#1×09 – Potere ai piccoli (o forse no): Il signore delle mosche di William Golding

Immaginate di odiare così tanto il libro preferito dei vostri figli da scrivere un romanzo satirico in cui se ne ribalta la tesi principale. 

Ora immaginate, con quel romanzo, di vincerci un Nobel.

Ciao amici fiki, Federica sarà la nostra nuova terza voce fissa ma voi la conoscete già come regina dell’horror. 

Prima di parlarvi del libro – perché ci piace lasciarvi sulle spine – ci tenevamo a ringraziare Elle Magazine che il mese scorso ci ha inserito nella lista dei podcast su donne e femminismo che tutti dovrebbero ascoltare. 

Vi ringraziamo di cuore e speriamo che anche questa nuova versione del podcast vi piaccia. Saremo sempre in tre ma per oggi vi dovrete accontentare di noi due.

Adesso basta con le smancerie perchè il libro di oggi è terribile: in questa puntata vi parliamo de Il signore delle mosche, di William Golding.

William Golding nasce nel 1911 a Newquay, in Cornovaglia. Il padre è un maestro elementare e un socialista, la madre è una suffragetta. Studia Letteratura inglese presso l’università di Oxford, dopodiché, come il padre, intraprende la carriera di maestro elementare. Grazie a questo lavoro si trasferisce a Salisbury dove conosce Ann Brookfield, attivista comunista che presto diventerà sua moglie e con la quale avrà due figli, David e Judith Diana, detta Judy, autrice di un libro di memorie sulla sua famiglia e una delle maggiori custodi dell’eredità letteraria del padre. Allo scoppio della seconda guerra mondiale il nostro William si arruola in marina, mettendosi in luce in importanti operazioni militari e prendendo parte allo sbarco in Normandia. Ma gli orrori della guerra restano profondamente impressi nella sua mente, lasciandogli cicatrici impossibili da sanare. 

Seppure abbia ammesso che suo padre non era un uomo facile da amare, e che lui e Ann si amassero tra di loro più di quanto amassero i loro figli, Judy Golding conserva splendidi ricordi di quest’uomo che sarebbe diventato uno dei più grandi autori del Novecento. E tra questi ricordi ci sono i libri che papà Golding leggeva a lei e a suo fratello:un genere molto popolare nella letteratura per ragazzi era quello dell’avventura nella natura selvaggia, da domare e civilizzare, e il romanzo preferito di David e Judy, appartenente proprio a questo genere, era L’isola di corallo di RM Ballantyne. In questo romanzo i protagonisti, di nome Ralph, Jack e Peter, si ritrovano su un’isola abitata dai selvaggi, cui i tre ragazzi riescono a imporre la loro cultura e la loro religione, il tutto mentre combattono contro i pirati, scovano tesori e vivono fantastiche avventure. Avendo passato la vita a lavorare coi ragazzini, e avendo visto come questi davvero interagiscono non appena viene a mancare una figura autoritaria che li controlli, Golding non apprezza particolarmente questo genere letterario, e questo romanzo in particolare, con la sua esaltazione della superiorità della razza britannica e la sua apologia colonialista. Un giorno, quasi scherzando, dice ad Ann: Non sarebbe una bella idea se scrivessi un romanzo su dei bambini abbandonati su un’isola che però si comportino veramente come farebbero dei bambini? 

L’idea si trasformerà in un romanzo controverso, cupo, che verrà rifiutato da 21 editori prima che la casa editrice Faber&Faber, diretta da Thomas Stearns Eliot, si prenda in carico la pubblicazione nel ‘54. Sarà proprio il grande poeta a suggerire come titolo “Il signore delle mosche”, in riferimento a uno dei tanti nomi del Diavolo, Belzebù, un dio filisteo il cui nome in ebraico significa “Signore di tutto ciò che vola”.

Nell ‘83 William Golding, che aveva scritto Il signore delle mosche quasi per dispetto, vince il nobel per la letteratura. Tra le motivazioni dell’attribuzione del premio l’accademia svedese annovera la capacità di Golding nel descrivere la condizione umana nel mondo contemporaneo.

Il libro è stato tradotto in più di trentacinque lingue, ed considerato uno di quei libri che vanno assolutamente letti. In italiano ci sono state tre traduzioni e io vi giuro non posso ricostruire la storia editoriale dell’edizione italiana ma deve essere stata folle perché la traduzione che mi era capitato di leggere anni fa quando mi sono approcciata al romanzo per la prima volta innanzitutto manteneva quell’usanza nata sotto il fascismo e che poi, non mi spiego come, ha faticato così tanto a morire di tradurre i nomi dall’inglese all’italiano, ma inoltre non paghi di ciò hanno fatto parlare uno dei protagonisti, Piggy, che in originale parla con l’accento che era tipico della classe proletaria, in dialetto romanesco. Cioè un attimo prima sei su un’isola del pacifico e poi questo apre bocca e ti ritrovi nelle borgate romane con Anna Magnani che vende la verdura e i ragazzi di vita di Pasolini. Poi sono riuscita a procurarmi una versione in cui almeno l’insensato accento romano è stato emendato ma i nomi rimangono in inglese. Si vede che il traduttore s’era affezionato a Simone e Ruggero. Finalmente nel 2017 in Mondadori si saranno guardati tra loro e avranno deciso che era ora di dare una traduzione un po’ più moderna al romanzo che dev’essere l’edizione di Camilla.

All’inizio del romanzo un gruppo di scolaretti inglesi si ritrova abbandonato su un’isola. Nessun adulto è sopravvissuto all’impatto dell’aereo su cui viaggiavano, e così i bambini si trovano soli su un’isola che appare come un paradiso terrestre, con frutta e acqua dolce in abbondanza. I bambini eleggono come loro capo Ralph, uno dei più grandi, che dà loro delle regole e dei compiti, stabilendo dei turni per mantenere acceso un fuoco che possa richiamare le navi di passaggio. Ma mano a mano che la memoria della loro vita precedente sbiadisce, la paura sostituisce la ragione, e le leggi smettono di essere rispettate non appena ci si rende conto che non c’è alcuna punizione per la disobbedienza… In contrapposizione a Ralph, razionale e ligio al dovere, emerge la figura di Jack, violento e prepotente, il primo a spingere perché il gruppo si lasci andare ai suoi istinti più selvaggi.

Il signore delle mosche è una cinica esplorazione dell’animo umano, secondo l’autore malvagio per natura, cui solo le regole imposte dalla società impediscono di sbranare il proprio simile. Ogni elemento ha una forte valenza simbolica, in particolare la conchiglia, suonata da Ralph per richiamare gli altri all’inizio del libro, che diventa il simbolo della civiltà e della democrazia, dando il potere a chiunque la impugni di essere ascoltato dai compagni. La conchiglia è fragile, proprio come la società che i ragazzi hanno instaurato sull’isola, e la sua distruzione segna il punto di non ritorno oltre il quale non c’è più possibilità di redenzione. Ma anche gli stessi personaggi si ergono a simboli. 

Prendiamo ad esempio i gemelli, Sam ed Eric, spesso indicati come un’unica entità, Sameric, che rappresentano l’uomo conformista, non in grado di decidere per sé o agire autonomamente.

Roger, uno dei primi bambini a unirsi a Jack, è un sadico che gode nell’infliggere dolore. Siamo circa a metà del libro quando lo vediamo mentre gioca a lanciare le pietre a uno dei bambini più piccoli, mancando volutamente il bersaglio non perché non voglia fargli del male, ma perché il bambino è ancora coperto “dalla protezione dei genitori e della scuola, dei poliziotti e della legge”. Presto però, quando comprenderà che non ci sono conseguenze alle sue azioni, non perderà occasione per torturare, e uccidere. È un individuo pericoloso e disturbato, cui solo il controllo di un’autorità può impedire di fare del male. 

Simon rappresenta l’archetipo del “buon selvaggio”: è un bambino tranquillo, descritto come un po’ tocco dai suoi compagni, ma naturalmente predisposto alla gentilezza. È l’unico a non avere paura dell’isola, in grado di muoversi nella foresta anche di notte. La sua sensibilità lo esclude in un certo senso, ma è questa stessa sensibilità a permettergli di scoprire cos’è la Bestia che terrorizza gli altri bambini, e di comprendere la vera natura del Signore delle Mosche, l’incarnazione del Male. Golding non esclude che possano esistere persone buone per natura, ma queste sono sicuramente la minoranza, destinata a soccombere. 

Arriviamo ai tre protagonisti. Piggy è sicuramente il più intelligente dei bambini, i suoi occhiali rappresentano la razionalità che lo contraddistingue. È inoltre portavoce dell’unica voce adulta e femminile del libro: cita continuamente gli insegnamenti di sua zia, la donna con cui è cresciuto. Nonostante ciò, la sua obesità, così come l’asma e la sua forte miopia lo pongono in fisico svantaggio rispetto agli altri bambini, rendendolo oggetto di scherzi e prese in giro da parte dei compagni.

Ralph e Jack sono i due leader naturali del gruppo. Ma se il primo viene scelto perché bello, eroico, colui che viene rispettato perché si vorrebbe essere come lui, Jack è quello che domina con il terrore e la violenza. È il primo dei bambini a dipingersi la faccia, adottando una maschera che gli permetta di mostrare il suo vero volto, la sua vera natura. Mentre Ralph e Piggy, razionalmente, negano l’esistenza della Bestia che terrorizza le notti dei bambini, Jack per rassicurarli sostiene di essere più forte di questa Bestia, e di poterla uccidere. Se per Jack il desiderio più grande è il potere, da ottenere con ogni mezzo necessario, per Ralph rimane sempre quello di essere salvato, di tornare alla vecchia vita e al mondo degli adulti. Per questo Ralph è terrorizzato dalla fascinazione che prova per il mondo della caccia e delle danze selvagge cui Jack l’ha introdotto: se anche lui deciderà di abbandonare il fuoco, se anche lui smetterà di preoccuparsi che una nave possa vedere il loro segnale, allora nessun altro lo farà.

 Già nel 1963 viene realizzato il primo adattamento cinematografico del libro, in cui Piggy nel doppiaggio italiano si chiama Bombolo, non c’è pace tra gli ulivi, di cui poi verrà realizzato un remake nel ‘90. Ma il romanzo ha avuto un’influenza enorme nella cultura di massa, e viene continuamente citato, omaggiato e parodiato. Ad esempio in reality come “Survivor” in cui i concorrenti erano divisi in due tribù, o Kids’ Nation, in cui ragazzini in età preadolescenziale sono sfidati a costruire una società in cui vivere, o nella puntata dei simpson intitolata Das Bus (Nona stagione, 14esimo episodio se volete controllare), e per finire in Lost che omaggia il capolavoro di Golding con riferimenti espliciti e citazioni più sottili. 

Là alla spiaggia un mese fa potevano essere tutti dottori e ragionieri, ma adesso è l’ora del Signore delle Mosche

dice Sawyer in Lost

Anche la musica non è rimasta immune dalla fascinazione del Signore delle mosche, e sebbene siano molte le canzoni ispirate al romanzo vorrei citare gli Iron Maiden, che spesso hanno omaggiato capolavori letterari nelle loro opere. Ho sentito per sbaglio Lord of the flies quando ho cominciato a lavorare a questa puntata ed è almeno una settimana che ce l’ho in testa, quindi ora devo imporla anche a voi. 

William Golding era un uomo profondo e intelligente, ha visto due guerre mondiali e in una di queste ha combattuto e ucciso, e ha vissuto la quasi totalità della sua vita adulta sotto la minaccia che le tensioni tra USA e URSS si trasformassero in conflitto nucleare. Quando gli veniva chiesto di commentare il suo romanzo rispondeva:

Chiunque abbia vissuto questi anni senza comprendere che l’uomo produce il male come le api producono il miele, deve essere cieco, o malato di mente.

Oggi Camilla vi parlerà di come i due personaggi protagonisti possano diventare un parallelismo per parlare dei regimi totalitari e io (Federica) vi racconterò delle speculazioni riguardo alla possibilità di rappresentare questa storia al femminile e degli esiti che questi tentativi hanno avuto.

Come Golding descrive i totalitarismi

di Camilla Magnani

Mia mamma un giorno mi ha detto “Io non ho mai pianto per nessun libro, l’unico per cui l’ho fatto è stato Il Signore delle Mosche”, e ora che l’ho letto anche io, non fatico a crederlo.

Diciamocelo: William Golding è stato sempre un po’ fissato con questa faccenda dell’uomo malvagio e della sua funzione all’interno della società.

Anche quando era solo un insegnante di scuola elementare, era un po’ “quello strano” della situazione. I ragazzi fungevano da specchio per i suoi esperimenti sul comportamento dell’uomo all’interno della società. Vuole capire come l’essere umano si comporti da solo e come cambi all’interno di una struttura più grande dove la sua libertà è limitata dalla convivenza con altri esseri umani. Divide le classi in gruppi, dando a ciascun gruppo un argomento di cui discutere e ciò che scopre sarà l’idea alla base del suo romanzo, Il signore delle mosche: quando i bambini vengono controllati da un adulto, una sorta di moderatore, la discussione funziona; quando invece vengono lasciati a loro stessi, la situazione degenera.

Forse è per questo che Golding pensa all’isola deserta: un luogo estremo, in una situazione estrema, dove i bambini, che dovrebbero essere il ritratto dell’innocenza, si ritrovano a dover cercare di conservare la propria vita. Ed è proprio quando è la propria sopravvivenza in gioco che emergono i comportamenti anti-sociali.

Ho sempre trovato molto affascinate osservare come funzioni la leadership all’interno di un gruppo. Perché scegliamo un leader? Ma soprattutto, come?

Il signore delle mosche può essere uno specchio molto interessante sotto questo punto di vista in quanto sin da subito sono due i personaggi che si ergono a leader: Ralph e Jack.

Quando l’incidente aereo è appena accaduto e il ricordo della vita “normale” è ancora vivo, i bambini scelgono Ralph, il ragazzo che ha suonato per la prima volta la conchiglia, quella che diventerà il simbolo del potere democratico e ragionato, colui che ha raccolto intorno a sé i sopravvissuti per la prima volta, coadiuvato da Piggy, il personaggio che più di tutti sembra una voce adulta all’interno dell’isola.

Subito dopo l’incidente, la necessità è fondamentalmente quella di farsi salvare e tornare a casa. Come è logico che sia. Vengono costruiti rifugi, si cerca di capire come reperire del cibo, ma la preoccupazione più importante è il fuoco che segnali alle navi di passaggio la presenza di vita sull’isola.

Il secondo personaggio che si propone come leader è Jack, il classico spaccone sempre pronto alla sfida, già a capo del suo gruppetto del coro.

Sin da subito appare come un soggetto che vuole il potere per avere il potere ma la sua visione non è quella che la tribù dei sopravvissuti preferisce.

I bambini preferiscono affidarsi a Ralph, logico e orientato al salvataggio piuttosto che a Jack, che mira a rendere la vita sull’isola più piacevole e confortevole attraverso la caccia.

Ma ciò che cambia ogni cosa è la paura. È la paura ciò che paralizza qualsiasi società, che ricorda alle strutture complesse che, in fondo, sono solo un ammasso di individui. E la paura diventa ancora più grande quando esiste un nemico.

Immediatamente, quindi, la paura di non essere salvati diventa secondaria, quando i piccoli iniziano a sussurrare di una bestia che disturba il loro sonno e tutti cominciano a credere all’esistenza di un’entità capace di attaccarli da un momento all’altro. O ancora, mentre Ralph da la precedenza al salvataggio, Jack preferisce andare a caccia con i suoi “cacciatori”, che altro non sono che i ragazzi del coro, e questo lo rende un leader molto potente perché il fatto di poter dare una rassicurazione diretta e immediata come il cibo, crea, ovviamente, molti consensi.

Abbiamo appena passato alcuni mesi di inferno e non importa quale sia la vostra opinione sulla pandemia e se siate di destra o di sinistra: una cosa è certa, è la paura per la propria vita a orientare le persone in situazioni di crisi.

L’essere umano in una situazione di crisi pare orientarsi su ciò che può fornirgli una soluzione immediata.

Quindi nel momento in cui scarseggia il cibo o si teme un attacco da parte di un’entità misteriosa, la paura di non essere salvati passa in secondo piano.

Bisogna essere vivi per venire salvati, banalmente.

Il modo in cui Ralph e Jack controllano la situazione, tuttavia, è completamente diverso.

Ralph viene eletto capo e usa la logica per poter continuare a governare. “Qual è la cosa più sensata da fare?” è ciò che si chiede, cercando di non scadere nelle provocazioni di Jack che invece usa la tecnica tipica di molti regimi totalitari: screditare il nemico, umiliarlo.

Durante il fascismo una delle punizioni più famose subite dagli oppositori del regime era l’assunzione forzata di olio di ricino. E lo sapete perché?

L’olio di ricino ha un potere fortemente lassativo e ciò che accadeva dopo averne ingerito una quantità massiccia ve lo potete immaginare. Agli oppositori venivano legati i pantaloni in modo che non potessero toglierli e fossero obbligati a una camminata della vergogna fino a casa.

Ed è così che funziona: da un lato il pensiero che potrebbe assalire la mente di un potenziale oppositore del governo è: io non voglio finire come lui; dall’altra parte, ci sarà la sensazione che sia giustificato attaccare un nemico quando è così ridicolo. Se lo è meritato, è quello che scatta all’interno della mente umana.

Inoltre, in questo modo, il nemico non è più una minaccia. La ridicolizzazione del nemico, l’utilizzo di parole specifiche per screditarlo (certe volte proprio come un ritornello), l’uso, come anche oggi accade, di fotografie o video infamanti o addirittura manipolati, fanno sì che tutto appaia giustificato.

Pensando ancora al fascismo ricordo tutte quelle parole straniere che sono state italianizzate nel periodo del regime. Può sembrare una semplice operazione linguistica, ma la verità è che cambiando il modo in cui le persone esprimono le proprie idee, si cambia la mentalità di una intera generazione. Se parole che provengono dall’estero vengono italianizzate, il messaggio, sostanzialmente è: noi non abbiamo bisogno di loro, il nemico non interferirà con noi, noi possiamo fare tutto quello che vogliamo.

Ed è così che accade anche nel Signore delle mosche. I ragazzi di Jack hanno il loro ritornello durante la caccia, iniziano a sviluppare delle vere proprie tradizioni, inventano una danza rituale nel momento della violenza, smettono di indossare i propri vestiti per diventare dei selvaggi e iniziano a dipingersi la faccia e il corpo.

Un’uniforme conosciuta, un ritornello, dei rituali e, soprattutto, un nemico, sono componenti di una forma mentis che crea il gruppo. E se c’è una cosa che ci dimostra il Signore delle mosche è che il gruppo è in grado di giustificare qualsiasi cosa.

La struttura militaresca, l’uso di divise e a definizione del gruppo sono solo altri modi per far sì che l’individuo si senta a suo agio nel gruppo e che, anche quando sa che sta avvenendo qualcosa di sbagliato, non dica nulla

Mica tutti quelli che vivevano nella Germania nazista erano nazisti convinti, ci insegnano la storia e film meravigliosi come Jojo Rabbit. 

Durante la notte di cristalli, nel novembre 1938, quando i negozi, punti di aggregazione e case private ebree sono stati presi di mira, non tutti coloro che hanno assistito in silenzio potevano per forza essere d’accordo.

E sto citando chiaramente questo evento perché era avvenuto nelle città, sotto gli occhi di tutti, diversamente dai campi di concentramento, di cui qualcuno nega ancora l’esistenza.

Allora a volte mi chiedo: che cos’è peggio? Essere il carnefice o assistere ad un’ingiustizia, poter fare qualcosa per impedirla e denunciarla e non fare assolutamente nulla?

Forse questa domanda dovremmo farcela un po’ più spesso.

La rappresentazione del Signore delle mosche al femminile

di Federica Caslotti

Già all’uscita del romanzo molti notarono un curioso particolare: nel signore delle mosche non compaiono personaggi femminili. La cosa venne fatta notare all’autore, che in un’intervista rispose così:

Le ragazze, giustamente, mi chiedono “Perché non è un gruppo di bambine? Perché ha scritto di un gruppo di bambini?” Ebbene, la mia risposta è che sono stato anche io un bambino, sono stato un fratello e un padre e sarò un nonno. Ma non sono mai stato una sorella, una madre, una nonna. E questa è una risposta. Un’altra risposta è naturalmente che un gruppo di bambini è molto più simile alla nostra società in scala ridotta, che un gruppo di bambine. Non chiedetemi perché, è una cosa terribile da dire e sarò perseguitato dalle donne che parlano di uguaglianza, ma questo non ha a che fare con l’uguaglianza. Credo che le donne siano pazze a fingere di essere uguali agli uomini poiché esse sono nettamente superiori, e lo sono sempre state. Ma non si può prendere un gruppo di bambine e renderlo una rappresentazione in scala della società. Un’altra cosa che mi chiedono è “Perché non ci sono bambini E bambine?” Ebbene, se ci fossero stati sia maschi che femmine, considerando ciò che siamo, il tema del sesso avrebbe fatto capolino, e non volevo che questa storia parlasse di sesso. Il sesso è una cosa troppo triviale per essere mescolato a una storia come questa, che parla del problema del male e di come le persone possono vivere insieme in una società.

William Golding

Prima che qualcuno si scandalizzi per il sessismo al contrario di Golding, chiariamo alcune cose. Sebbene l’affermazione di Golding secondo la quale le donne non dovrebbero ricercare la parità poiché naturalmente superiori, sia stata certamente pronunciata in buona fede, il femminismo e tutti i movimenti per i diritti civili non propagandano la superiorità o inferiorità morale di qualche gruppo, ma rivendicano parità di diritti e opportunità che dovrebbero appartenere a ogni essere umano per diritto di nascita e che invece ad alcuni sono negati o resi più difficili da ottenere proprio dalla società in cui viviamo. 

Inoltre, Golding vive e scrive in una società ancora ampiamente dominata dagli uomini: dal suo punto di vista, ha assistito a due guerre mondiali scatenate da uomini, combattendo a fianco di altri uomini ha visto commettere crimini atroci e forse ne ha commessi egli stesso, sono stati degli uomini a progettare i campi di sterminio e la bomba atomica, degli uomini erano a capo dei totalitarismi che hanno insanguinato il novecento, e altri uomini minacciavano di annientare l’umanità scatenando una guerra nucleare. Sto dicendo che delle donne al loro posto non avrebbero fatto le stesse cose? Assolutamente no, sto solo dicendo che Golding probabilmente non ha mai avuto occasione di vedere una donna al potere in tutta la sua vita, e di fronte agli orrori del novecento e alla sua terribile perdita di fiducia nell’umanità è probabile e comprensibile che si sia rivolto a quegli ideali femministi che aveva assorbito dalla madre e dalla moglie per interpretarli a modo suo, e immaginare che le donne al potere non avrebbero potuto che fare di meglio.

Ma nella realtà, sarebbe proprio così? Siamo sicuri che un gruppo di bambine non avrebbe fatto la stessa fine del suo corrispettivo maschile?

Nel 2018 si è parlato e straparlato della possibilità da parte della Warner Bros di produrre una versione del Signore delle mosche totalmente al femminile, e il web, come dicono i giornali è insorto! Da una parte chi lamenta che sembra non si possano più fare nuovi film senza protagoniste femminili, perché in effetti le donne sono solo il 50% della popolazione, che bisogno c’è di rappresentarle allo stesso modo degli uomini mi chiedo. Dall’altra chi sostiene che una situazione come quella del signore delle mosche non potrebbe mai verificarsi con un gruppo di bambine. Io ho una teoria diverse a riguardo: sebbene effettivamente l’educazione imposta alle bambine sia molto più severa nel reprimere gli impulsi violenti, nel momento in cui vengono a cadere le sovrastrutture sociali credo che crollerebbero anche tutti gli insegnamenti specifici legati al genere. 

Mentre ancora si discute sulla possibilità di realizzare questo reboot affidando la regia a Luca Guadagnino, zitta zitta quatta quatta nel 2018 la regista Amanda Kramer ha debuttato con “Ladyworld” un film indipendente lowbudget claustrofobico e delirante, in cui la discesa nella follia è accompagnata da una recitazione molto esagerata e teatrale e una colonna sonora stridente e inquietante. Otto ragazze dopo un violento terremoto si trovano bloccate in una casa. Non hanno idea di cosa sia successo al mondo esterno e se arriverà qualcuno a salvarle, non hanno acqua, corrente elettrica e da mangiare hanno solo una torta di compleanno. a peggiorare le cose una delle ragazze sostiene di aver visto un uomo nella casa. Il gruppo si scinde: c’è chi sostiene che l’uomo non esista e cerca di mantenere la calma e rispettare le regole che si sono date, chi invece vuole stanare l’uomo e ammazzarlo. Anche qui le selvagge si dipingono la faccia, ma lo fanno con un trucco marcato ed esagerato, con sopracciglia e labbra dipinte e rese più grandi ed evidenti e una cipria bianca a coprire il volto. Improvvisamente non è più importante essere salvate, ma trovare l’uomo e ucciderlo coi coltelli, ma non prima di essersi liberate di quelle che si oppongono a questa caccia.

Non è una trasposizione fedele del romanzo, ma un omaggio, una citazione, un’opera liberamente ispirata che però si mantiene fedele al messaggio dell’originale: cosa succede quando ci spogliamo degli abiti che ci sono stati imposti e ci comportiamo come ci detta la natura? Fino a dove siamo capaci di spingerci se sappiamo che non ci sono leggi a punirci?

Un’altra cosa che mi chiedo è: abbiamo bisogno di un Signore delle mosche al femminile? Ladyworld è un film molto riuscito, che partendo dal romanzo crea un’opera abbastanza forte da esistere per se stessa, senza poggiarsi sull’originale. Il signore delle mosche è un romanzo perfettamente orchestrato, due trasposizioni cinematografiche sono già state fatte. Un remake al femminile potrebbe offrirci qualcosa di più? Queste operazioni funzionano in casi come Mad Max Fury road o appunto Ladyworld, in cui partendo dalla storia originale si sviluppa qualcosa di nuovo e diverso da raccontare. Quindi, un appello a tutti gli sceneggiatori, scrittori e registi in ascolto: i genderbend lasciamoli alle fanfiction e alle fan art. E invece di continuare a raccontarci storie che sono già state scritte, cerchiamo di creare qualcosa di nuovo, qualcosa che parli alla nostra epoca e risponda alle nuove esigenze che il pubblico ha dimostrato di avere.

Considerazioni finali

Federica: Io ho sempre amato questo romanzo da quando l’ho letto per la prima volta alle superiori, trovo che ci siano pochi romanzi così chiari nelle allegorie che rappresentano senza diventare presuntuosi. Il messaggio è chiarissimo come tutte le simbologie che lo accompagnano eppure non diventa un saggio filosofico, resta un romanzo d’avventura che sconfina nell’horror e nel thriller, anche se sembra che questi generi non si possano accostare ai classici, sembra sempre che i romanzi di genere debbano essere relegati alla letteratura di serie b ma non è così, questo romanzo per me è un capolavoro del romanzo dell’orrore. Riguardo al messaggio io non sono così cinica, io sono convinta che ci siano molte più persone come Ralph, Piggy e Simon, che come Jack e Roger. Lo vedo più come un avvertimento: non bisogna permettere, per nulla al mondo, che persone come jack abbiano uno spazio e prendano il potere. è già successo, sta ancora succedendo e potrebbe succedere di nuovo ma non dobbiamo rassegnarci a questo fatto, dobbiamo fare in modo che non accada mai più. E questo significa smettere di dare spazio e fare pubblicità a certi soggetti, e invece di basare la propria strategia politica su “almeno non siamo delle bestie come x” proporre soluzioni vere e razionali. 

Camilla: Io sono completamente d’accordo con Federica. Voglio solo aggiungere una sorta di avvertimento: questo romanzo va letto, ma dovete essere preparati all’effetto che avrà su di voi. Dati gli argomenti affrontati e il modo in cui Golding parla dell’esistenza umana, io, che come molti di voi, mi immergo completamente nella lettura di un libro e provo empatia per i personaggi, mi sento di avvertirvi che questo racconto non va preso alla leggera. Un po’ come non andreste in qualsiasi momento della vostra vita a visitare un campo di concentramento, forse dovete essere pronti e sentirvela prima di leggere un libro come questo. Io infatti, dopo aver sfogliato l’ultima pagina, mi sono chiesta “Dov’è che ho messo I love shopping?”

La puntata finisce qui, vi ricordiamo che potete ascoltarci su Spotify, Spreaker e Apple Podcast, seguirci su Instagram e Facebook. Diversamente dal solito, oggi non vi lasceremo con le citazioni che abbiamo amato di più di questo libro. Abbiamo pensato, invece, di trasmettervi un pochino di speranza con le parole dell’antropologa Margaret Mead:

Anni fa, durante una conferenza uno studente chiese all’antropologa Margaret Mead quale riteneva che fosse il primo segno di civiltà in una cultura. Ci si aspettava che rispondesse la ruota, i vestiti, l’uso del fuoco. Invece Mead disse che il primo segno di civiltà in una cultura antica è un femore rotto e poi guarito:

Nel regno animale, se ti rompi una gamba, sei morto. Non puoi scappare dal pericolo nè procurarti acqua e cibo. Sei solo un peso, facile preda per gli animali più grossi. Nessun animale sopravvive a una gamba rotta abbastanza a lungo perché l’osso guarisca. Un femore rotto e poi guarito è la prova che qualcuno si è preso cura di te, ti ha tenuto al sicuro e ti ha aiutato a riprenderti. aiutare qualcuno in difficoltà è il punto preciso in cui la civiltà inizia. 


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