qualcuno convinto che l’evento descritto sia reale, e alcuni chiedono morbosamente dove sia esattamente la cittadina descritta, perché vorrebbero assistere alla Lotteria. 

La gente comincia a mostrare curiosità nei confronti di questa strana donna, schiva e silenziosa, che però appena gliene viene data occasione sfoggia un’approfondita conoscenza dell’occulto e della stregoneria. Potrebbe sembrare un modo per farsi pubblicità, per incuriosire il pubblico, e invece Shirley è davvero questa. Tormentata fin dall’infanzia dall’ansia e dalla depressione, crescendo sviluppa una forma molto invalidante di agorafobia, che le rende estremamente difficile avere rapporti al di fuori delle mura di casa. Ma tra quelle quattro mura dove si sente protetta, Shirley ha creato un mondo immaginifico in cui gli oggetti hanno una vita e una volontà propria, nel giardino crescono piante magiche che vanno raccolte al chiaro di luna, e le porte e le finestre sono protette con simboli magici in grado di tenere lontani gli spiriti maligni. 

L’opera per cui è più famosa è “L’incubo di Hill House”, ma Shirley, in quella casa in cui si sente contemporaneamente protetta e prigioniera, assomiglia molto di più a Merricat, la protagonista di Abbiamo sempre vissuto nel castello, l’ultimo romanzo che pubblicherà nella sua vita. 

Mary Katherine Blackwood, soprannominata Merricat, è una ragazza di 18 anni che, dopo la misteriosa morte per avvelenamento dei suoi familiari, vive nella grande casa di famiglia insieme alla sorella Constance, che dopo il processo è stata assolta dall’accusa di omicidio, al gatto Jonas e allo zio paterno Julian, sopravvissuto all’avvelenamento ma rimasto gravemente disabile dopo l’incidente. 

Per proteggersi dal disprezzo degli abitanti del villaggio, Merricat ha elaborato una serie di rituali magici per tenere lei e la sorella al sicuro: oggetti seppelliti nel terreno della proprietà, parole che non devono essere pronunciate, e il libro contabile del padre inchiodato a un albero come talismano. Ma un giorno il libro si stacca dall’albero, e, venuta meno questa protezione, arriva a fare visita il cugino Charles, un parente che le ragazze non hanno mai incontrato, e che Merricat è sicura sia un demone, o uno spettro, venuto a distruggere la tranquillità faticosamente raggiunta da lei e sua sorella. 

Poco dopo la pubblicazione del suo ultimo romanzo, nel 62, la scrittrice soffre di un grave esaurimento, che le impedisce di uscire di casa per quasi due anni. Ma lentamente e dolorosamente sembra riacquistare forza e una fiducia in se stessa che non ha mai avuto. Nei suoi diari scrive che sente che riuscirà a guarire, e a stare in piedi e a camminare da sola. Ma questo non avverrà mai. Shirley Jackson muore nel 1965, a 45 anni, per un’insufficienza cardiaca. L’hanno uccisa le sigarette, l’alcol, le pillole dimagranti, l’infelicità con cui ha lottato ogni giorno della sua vita.

Oggi viene considerata una delle scrittrici più influenti del genere gotico, ispiratrice di alcuni tra i più stimati scrittori contemporanei, tra i quali Stephen King che ha dedicato il suo romanzo “L’incendiaria”

A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce

e ha dichiarato in varie occasioni il debito che ha nei confronti della scrittrice. Il talento non compensa una vita di sofferenza, ma forse ovunque sia a Shirley farà piacere sapere che siamo ancora così in tanti ad amarla. 

Ma ora passiamo all’ordine del giorno! Veronica ci parlerà della gabbia che ha portato Shirley Jackson ad essere Shirley Jackson, Federica farà l’analisi del personaggio di Merricat, Camilla ci racconterà la storia dicelebri avvelenatrici del passato.

Una scrittrice in gabbia

di Veronica Pallavera

La narrazione della casalinga anni ’50 ha subito diverse riscritture negli ultimi decenni, rimanendo comunque il simbolo di un’epoca e di una condizione femminile precisa: l’asservimento e la subordinazione al marito.

La nascita di questa figura avviene prima della seconda ondata femminista – di cui è in parte la causa – e porta con sé un canone estetico, comportamentale e morale. Durante il secondo dopoguerra i manuali della perfetta sposa si sprecano. Ce ne aveva già parlato Camilla durante la puntata su Il buio oltre la siepe, ma se vi servisse una rinfrescata di memoria, i punti cardine sono principalmente:

  • L’organizzazione della casa e dei pasti: la brava moglie pulisce e riordina di continuo, cucina divinamente ma, soprattutto, ama farlo.
  • La cura dell’estetica: una moglie deve sempre essere bella e sistemata, non deve ingrassare né dimagrire e deve avere cura del suo aspetto per compiacere gli occhi del marito.
  • L’educazione dei figli: una buona moglie è anche una madre attenta e presente, dedita ai bisogni dei pargoli, senza però togliere attenzioni e importanza al marito.
  • Il sostegno del marito: la moglie perfetta deve essere d’aiuto al marito, sollevandolo dalle responsabilità domestiche di ogni genere, rendendo la casa un posto accogliente in cui tornare, attendendolo sempre con un bel sorriso.

Il femminismo della seconda ondata ha sparigliato un po’ le carte riguardo questo immaginario e oggi, settant’anni dopo, guardiamo a questo stereotipo con lenti critiche e falsate.

Spesso, infatti, ci troviamo a considerare le casalinghe anni ’50 come, appunto, uno stereotipo, un unicum, un solo magma contenente tutte le donne che hanno vissuto questa condizione, invece di riconoscerne le singole coscienze. Siamo portate a compatire queste donne, universalmente considerate bambine, schiacciate sotto il peso del patriarcato, dalla dipendenza economica ed emotiva dal marito. Per chi ha visto Mad Men, si può dire che identifichiamo ogni casalinga con Betty Draper.

Ma, per quanto gli stereotipi abbiano la loro base nella coscienza comune, non sono in grado di descrivere la realtà. L’immaginario della perfetta casalinga anni ’50 ha avuto tante ripercussioni diverse quante sono le donne che hanno vissuto questa condizione.

Perché ve ne sto parlando proprio ora? Be’, perché un caso molto interessante è proprio quello di Shirley Jackson.

Come accennato prima, Shirley sposa Stanley Edgar Hyman nel 1940 e con lui si trasferisce in Vermont. Stanley è un docente universitario di Letteratura e l’intenzione di Shirley è di trasformare la loro casa in un ritrovo per intellettuali. In parte ci riesce: sotto il loro tetto si riuniscono personalità come Howard Nemerov, Ralph Ellison, Bernard Malamud e Walter Bernstein, ma questo non basta a rompere l’isolamento di Shirley.

Già durante l’infanzia, nella sua famiglia d’origine, Shirley Jackson ha iniziato a considerarsi un’outsider rispetto al mondo che la circondava. Questa sensazione di estraneità non poteva far altro che aumentare con l’isolamento dalla vita pubblica.

La casalinga anni ’50 non è dipendente dal marito solo in materia economica, ma anche sociale: il patriarcato confina le donne nelle proprie case e nelle proprie cucine, impossibilitandole a fare rete. Il marito rappresenta il collegamento con il mondo esterno, il lasciapassare per la vita sociale, l’unica via d’uscita dall’isolamento.

E se il marito è un maschilista, retrogrado e traditore come Stanley Hyman, le possibilità di liberarsi si annullano.

Perché Shirley Jackson sposa Stanley Hyman?

La prima premessa da fare riguarda l’aspetto estetico di Shirley. Fin da bambina, Shirley è bruttina e sgraziata, cosa che la madre non smette di rimproverarle. Geraldine Jackson è una donna di classe dell’alta borghesia conservatrice e avrebbe voluto una figlia più bella e più affabile. La mancanza di amore e stima materna provocheranno su Shirley numerose insicurezze e crisi depressive. In tutto questo, Stanley Hyman compare come un salvatore: un uomo brillante che pare capirla e amarla per quello che è. Infatti, la avvicina perché attirato da uno dei suoi racconti [Janice], pubblicato sul magazine del Syracuse College. Tuttavia, Stanley non la sposa per la sua mente brillante né per la sua fervida immaginazione, ma per le insicurezze che sono ben chiare nei racconti di Shirley: quello che vuole è una moglie debole che possa accettare la sua passione per le storie extraconiugali.

Shirley si ritrova quindi ad essere una casalinga del New England, brutta e in costante crisi con il proprio corpo e la propria psiche, sposata ad un uomo infedele e meschino. Soffre perché isolata dal mondo e sviluppa una crescente agorafobia.

È l’infelicità il motore della poetica gotica di Shirley Jackson: il Male nei suoi racconti e romanzi non ha caratteristiche sovrannaturali ma umane e non appartiene ad un solo schieramento.

È triste e contemporaneamente straordinario vedere come le sue storie siano spesso caratterizzate da due forze opposte: quella centrifuga e quella centripeta. Anche in Abbiamo sempre vissuto nel castello, la casa è sia un elemento di reclusione che di protezione. Il Male è fuori ed è rappresentato dai compaesani crudeli e dal cugino Charles, ma è anche dentro, dove si è consumata la tragedia.

Dobbiamo avere compassione per Shirley Jackson? Non credo. Non penso che sia giusto avere compassione per una donna di grande talento. Il rispetto è ciò che davvero le è mancato in vita, oltre all’amore, ed è ciò che è mancato a tante donne come lei, quelle che con troppo spregio oggi chiamiamo “casalinghe frustrate”.

È femminista compatire le casalinghe? Ho i miei dubbi.

Chiudo con un’amara constatazione: Shirley Jackson muore a quarantotto anni per insufficienza cardiaca e, per quanto successo ottenessero i suoi romanzi, rimase per tutta la vita considerata come un’autrice stramba e inquietante. La sua fortuna postuma è dovuta al riconoscimento che le ha fatto Stephen King, decretandola la più grande scrittrice horror del secolo e dedicandole il suo romanzo “L’incendiaria”.

Di lei King scrive che “non ha mai avuto bisogno di alzare la voce”. Mi viene da dire che forse non ha mai potuto farlo e si è adattata ad esprimersi ad un tono più basso.

Senza nulla togliere al gesto di King, mi sento comunque triste nel constatare come, ancora oggi, Jackson sia perlopiù ricordata come la donna in grado di spaventare il maestro dell’horror.

Vi lascio chiedendovi di fare un esercizio: quando nominate una donna brillante, non accostatela ad un uomo, perché non ne ha davvero bisogno.

Merricat Blackwood

di Federica Caslotti

Merricat Blackwood sembra una strega delle fiabe: vive in una casa isolata, in un bosco cui nessuno osa accedere, protegge la sua terra con incantesimi di sua invenzione e non deriva il suo potere da nessun uomo. Anche la sua passione per i veleni, le piante e i funghi mortali, la avvicinano a questo immaginario. E poi, naturalmente, ha un gatto. Anche il suo aspetto deve essere quello di una strega, di una creatura selvatica: ci dice che odia lavarsi, nonostante passi la maggior parte del suo tempo nella natura, scavando nella terra per seppellire i suoi tesori, e né lei né Constance ricordano quando è stata l’ultima volta che si è pettinata. Se a Constance, così bella, dolce e gentile, la femminilità e tutti i suoi convenzionali attributi sembrano calzare come un guanto, Merricat non è nemmeno un maschiaccio, ma qualcosa di selvaggio e alieno, che disprezza e non comprende le convenzioni umane.

Al lettore è immediatamente chiaro che c’è qualcosa che non va. Merricat dice di avere 18 anni, ma si comporta e si esprime in modo tanto infantile che sembra che il suo sviluppo si sia fermato a quando era una bambina, alla morte dei suoi genitori. 

Sembra, come Constance, soffrire di un disturbo ossessivo compulsivo, ma se nel caso di Constance il disturbo la spinge alla cura maniacale della pulizia e della casa, per Merricat esso si esprime nei rituali che scandiscono le sue giornate e regolano ogni sua azione. Vive in un mondo di sua invenzione, non sopporta di essere toccata, se non da Constance, si mostra in grande difficoltà nelle situazioni sociali e nel relazionarsi agli estranei, e non riesce a tollerare che le sue abitudini vengano modificate, mostra insomma molti sintomi che la avvicinano allo spettro autistico, ma sembra anche mancare di empatia, non pare in grado di provare senso di colpa, e agisce spesso impulsivamente, caratteristiche che potrebbero avvicinarla anche al disturbo antisociale della personalità, più comunemente noto come sociopatia. 

Fare un’analisi accurata del profilo psicologico di Merricat sarebbe difficile, ma non sarebbe neanche necessario, perché la sua condizione è prima di tutto simbolica. La follia, la devianza dalla norma, è un tema ricorrente nelle opere di Jackson, e affligge in special modo i personaggi femminili: è ciò che permette loro di porsi al di fuori della società, di sfuggire al potere maschile dominante. E per un po’ questo funziona nel caso di Merricat e Constance: ostracizzate dal villaggio, sono comunque autosufficienti e, almeno da quello che dice Merricat, felici. I riti apotropaici performati da Merricat servono perché la loro condizione di donne indipendenti è costantemente messa sotto attacco da parte del mondo esterno: i Blackwood non erano amati neanche prima del misterioso avvelenamento, ma quelle due donne sole e indipendenti rappresentano un orrore e un pericolo per la mentalità patriarcale che domina nel villaggio. Tra i talismani più potenti di Merricat ci sono una scatola piena di dollari d’argento sepolta nel terreno, una bambola nascosta in un campo, e infine il pezzo forte, il libro contabile del padre, dov’egli annotava i suoi creditori, l’oggetto più intriso dell’ossessione per il denaro che ha caratterizzato la vita del signor Blackwood, che da quel denaro traeva il suo potere. Proprio questo oggetto, inchiodato a un albero, rappresenta l’ultimo baluardo contro gli intrusi e i malvagi che vogliono distruggere le due sorelle, ed è proprio quando il libro cade dall’albero cui era stato inchiodato, spezzando l’incantesimo, che il pericolo bussa alla porta, portando con sé il cambiamento, ciò che Merricat teme di più al mondo

La somiglianza del cugino Charles col defunto signor Blackwood viene rimarcata più volte, e come se questo non fosse sufficiente l’uomo si stabilisce nella stanza dell’ex capo famiglia, dorme nel suo letto, e comincia a indossare il suo orologio e i suoi vestiti. Per questo Merricat si convince che Charles sia un fantasma, e, possiamo pensare, nello specifico, il fantasma del padre, tornato a distruggere l’equilibrio che la ragazza era riuscita a costruire per se stessa e la sorella.

La reazione di Merricat all’arrivo del cugino Charles è quella di moltiplicare le difese magiche alla casa, e potenziare i suoi incantesimi. Il libro è sostituito dall’orologio d’oro del padre, scatenando l’ira dell’avido Charles, Merricat sente l’impulso di ripulire la casa dalla presenza di Charles, dall’odore della sua pipa che ormai impregna ogni stanza, e se inizialmente cerca semplicemente di pulire gli oggetti della casa contaminati dal passaggio dell’uomo, finisce con l’imbrattare la sua camera con terra, foglie e rami, portare il suo elemento, la natura, a riconquistare lo spazio colonizzato da Charles. È interessante che la maggior parte di questi riti sembrino inventati sul momento da Merricat, come se rispondesse a un’urgenza, un impulso profondo che viene da dentro. 

La magia di Merricat è potente solo nelle sue fantasie, e la ragazza in fondo sembra saperlo, ma nonostante ciò non è indifesa: il suo vero potere viene dalla sorellanza, dal fatto che lei e sua sorella possono contare reciprocamente l’una sull’altra, dal fatto che finché restano insieme possono permettersi di non dipendere e non farsi comandare da nessuno. Nelle fiabe, la strega è spesso quella che divora i bambini, contrapposta alla madre che se ne prende cura. «Chissà se sarei capace di mangiare un bambino» si chiede Merricat verso la fine del libro. Al ché constance risponde «io non saprei come cucinarlo». La strega è semplicemente una donna che ha fatto una scelta: in un mondo in cui puoi solo mangiare o essere mangiato, dove se non ti adegui e non accetti di diventare come tutti gli altri vieni distrutto, devi essere più veloce, e uccidere prima che qualcuno possa farti del male. 

Celebri avvelenatrici del passato

di Camilla Magnani

Come sappiamo dall’inizio della storia, i tre personaggi ricorrenti in “Abbiamo sempre vissuto nel castello” sono gli unici rimasti a popolare quella che un tempo era l’affollata casa Blackwood.

Una famiglia che in passato era decisamente numerosa, decimata a cena, da qualche cucchiaino di zucchero.

Zucchero mescolato con una sostanza davvero letale: l’arsenico.

E se c’è una cosa che la storia ci ha insegnato, che si tratti di un personaggio fittizio o di persone reali, è che con l’arsenico si va sempre sul sicuro.

Scusate, scusate, non voglio essere insensibile ma c’è qualcosa di stranamente inquietante e contemporaneamente affascinante nel veleno, soprattutto quando viene somministrato attraverso il cibo.

Ecco, in effetti io ho sempre pensato che se qualcuno dovesse organizzare il mio omicidio, mettere qualcosa nel mio cibo sarebbe esattamente il modo perfetto per farlo.

Soprattutto adesso dato che è quasi un anno che non torno in Italia e ucciderei per una carbonara. Che poi, però, ucciderebbe me.

Ma bando alle ciance e ciancio alle bande, oggi vi racconto di quelle donne che sono diventate famose per aver padroneggiato in maniera incredibile l’arte di creare e somministrare veleni.

Sì, lo so, ho appena infiocchettato un crimine atroce.

Andiamo un po’ indietro nel tempo, fino all’antica Roma.

Originaria della Gallia, Locusta (o, per alcuni, Lucusta) si trasferisce a Roma e apre una bottega sul Colle Palatino. Ufficialmente il suo commercio verte praticamente solo su infusi e pozioni d’amore, ma dietro le quinte, con la sua innata capacità di preparare potenti veleni, inizia a farsi un nome negli ambienti più altolocati. Niente ti fa fare carriera più della capacità di essere padrona di morte.

Tacito e Svetonio ci parlano di lei e per molti storici Locusta è una delle prime serial killer a pagamento della storia. Dumas nel Conte di Montecristo dice che Locusta è “uno di quegli orribili e misteriosi fenomeni che ciascun secolo produce“.

Il suo cliente più famoso fu Agrippina che nel 54 si servì della sapienza di Locusta per avvelenare del marito e imperatore Claudio servendogli come pasto dei funghi trattati per essergli fatali.

Sbarazzandosi di Claudio, Agrippina facilitò l’ascesa del figlio Nerone al trono; il nuovo imperatore Nerone non solo protesse Locusta dall’accusa di aver partecipato all’omicidio di Claudio, ma le chiese di preparare un veleno anche per Britannico, figlio quattordicenne di Claudio che avrebbe potuto soffiargli il trono. Diversamente da Claudio, l’omicidio di Britannico richiede un po’ più di impegno. Dopo aver fallito la prima volta, con grande e ovvio disappunto di Nerone, Locusta prepara un veleno molto potente e prima di somministrarlo a Britannico lo testa su una capra, un maiale e uno schiavo. Che zuccherino.

Britannico morì a causa di una coppa di vino avvelenata. È molto interessante il fatto che in effetti il ragazzo avesse un assaggiatore, ma la sostanza letale non si trovava nel vino, ma nell’acqua con cui il vino è stato allungato poco dopo l’assaggio.

In cambio di questi efficaci servigi Locusta venne ricompensata con regali e terre, e quando le cose si misero male per Nerone, fu proprio Locusta a consegnargli del veleno nel caso avesse voluto farla finita. Che amica preziosa.

Tuttavia, poco dopo la morte di Nerone, Locusta rimane senza protezione e la sua orribile esecuzione è diventata leggendaria. Secondo alcune fonti, come Apuleio, sarebbe stata violentata a morte da una giraffa, fatta a pezzetti e poi data in pasto a vari animali selvatici. Si ritiene tuttavia più probabile che sia stata strangolata e che il suo corpo sia poi stato dato alle fiamme.

Ma facciamo un salto in avanti fino all’età moderna e se c’è una signora dei veleni è proprio lei: Giulia Tofana. Orfana e cresciuta nelle zone più povere di Palermo, è bella, ambiziosa e incredibilmente intelligente e brillante, con un’inclinazione per gli esperimenti. Tra le diverse relazioni sessuali che intratteneva, c’era anche quella con un frate speziale grazie al quale riesce a procurarsi le polveri che userà per la celeberrima acqua sua omonima.

L’acqua tofana, infatti, viene considerata il veleno perfetto: la morte è lenta, utile per non destare sospetti, e la vittima continua ad avere un colorito roseo anche dopo il decesso.

Si tratta di un miscuglio di arsenico e antimonio senza odore o sapore che doveva essere somministrato lentamente alla vittima, un poco ogni giorno nella zuppa o nel vino.

Proprio come era capitato a Locusta, il periodo storico e il fatto di possedere una efficace pozione di morte ha permesso Giulia Tofana di farsi strada e di poter lasciare Palermo per trasferirsi a Roma.

Un’amica un giorno si confida con Giulia dicendole di aver subito maltrattamenti dal marito e di essere stufa delle continue angherie che deve sopportare. La nostra signora dei veleni, così, riapre bottega, grazie alle strette amicizie con diversi ecclesiastici sempre pronti a procurarle un bel po’ di arsenico, anche sotto i vigili occhi dell’Inquisizione.

Da quel momento in poi le clienti di Giulia Tofana saranno praticamente tutte donne, e sarà proprio una nobildonna, che manderà all’aria la segretezza del commercio di Giulia. Apparentemente, tale contessa di Ceri, ne aveva proprio piene le scatole del marito e quindi decide di rovesciare tutto il contenuto della boccetta di veleno nella minestra. La morte improvvisa destò ovviamente moltissimi sospetti che portarono ad un processo in cui si scoprì che il giro di affari di Giulia si aggirava attorno alle 600 clienti.

Apparentemente dopo essere stata torturata Giulia venne giustiziata a Campo de Fiori assieme alla figlia ed altre aiutanti, e il suo cadavere venne gettato al di là del muro della chiesa che le aveva dato asilo. Alcune clienti vennero invece murate vive nel palazzo dell’Inquisizione, a Porta Cavalleggeri.

Nonostante la confessione sotto tortura, Giulia Tofana per difendersi ha sempre detto che i suoi prodotti erano in realtà lozioni per la pelle e che non fosse affare suo che cosa facessero le sue clienti con la sua acqua.

L’ultimo caso di cui vi parlo oggi è invece risalente all’età vittoriana ed è conosciuto come il “Mistero di Pimlico”. I tre personaggi che dovete tenere a mente sono Thomas Edwin Bartlett, fruttivendolo, la sua giovane moglie francese Adelaide e il reverendo George Dyson, amico di famiglia. Nonostante un figlio nato dall’unione dei primi due, col passare degli anni diventa sempre più chiaro ai due che il matrimonio era puramente platonico e addirittura Thomas incoraggiò la relazione adulterina tra sua moglie e il reverendo. Thomas Bartlett era un uomo bizzarro, eccentrico e per alcuni versi, decisamente poco appetibile. Soffriva di verme solitario e i suoi denti stavano andando lentamente in decomposizione.

Sono proprio i problemi di salute di Thomas, tuttavia, che spingono Adelaide a chiedere al reverendo Dyson di comprarle qualche fiala di cloroformio in farmacia.

La notte del 31 dicembre 1885 Adelaide chiama un dottore, sospettando che il marito sia morto.

L’autopsia rivela presto che lo stomaco di Thomas Edwin Bartlett è pieno di cloroformio.

Forse sarebbe potuto apparire un suicidio, ma il padre dell’uomo, che non ha mai sopportato Adelaide e crede che lei abbia una tresca con l’altro figlio, ossia suo cognato (cosa probabilmente vera), la accusa, sollevando i sospetti della polizia.

Adelaide e il reverendo Dyson vengono arrestati e portati a processo ed è proprio qui che si scopre ciò diventerà un mistero: il cloroformio si trovava solo nello stomaco, non c’erano bruciature o tracce né nella bocca, né nella gola, né nella laringe, possibilità che si può verificare solo se si considera un suicidio, dove la sostanza viene ingerita molto velocemente. Non era nemmeno possibile che gli fosse stata somministrata mentre dormiva perché in quel caso probabilmente del liquido sarebbe andato a finire anche nei polmoni, ma anche lì, nessuna traccia.

Ma se Bartlett non si era suicidato ma era stato avvelenato, come ci era arrivato tutto quel cloroformio nel suo stomaco? Il cloroformio liquido, si sa, lascia importanti bruciature quindi non è esattamente un indizio che può passare inosservato.

Proprio per mancanza di prove, nonostante i seri dubbi della giuria, il processo si concluse con il proscioglimento di Adelaide.

Il caso del mistero di Pimlico fu seguito moltissimo dalla stampa del periodo, proprio come il processo di Abbiamo sempre vissuto nel castello. Tuttavia, a differenza della storia di Shirley Jackson, l’opinione pubblica alla fine faceva il tifo per Adelaide, scoppiando in un fragoroso applauso alla fine del processo.

Dopo la chiusura del caso un famoso dottore dell’epoca, sir James Pajet, disse

Nell’interesse della scienza, adesso deve almeno dirci come ha fatto!

https://murderpedia.org/female.B/b/bartlett-adelaide.htm

https://www.historic-uk.com/HistoryUK/HistoryofEngland/Victorian-Poisoners/


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