BLACK BEAUTY MATTERS: VIAGGIO NEL RAZZISMO ACCETTATO

Dall’altra parte dell’Atlantico sta succedendo di tutto, lo sappiamo. Mentre scrivo, 170 città statunitensi sono in rivolta: la causa scatenante è la morte violenta e immotivata di George Floyd per mano delle forze dell’ordine, quel che sta sotto è una parità tra bianchi e neri – cui si sono aggiunte anche le minoranze ispaniche e asiatiche – mai raggiunta.

Come ogni fatto di cronaca dirompente, le rivolte di Black Lives Matter – associazione nata già nel 2013 – hanno scatenato ogni tipo di polemica: a favore (basta ingiustizie sociali!), contro (Make America Great Again!) e a favore ma non troppo – spoiler: se non sei del tutto a favore spesso sei contro – (belle le marce ma no alla violenza!).

Dove mi inserisco io in tutto questo marasma di opinioni? Nell’unico posto in cui mi sento a mio agio: la fiction. Influenzata dal clima generale e dal catalogo di Amazon Prime, perché sono pigra e mainstream, qualche giorno fa ho visto BlacKKKlandsman, film di Spike Lee del 2018, tratto dalla biografia di Ron Stallworth.

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BlacKKKlandsman racconta la storia di Ron Stallworth, primo detective afroamericano ad entrare nel corpo di polizia di Colorado Springs nel pieno degli anni Sessanta. Il suo primo compito è quello di infiltrarsi sotto copertura ad un comizio di Kwame Ture, attivista per i diritti civili del popolo nero. Ascoltandolo, Stallworth, figlio di militari e relativamente poco interessato alla lotta per i diritti civili, inizia a scoprire soprusi di cui non era a conoscenza e a riconoscerne altri che ormai aveva imparato ad ignorare.

Perché il razzismo è come un iceberg: se le persone comuni sono abituate a condannare ciò che sta fuori dall’acqua ed è visibile a tutti, sono altrettanto portate a negare ciò che l’acqua nasconde.

Dicevo che Stallworth rimane colpito dalle parole di Kwame Ture tanto da iniziare a indagare dove c’è più sporco, incrociando la via del rinato Ku Klux Klan.

Ma non è della punta dell’iceberg che voglio parlare oggi, per quanto queste nuove proteste dimostrino che nemmeno quella è stata realmente abbattuta; oggi voglio parlarvi di uno dei mille aspetti che stanno sotto l’acqua.

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Il movimento Black is Beautiful nasce negli anni ’60 e lotta per una percezione positiva dei tratti afro. E voi direte: “bravoni, ma pure i bianchi sono biutiful”.

Certo, infatti tutti il mondo riconosce nel corpo bianco e nei tratti caucasici l’ideale di bellezza. Ve la ricordate la bellezza ariana? Non è un granché da pensare ma non ci siamo di molto scostati da lì. Basta pensare al pantheon delle star hollywoodiane, che da sole si mangiano una larga fetta del mercato mainstream, per vedere la sproporzione tra le bellezze e le bellezze nere. Già il fatto di non dover necessariamente apporre l’aggettivo bianco per distinguere la bellezza caucasica è un grande indizio.

 

La bellezza è definita da una persona con il naso stretto? Con le labbra sottili? Con la pelle bianca? Certo che no! Perché voi non avete niente di tutto questo. Noi abbiamo le labbra grosse, il nostro naso è piatto, i nostri capelli sono crespi. Noi siamo neri e siamo bellissimi! Vedete, noi vogliamo assomigliare così tanto ai bianchi che ci opprimono in questo paese e poiché ci odiano e ci vergogniamo della nostra discendenza africana, allora odiamo noi stessi.

 

Queste parole le urla dal palco Kwame Ture, all’interno del film di Spike Lee. In quegli stessi anni, infatti, Black is Beautiful si fa spazio nella comunità e si riversa anche nell’ambiente della moda, come esemplificato dal Black Dandyism, un movimento della moda maschile che mirava a ridefinire il concetto stesso di eleganza. A sostituire i colori sobri degli abiti eleganti in uso, il Black Dandyism propone colori sgargianti, mixati in stampe, a ricordare i colori e la cultura africana.

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Secondo lo stesso ragionamento, viene sdoganata la capigliatura afro, che sfida le leggi di gravità e rappresenta una presa di coscienza della comunità. Da quel momento in poi, i capelli afro vengono visti come un segno di ribellione ad una società che considera l’omologazione alla whiteness l’unico modo per acquisire valore. E non si parla solo di valore estetico ma anche professionale.

Il decano della Hampton University School of Business ha imposto alla classe del 2001 un bando su dreadlocks e cornrows (le treccine, per intenderci), capigliature molto usate dalla comunità nera perché ben si adattano alle caratteristiche dei loro capelli. Secondo il decano sradicare questo genere di acconciature dagli studenti li avrebbe aiutati a trovare lavoro in grandi aziende, le quali considerano i natural hair un segno di scarsa professionalità.

Soltanto nel 2019, infatti, – e nei soli stati di California e New York – è stata introdotta una legge che vieta la discriminazione, al lavoro e a scuola, sulla base dell’acconciatura. Il CROWN Act (Create a Respectful and Open Workplace for Natural Hair) sottolinea come ancora oggi tratti associati alla blackness siano considerati simbolo di inferiorità e comportino spesso discriminazioni.

La professionalità è ancora collegata ad aspetti e maniere europee, ciò comporta che coloro che non si conformano naturalmente alle norme eurocentriche debbano alterare il loro aspetto, a volte in modo drastico e permanente, per venire considerati professionali.

Giunta alla fine di questa serata e di questo articolo, ho diverse considerazioni: in primis, il mio privilegio e la mia appartenenza geografica mi hanno concesso di ignorare tutto ciò fino a questo momento; in secundis, il razzismo negli USA è tanto strutturato da avere un proprio vocabolario, sia di repressione che di liberazione, e ciò è molto triste.

Ma quindi, la mia difficoltà a trovare una giusta traduzione per molti termini significa che il mio paese – come la mia lingua – è privo di fenomeni di razzismo?

No, la risposta è no, mi chiedo anche perché io abbia cercato di creare suspense andando a capo. Anche in Europa l’iceberg del razzismo può vantare una grande massa sotto il livello del mare. In Italia la legge non considera cittadini italiani coloro che su questo suolo sono nati e cresciuti. Da lombarda, posso assicurare che gli abitanti del sud vengono ancora chiamati terroni e guardati con una certa diffidenza. Della cultura razzista siamo intrisi, inutile pensare che non sia così.

L’unica via per un mondo più giusto è non sentirsi mai esenti. Per dare il buon esempio vi sto per raccontare uno degli episodi che più mi hanno fatta vergognare di me stessa:

Un anno fa, stavo facendo la fila per il bancomat. Ero di fretta e il tizio davanti a me la tirava per le lunghe. Quando finalmente se n’è andato, mi sono avvicinata allo sportello e un uomo nero (perché ho imparato che “di colore” è una paraculata, il colore ce l’hanno tutti) mi si è avvicinato e io d’istinto gli ho detto “scusa, ma non ho moneta”. Lui mi ha risposto stizzito “ma io non ti ho chiesto niente, sei tu che mi sei passata davanti!”. Stereotipi e discriminazioni sono anche frutto di fretta e pigrizia, ma non fanno meno male.  

Dubito che tu mi stia leggendo, ma se è così, ti chiedo scusa. Sono solo una donna bianca.

 

Fonti:

Spike Lee – BlacKKKlandsman (2018)

https://everydayfeminism.com/2015/06/cultural-appropriation-wrong/

https://www.ebony.com/style/fighting-for-our-hair-in-corporate-america-032/#axzz3b09Kz1qt

https://fimminachelegge.wordpress.com/2019/11/27/black-is-beautiful-la-rivoluzione-passa-dalla-moda/

https://www.teenvogue.com/story/a-brief-history-of-black-hair-politics-and-discrimination

 


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