Io, Cesare Pavese

di Veronica Pallavera

27 agosto, patrono degli amori non corrisposti, giorno della morte di Cesare Pavese, martire d’amore; l’amore che ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, amore, disillusione, destino, morte.

Quando penso a Cesare Pavese non lo penso come uno dei più grandi letterati italiani del secolo scorso; Cesare è mio amico, mio confidente, mio fratello. Cesare sono io.

Se Pavese non avesse posseduto il suo fine talento letterario, non sarebbe stato altro che un perenne adolescente, da sempre innamorato di donne sbagliate, rifiutato e rifiutato ancora, alla ricerca disperata di una realizzazione umana, di carne, di sangue, di vita.

P. si dimentica di innamorare di sé la donna in questione, e si preoccupa invece di tendere tutta la propria vita interiore verso di lei, d’innamorare di lei ogni molecola del proprio spirito, di tagliarsi insomma tutti i ponti dietro le spalle.

[Analisi di P., Lettera a Fernanda Pivano, 25 ottobre 1940]

La sua prima delusione risale al 1925 e gliela procura una ballerina de La Meridiana di Torino. Gli concede un appuntamento e poi non si presenta, lasciandolo solo sotto la pioggia. Diciassettenne, testardo, la attende per sei ore. Si ammala di pleurite e d’amore.

Nel 1933 conosce la prima donna che entrerà nella sua produzione poetica: Tina Pizzardo, la donna dalla voce rauca di Lavorare Stanca. Lei è sospesa tra un amore che non la ricambia e l’amore che non ricambia a Cesarino. Lui ha ventisei anni e minaccia di ammazzarsi. Lei è comunista e vicina a molti esponenti della setta di Giustizia e Libertà; lui è lontano dalla politica ma vicino al medesimo ambiente. Verranno entrambi condannati al confino nel 1935.

Da Brancaleone Calabro, Pavese le scrive:

Sempre, come il primo giorno, mi sveglia al mattino la puntura della solitudine. Descriverti le mie ansie è impossibile. La mia pena non è quella scritta, sei tu.

Nella sua autobiografia, Pizzardo ricorda come a Pavese piacesse l’idea di essere finito al confino per salvarla, di essersi rovinato per amore di lei.

Nel marzo ’36, Pavese torna dal confino. Un mese dopo, Pizzardo sposa l’altro uomo, da cui lei stessa ammette che potrà avere molto affetto ma mai amore.

Pavese annota sul suo diario:

Amare senza riserve mentali è un lusso che si paga si paga si paga.

Dopo Tina, è la volta di Fernanda.

Ventisettenne, Pavese ottiene una supplenza al liceo classico D’Azeglio. Tra i suoi studenti siede Fernanda Pivano, la donna che porterà in Italia la Beat Generation. L’esperienza di Pavese da insegnante viene interrotta dalla condanna al confino, che terminerà definitivamente solo nel 1938.

Di rientro a Torino, Pavese rincontra Pivano, che ora è una studentessa universitaria. I due iniziano a scambiarsi romanzi e poesie; Pavese la introduce alla letteratura americana e le fornisce clandestinamente una copia dell’Antologia di Spoon River, di cui Pivano sarà la prima traduttrice.

Nonostante il connubio letterario che li unisce, l’amore che Cesare prova per Fernanda non verrà mai ricambiato. Le sue due proposte di matrimonio (26 luglio ’40 – 10 luglio ’45) saranno da lei declinate e da lui ricordate nel frontespizio di Feria d’agosto. Le dedicherà anche tre poesie contenute in Lavorare Stanca: Mattino, Estate e Notturno.

I grandi amanti saranno sempre infelici, perché per loro l’amore è grande e quindi esigono dalla bienaimée la stessa intensità di pensieri ch’essi hanno per lei – altrimenti si sentono traditi.

[Il mestiere di vivere, 14 ottobre ’40]

Fernanda sposa il suo grande amore, l’architetto Ettore Sottsass e Cesare è di nuovo solo. La prossima delusione viene da Bianca Garufi.

Garufi nel ’44 è segretaria generale della casa editrice Einaudi e qui incontra Pavese. Dal 1945, i due iniziano a scambiarsi frequenti e tenere lettere e si spingono fino a comporre a quattro mani un romanzo mai concluso, pubblicato dopo la morte di Pavese con il titolo di Fuoco Grande.

Bianca e Cesare sono una bellissima coppia discorde, tuttavia il sogno di un matrimonio si infrange sulle difficoltà sessuali di Pavese.

È la terza volta che Cesare fallisce e Bianca è la terza donna ad assistere. Il 27 novembre ’45, Pavese annota sul suo diario le tre date in cui i suoi sogni di matrimonio, famiglia e paternità si sono infranti.  

T. ti aveva detto soltanto che le poesie ti bastavano

                                   e le aveva amate molto,

 F., senza discuterne il riflesso pratico, le aveva

                                   lette con curiosità paziente,

 B. ti dice che non avrai altro, e criticamente

                                   le ama molto.

È già due volte in questi giorni che metti accanto T, F, B. C’è qui un riflesso del ritorno mitico. Quel che è stato, sarà. Non c’è più remissione. Avevi 37 anni e tutte le condizioni erano favorevoli. Tu cerchi la sconfitta.

[Il mestiere di vivere, 14 ottobre ’45]

In ultimo, venne la morte e aveva gli occhi di Constance Dowling. A Pavese basta uno sguardo per innamorarsi dell’attrice americana, durante un veglione di capodanno a casa di amici. Sta iniziando il 1950, l’ultimo anno di vita del poeta.

A Connie dedicherà lettere accorate e la celeberrima Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Ma è quindi per lei – e solo per lei – che Pavese si uccide?

Non importano i nomi. Sono altro che nomi di fortuna, nomi casuali – se non quelli, altri? Resta che ora so qual è il mio più alto trionfo – e a questo trionfo manca la carne, manca il sangue, manca la vita.

Non ho più nulla da desiderare su questa terra, tranne quella cosa che quindici anni di fallimenti ormai escludono.

[Il mestiere di vivere, 17 agosto ‘50]

Ai più avveduti non sfuggirà come io abbia glissato sulla proverbiale misoginia di Pavese. Sono caduta nella rete del sentimentalismo da quattro soldi, incapace come sono di guardare con occhi disincantati un uomo al quale mi sento tanto emotivamente vicina.

Cesare è il mio patrono e il mio rifugio; è l’adolescente che accetta il rifiuto ancor meno di quanto accetti se stesso.

Cesare sono io, che ragiono sull’amore più di quanto lo vivo. Sono io, quando soffro per dimostrare che amo; quando mi struggo perché il dolore è umano e l’assenza no.


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