Oriana Fallaci e Alekos Panagulis: quando tutto l’universo obbedisce all’amore

di Ilaria di Cugno

«S’agapò tora che tha s’agapò pantote.»
«Cosa significa?»
«Significa: ti amo ora e ti amerò sempre. Ripetilo.»
Lo ripeto sottovoce: «E se non fosse così?»
«Sarà così.»
Tento un’ultima vana difesa: «Niente dura per sempre, Alekos. Quando tu sarai vecchio e…»
«Io non sarò mai vecchio.»
«Sì che lo sarai. Un celebre vecchio coi baffi bianchi.»
«Io non avrò mai i baffi bianchi. Nemmeno grigi.»
«Li tingerai?»
«No, morirò molto prima. E allora sì che dovrai amarmi per sempre.»

La prima volta che ho letto Un uomo (Rizzoli,1979) di Oriana Fallaci ero in balìa del mio primo grande amore. 
Un approccio comunque sospettoso il mio, inutile negarlo, dettato dall’aurea di un personaggio più che controverso, dalla lettura di alcuni suoi articoli incredibili e di altri più che contestabili e di un romanzo come La rabbia e l’orgoglio (Rizzoli, 2001) che avevo trovato eccessivamente violento e poco lucido.
Eppure in Oriana, al di là di tutto, riconoscevo una penna straordinaria, un modo di scrivere e intervistare ineguagliabile e politicamente scorretto. Riconoscevo una donna affascinante, figlia della Resistenza, testimone della preparazione del primo sbarco sulla Luna, spettatrice della Guerra in Vietnam come unica inviata italiana, giornalista audace di fronte ai grandi leader del mondo, il cui sogno era quello di divenire «scrittore».
Quello che ancora non sapevo però, era che la lettura di Un uomo mi avrebbe trafitta da parte a parte come una lama affilata, non solo all’alba di una delle mie prime importanti relazioni, ma anche qualche anno più tardi, quando ho iniziato a scrutare i rapporti umani con uno sguardo più disilluso.

Un uomo, anzi, quell’uomo è Alexandros – Alekos – Panagulis, l’eroe della Resistenza greca. Un eroe tragico che a tutti i costi incarna i principi di amore, dolore e morte della letteratura Omerica. 
La sua sete di verità, giustizia e libertà lo porta il 13 agosto 1968 a collocare una bomba sotto il ponte sul quale doveva passare l’auto del capo della dittatura militare greca Papadopoulos. Un attentato che miseramente fallisce e ne comporta l’arresto, le sevizie e la prigionia, alle quali stoicamente resiste fino all’amnistia del 1973.
Ed è proprio il 1973 l’anno in cui Oriana e Alekos si conoscono, anzi si riconoscono. Lei, giornalista affermata che scrive per L’Europeo, vola ad Atene per intervistare l’uomo che le aveva infuso coraggio «con il solo fatto di esistere» e al quale aveva tenuto compagnia durante l’isolamento attraverso la propria scrittura.
Oriana racconta la segregazione di Alekos con minuzia e dovizia di particolari, un incontro in cui nulla è taciuto e dove cedimenti e paure fanno di Panagulis un uomo talmente vero e tangibile tanto da percepirne quasi personalmente la sofferenza. 
Oriana e Alekos si innamorano. Un amore imperfetto, che condivide gli ideali, i pensieri, le sensazioni, la carne e un senso di non appartenenza a niente e nessuno che li unisce per tre anni più di quanto avrebbe mai potuto unire chiunque altro

«Sei stata una buona compagna. L’unica compagna possibile»

Così Alekos definisce Oriana. L’unica compagna possibile.
Non è un uomo facile Panagulis: è irritante, scontroso, randagio, saggio, rivoluzionario. È un eroe che non si sente tale e che vuole essere prima di tutto un poeta, un artista e un amante della politica. 
Eppure la vita di Alekos diventa la vita di Oriana.
Panagulis torna a lottare come può per la democrazia in Grecia, il suo unico scopo nella vita. Non aderisce a nessun partito, decide di battersi da solo, perché sa di essere un uomo scomodo, per il quale la politica non  è altro che un ideale, non un mestiere. È questo il suo destino e, come più volte osserva la stessa Oriana, il destino non si può rinnegare, altrimenti «diventa una serie di occasioni perdute, un rimpianto di ciò che non è stato e che avrebbe potuto essere, un rimorso di ciò che non si è fatto e che avremmo potuto fare, e si spreca il presente rendendolo un’altra occasione perduta
Affronta l’esilio non senza difficoltà, vive in Italia, ma torna spesso in Grecia clandestinamente e infine, solo molto tempo dopo la fine della dittatura, rientra finalmente in patria da uomo libero.
E a quel punto combatte per la democrazia, una democrazia cattiva e malata che tenta di risanare in ogni modo. Viene eletto deputato, cerca di epurare i vecchi e i corrotti, ma ogni occasione per agire viene rovinata, forse per il troppo zelo o per l’eccesso di solerzia, per non parlare di una temerarietà difficile da controllare. 
Alekos è un’anima tormentata che riversa questo suo tormento sugli altri e in primis su Oriana, la donna amata, l’unica compagna possibile
Tradimenti, liti, dolori, frustrazioni, allontanarsi per poi riprendersi. Un rapporto che si avvicina più a delle montagne russe che a una relazione e che tocca uno dei picchi più tragici durante l’aborto della Fallaci. 

Forse perdersi sarebbe stata la scelta più saggia, più facile e più giusta per entrambi. Oriana si tormenta spesso, chiedendosi cosa ci sia di sbagliato, forse malsano, in quel rapporto a due. Una relazione malata sotto tutti i punti di vista e nella quale non si riconosce più come donna e come persona
Oriana lo sa e lo definisce «un cancro». Uno di quelli che a poco a poco ti divora e ti fa dimenticare chi sei realmente, e di cui ti puoi liberare solo con la morte. 
La sua morte che però è anche la propria
Eppure tutto ciò che razionalmente le impone di non essere una donna innamorata, diventa incredibilmente una ragione per amare.

«Ad esempio, il tuo corpo non mi attraeva […] fin dal primo istante ti avevo giudicato bruttino e continuavo a giudicarti tale. Quegli occhietti piccoli, diversi nel taglio e nella collocazione […] Quei capelli untuosi che non pettinavi mai, quel corpo tarchiato, spalle troppo tonde, braccia troppo corte, mani troppo tozze […] E poi quante cose mi irritavano di te! Il tuo modo di mangiare, per dirne una […] Il tuo modo di fare il bagno, per dirne un’altra. […] E il tuo vitalismo esagerato, la tua sessualità golosa, ringhiosa, che quando aggrediva sollevava in me un impulso alla fuga. […] E lo sguardo? Quello di un lupo che si accinge a sbranare un cane preso a calci perché ha fatto pipì sul tappeto? […] Forse non ero innamorata di te, o non volevo esserlo, forse non ero gelosa di te, o non volevo esserlo, forse mi ero detta un mucchio di verità o menzogne, ma una cosa era certa: ti amavo come non avevo mai amato una creatura al mondo, come non avrei mai amato nessuno. Una volta avevo scritto che l’amore non esiste, e se esiste è un imbroglio: che significa amare? Significava ciò che ora provavo a immaginarti impietrito, perdio, con lo sguardo di un cane preso a calci perché ha fatto la pipì sul tappeto, perdio! Ti amavo, perdio. Ti amavo al punto di non sopportare l’idea di ferirti pur essendo ferita, di tradirti pur essendo tradita, e amandoti amavo i tuoi difetti, i tuoi errori, le tue bugie, le tue bruttezze, le tue miserie, le tue volgarità, le tue contraddizioni.»

Perché l’amore viscerale non lo controlli, spazza via le certezze e la razionalità. Non è solo una questione di corpi, è una scelta inspiegabile di fronte alla logica altrui, mentre noi siamo completamente soggiogati e in balìa di qualcosa che irrefrenabilmente prende il comando. 

«Negli abbracci forsennati o dolcissimi non era il tuo corpo che cercavo bensì la tua anima, i tuoi pensieri, i tuoi sentimenti, i tuoi sogni, le tue poesie. E forse è vero che quasi mai l’amore ha per oggetto un corpo, spesso si sceglie o si accetta una persona per la malìa inesplicabile con la quale essa ci investe, o per ciò che essa rappresenta ai nostri occhi, alle nostre convinzioni, alla nostra morale; però il veicolo di un rapporto amoroso rimane il corpo e, se quello non ti seduce, qualcos’altro deve pur sedurti. Il carattere, ad esempio, il modo di vivere o di comportarsi. E col tempo avevo scoperto che neanche il tuo carattere mi piaceva molto. […] Ma allora perché avevo avuto quell’impulso di correrti dietro, di abbracciarti, sentire i tuoi baffi contro la mia guancia, perché ora sentivo il bisogno di raschiarmi la gola e ricacciare indietro le lacrime?»

Alexandros Panagulis muore il 1° maggio 1976, vittima di un oscuro incidente d’auto che lo coinvolge nella buia notte di Atene. 

Io non lo so se Oriana e Alekos sarebbero vissuti insieme per sempre o se avrebbero finito per distruggersi a vicenda. 
Mentre leggo e rileggo le sue parole penso a quanto possa diventare tossico l’amore, a quanto possa essere meraviglioso e a quanto sia in grado di annientarci. A quanto la nostra mente a volte sia in grado di annichilirci, la stessa mente che trovo sempre così affascinante, perversa, articolata e sublime.
L’amore è un sentimento ordinario capace di diventare straordinario grazie alla sua prodigiosa capacità di coinvolgere l’intera sfera delle nostre emozioni.
Perché l’amore non segue percorsi prestabiliti, non si sceglie, sovverte la ragione e prende il controllo rendendoci vulnerabili.
Spaventoso, ma così eccitante.

Non sarò mai d’accordo con il pensiero di Oriana Fallaci nella sua interezza.
La considererò sempre un personaggio controverso e scorretto, una giornalista audace e uno «scrittore» straordinario.
Eppure, nonostante tutto, ogni volta che rileggo Un uomo non posso fare a meno di pensare quanto davvero tutto l’universo obbedisca all’amore.


http://www.oriana-fallaci.com/
https://www.ilpost.it/2015/02/17/oriana-fallaci-storia/
Oriana Fallaci, Intervista con la Storia, Rizzoli, Milano, 1974
Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, Milano, Rizzoli, 1975 
Oriana Fallaci, Un Uomo, Rizzoli, Milano, 1979
Leo Valiani, Un eroe tragico in Grecia, oggi, Corriere della Sera, 1 luglio 1979


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