#1×08 – Crazy rich Divers: Tenera è la notte di Francis Scott Fitzgerald

Francis Scott Fitzgerald disse “Gli scrittori dovrebbero scrivere i libri come se dovessero essere decapitati il giorno che l’hanno finito”. Beh, forse ancora non sapeva quante volte avrebbe riscritto il libro di cui vi parliamo oggi.

Benvenuti in questa nuova puntata. Io sono federica e oggi con me c’è fisicamente Giulia e telematicamente camilla. Veronica, per cause di forza maggiore, non ha letto il libro ma è qui in veste di tecnico del suono.

Il libro di questo mese è “Tenera è la notte” di Francis Scott Fitzgerald, pubblicato nel 1934. È il quarto romanzo dell’autore, che nella sua vita ha pubblicato soprattutto racconti, nonché l’ultimo portato a termine prima della morte.

Fitzgerald è considerato uno dei più grandi autori non solo dell’età del jazz ma del XX secolo. Nasce nel 1896 nel Minnesota in una famiglia un tempo benestante ma caduta in disgrazia per merito del carattere inconcludente del padre. Fin dalla giovinezza prova ammirazione e invidia per il mondo aristocratico del Sud degli stati uniti e della borghesia in ascesa, ma non può ignorare la corruzione e l’apatia che spesso si associano a questo stile di vita. Nel corso della carriera scolastica colleziona un discreto numero di insuccessi, ma eccelle nella scrittura. Si iscrive a Princeton, e gli anni passati nella prestigiosa università americana vengono ricordati come i più spensierati della sua vita, trascorsi tra feste, musical e incontri sportivi.

Nel 1917 l’America scende in Guerra e Scott lascia l’università senza aver conseguito la laurea per arruolarsi. Non verrà mai mandato al fronte in Europa, ma quando il suo reparto viene trasferito in Alabama conosce Zelda Sayre, un’affascinante bellezza del sud che lo conquista con la sua spigliatezza e il suo bell’aspetto. La guerra finisce e Scott può cercare lavoro a New York, dove fa praticamente lo stagista sottopagato di un’agenzia pubblicitaria. 

SCOTT SEI TUTTI NOI. Sei veramente un millennial. 

Zelda non vuole sposare uno spiantato, così lo lascia, e lui, dopo aver passato tre settimane ubriaco, approfitta di questa “pausa” per completare il suo primo romanzo, “Di qua dal paradiso”, che immediatamente si rivela un best seller, regalandogli fama e ricchezza.

Finalmente la coppia più bella dell’età del jazz convola a nozze, e Scott prosegue la sua carriera di scrittore con una serie di racconti le cui protagoniste si ascrivono all’archetipo della flapper, la ragazza giovane, carina e alla moda che rifiuta le convenzioni sociali e non ricerca più la famiglia e la stabilità del matrimonio ma pensa solo al divertimento e a se stessa. 

Dopo un lungo viaggio in europa fanno ritorno a New York, dove Fitzgerald ambienterà il suo più grande romanzo, “Il grande Gatsby” e dove, proprio come i protagonisti dei suoi romanzi, lui e Zelda si danno a feste favolose e dispendiose. La carriera di Scott prosegue sfavillante, oltre ai racconti tra i quali i più famosi sono Il curioso caso di Bejamin Button e amore nella notte, pubblica anche il romanzo Belli e dannati.

Nel 24 la coppia si trasferisce in europa. A parigi Scott conosce l’allora giovane scrittore emergente Ernest Hemingway, con cui stringe una profonda e per alcuni ambigua amicizia.

Così Hemingway descrive l’amico:

“Scott era un uomo che sembrava un ragazzo, con un viso tra il bello e il grazioso. Aveva capelli ricci molto chiari, la fronte alta, occhi brillanti e amichevoli, e una bocca irlandese, dalle labbra sottili, che sul viso di una ragazza sarebbe stata la bocca di una bellezza. Quella bocca ti preoccupava finché non lo conoscevi, e dopo ti preoccupava ancora di più.”

NON C’è NESSUNA SPIEGAZIONE ETEROSESSUALE IN TUTTO QUESTO

L’amicizia con Hemingway mette molto in crisi l’equilibrio già precario della coppia. Scott si abbandona sempre più all’alcolismo e Zelda comincia a dare i primi segni di instabilità psicologica. Le viene diagnosticata la schizofrenia che le provoca anche disturbi gastrointestinali

In questi anni Scott scrive la prima stesura di Tenera è la notte, che verrà rielaborata quattro volte prima di essere data alle stampe e uscirà nel 34 rivelandosi nonostante tutto l’impegno un fiasco. Dopo la pubblicazione Fitzgerald continua a modificare e rielaborare l’opera in diverse versioni. La prima versione ad arrivare in italia è la quinta stesura, tradotta da Fernanda Pivano, la prima a tradurre in italiano i romanzi della beat generation. In america poi esce postuma una sesta versione, nel 1951, rielaborata in modo drastico dal critico Malcom Cowley che basandosi sugli appunti dello scrittore cambia il punto di vista passando da quello di Rosemary a un’esposizione in ordine cronologico dei fatti raccontati dai due protagonisti. 

Il libro ha al centro il disintegrarsi del matrimonio dei coniugi Diver. Lui, Dick, psichiatra, incontra nel corso della sua attività clinica una giovane donna, Nicole Warren, ricoverata in seguito al grave esaurimento nervoso che l’ha colpita in seguito agli abusi sessuali subiti dal padre. Nonostante gli avvertimenti dei suoi colleghi, si innamora di lei e decide di sposarla, ripromettendosi di «restaurarle l’universo». Passano alcuni anni; lui, godendo della ricchezza della moglie, progressivamente perde interesse per la propria attività professionale. Si ritrovano sulla Costa Azzurra assieme a una strana coorte di personaggi, affascinati dal carisma di dick e dalla bellezza misteriosa di nicole. Proprio qui incontrano Rosemary, giovanissima star del cinema, che innamorata di Dick farà precipitare definitivamente la situazione.

E’ tutto così autobiografico.

Chiaramente, Rosemary è Hemingway

Gli ultimi anni di vita sono duri e infelici: Zelda viene internata in una clinica, Scott già debilitato dai suoi problemi di alcolismo di ammala di tubercolosi. Deluso dall’insuccesso del suo ultimo romanzo si dedica alla carriera di sceneggiatore trascorrendo gli ultimi anni di vita a hollywood. Stroncato da un infarto nel 40, il funerale si svolge in forma privata con pochissimi invitati tra i quali la scrittrice Dorothy Parker che lo saluta con una frase del Grande Gatsby “Povero vecchio bastardo”. 

La povera Zelda lo seguirà otto anni dopo: i due sono sepolti insieme e sulla loro tomba l’epigrafe recita l’explicit de Il grande Gatsby:

“Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato”

ORDINE DEL GIORNO 

Di che cosa vi parleremo oggi? Io, prendendo ispirazione dalla vicenda di Dick e Nicole vi racconterò di due donne che hanno rivoluzionato la cura delle malattie psichiatriche negli Stati Uniti, Giulia vi parlerà della leggendaria moglie di Fitzgerald: la mitica Zelda, emblema della donna libera e Federica vi racconterà dei capricci delle star del cinema durante l’epoca d’oro del divismo.

CAMILLA

Sono i primi decenni del Novecento a fare da sfondo alla storia raccontata in Tenera è la notte.

Nick Diver, il protagonista maschile della vicenda, attorno al quale si erge una fitta nube di mistero è uno psichiatra ed è proprio grazie al suo lavoro che conosce Nicole, quella che poi diventerà sua moglie. 

Chiedendomi come certe problematiche venissero affrontate in passato ho scoperto che sono state, anche questa volta, due donne a fare la differenza.

I primi istituti di cura per le malattie mentali, almeno negli Stati Uniti, risalgono probabilmente all’epoca vittoriana.

Le donne potevano finire ricoverate a causa di problemi come depressione post-partum, rabbia dovuta al ciclo mestruale, alterazioni dell’umore durante la gravidanza, disobbedienza, stanchezza cronica o ansia.

Insomma, molti disturbi sembravano indicare che fosse l’essere una donna la vera malattia.

E come venivano curate? Ma soprattutto, venivano curate?

In molti casi essere rinchiuse in un istituto voleva dire stare in una prigione dove veniva buttata via la chiave della cella. Le pazienti venivano prese in cura da medici uomini che si atteggiavano il più delle volte da padre padrone, figura cardine dell’epoca vittoriana. Questo trattamento, sorpredentemente, non funzionava affatto. Anzi.

Durante il 1800 le persone che soffrivano di disturbi mentali, infatti, non avevano il diritto di esistere. Erano come delle non-persone. Esistevano, questo è chiaro, ma nessuno doveva saperlo. Non dovevano essere visti per strada, non potevano essere amici o vicini di nessuno. Semplicemente, quando qualcuno presentava un disturbo, veniva fatto sparire spesso senza tornare mai più.

Ed è qui che arriviamo alla prima donna di cui voglio parlarvi oggi: Dorothea Dix, infermiera di Boston.

La Dix, infatti, fu la prima persona a voler affrontare la verità e vedere con i propri occhi la situazione deplorevole degli istituti di cura, per scrivere un rapporto. Se si immaginava già una situazione orribile, quello che scopre è senz’altro peggiore.

I malati venivano lasciati al buio, senza vestiti e senza riscaldamento. Alcuni frustati e altri incatenati ai muri. Trattati come nessun essere umano dovrebbe essere trattato.

Nel 1843, dopo aver studiato la situazione, la Dix propone allo stato del Massachusetts il miglioramento di alcuni istituti e lo ottiene. È proprio grazie a lei che inizia a emergere il bisogno di cambiamento. La cura deve essere compassionevole e non una punizione per i malati e, con questo spirito, vengono aperti 32 nuovi istituti di cura in tutti gli Stati Uniti.

L’altra svolta, però, arriva con Elizabeth Cochran, in arte Nellie Bly, una giornalista della Pennsylvania che ha iniziato la sua carriera rispondendo ad un articolo del Pittsburg Dispatch dal titolo: “A cosa servono le ragazze?”. L’autore dello scritto sosteneva che fosse nel DNA delle donne fare figli, stare a casa e pulire, insomma, appartenere alla sfera casalinga, aggiungendo che le donne lavoratrici rappresentavano una “mostruosità”.

Elizabeth, firmandosi, Little Orphan Girl, risponde all’articolo e viene chiamata dal direttore del giornale. Direttore che, vista l’arguzia della lettera, era convinto di aver appena offerto il lavoro ad un uomo.

Così, un bel giorno del 1885, nella redazione del Pittsburg Dispatch, si presenta una ventunenne vestita di rosa che dopo alcuni anni verrà soprannominata la regina del giornalismo americano.

Dato che scrivere per guadagnare soldi era considerata una professione sconveniente per una donna, Elizabeth scrive sotto lo pseudonimo di Nellie Bly.

Presto, dopo aver parlato di lavoratrici sfruttate, di lavoro minorile e aver preso posizione contro la limitazione dei diritti delle donne nel divorzio, Nellie si trova a pestare decisamente troppi piedi e viene relegata alle rubriche di giardinaggio e moda.

Ma lei non ci sta e dopo meno di un anno il suo capo si ritrova questo biglietto sulla scrivania: “Me ne vado a New York. Sentirai presto parlare di me”. Firmato, Nellie Bly.

Che fika.

Nellie se ne va quindi nella grande mela e viene assunta dal New York World, e nello specifico da Pulitzer in persona.  La sua prima inchiesta è proprio sugli ospedali psichiatrici. Si finge una donna disturbata per entrare nel manicomio femminile di Blackwell’s Island e scrivere un diario della sua permanenza.

Quello che scopre colpirà profondamente il pubblico americano, che leggerà prima i suoi articoli e poi l’inchiesta completa nel libro “Dieci giorni in manicomio”.

Cibo rancido, soprusi, violenze, persino stupri. Nellie racconta di donne che erano lì per problemi fisici, anche lievi, e altre ancora che si trovavano in quel luogo per volontà della propria famiglia.

Eccone un estratto di ciò che Nellie scrisse:

“… I could not sleep, so I lay in bed picturing to myself the horrors in case a fire should break out in the asylum. Every door is locked separately and the windows are heavily barred, so that escape is impossible. In the one building alone there are, I think Dr. Ingram told me, some three hundred women. They are locked, one to ten in a room. It is impossible to get out unless these doors are unlocked.”

“… Non riuscivo a dormire, quindi rimanevo a letto immaginando le cose orrende che sarebbero potute capitare se fosse scoppiato un incendio nel manicomio. Ogni porta è bloccata separatamente e le finestre sono sbarrate, quindi fuggire è impossibile. Nel solo edificio ci sono, penso che mi abbia detto il dottor Ingram, circa trecento donne. Da una a dieci donne sono chiuse a chiave in ogni stanza. È impossibile uscirne a meno che queste porte non vengano sbloccate.”

Il pubblico americano lesse Nellie e i suoi racconti dettagliati, fatti di parole dure e polemiche, scossero talmente tanto le coscienze da riuscire a cambiare la situazione. Molte riforme furono attuate grazie alle parole di Nellie e anche se la strada era ancora lunga e molto probabilmente lo è ancora, queste due storie mi hanno fatto pensare, ancora una volta, quanto sia importante usare la propria voce.

Fonti:

https://www.britannica.com/biography/Dorothea-Dix

https://www.womenshistory.org/education-resources/biographies/dorothea-dix

https://www.womenshistory.org/education-resources/biographies/nellie-bly

Zelda Sayre – The emblem of the 1920s liberated woman 

La vita di Zelda si può dividere in un “avanti” e un “dopo” Fitzgerald. Nata nel Sud, in Alabama, figlia di un magistrato e dall’amatissima madre Minerva “Minnie”. Eclettica fin da piccola, prendeva lezioni di danza. Non amava andare a scuola nonostante i bei voti, preferiva la vita movimentata della società rispetto allo studio. Insofferente alle regole: fin da giovane beveva alcolici, fumava e passava gran parte della sua adolescenza al fianco di numerosi fidanzati, tutti altolocati. Ecco, proprio il contrario dall’immaginario della tipica brava ragazza dell’alta società del Sud. La sua vita potrebbe essere racchiusa nella frase che lei stessa ha scelta per descriversi.  

<<Perché la vita dovrebbe essere tutta lavoro, quando possiamo tutti prendere in prestito. Pensiamo tutti a oggi, senza preoccuparci del domani>> 

Il 1918 è l’anno sparti acque. Zelda e Scott si conoscono durante un ballo al country Club che lei era solita frequentare. Lui subito affascinato cominciò a parlare dei suoi progetti futuri. Il fatto che lui non fosse l’unico a cercare di corteggiare Zeldo lo spinge a persistere. Nel suo libro mastro annotò che si era <<innamorato>> e parallelamente anche Zelda lo scrisse.  

La loro storia d’amore venne interrotta lo stesso ottobre quando Scotto venne richiamato al Nord per partire per la guerra. Lui torna e inizia quello che lui stesso definisce <<rapporto fondato sulla sregolatezza sessuale>> ma anche questo finisce nel 1919 quando il congedo militare lo porta a New York, era il 14 febbraio (io mi farei due domandine ma forse San Valentino non si festeggiava come ora).  

Ma non è che si siano lasciati per sempre altrimenti che ci faccio io qui. Si scrissero lettere che poi sfociò in una proposta di matrimonio con tanto di anello rigorosamente inviato per posta. Ma non tutti erano a favore. Punti contro: il problema alcool di Scott e la sua cattolicità. La famiglia di lei era episcopale.  

Oh finalmente possiamo metterci una pietra sopra…e invece no?!  

Il MATRIMONIO! Sì perché si sposarono lo stesso ma Zelda impose una condizione. Ci sposiamo solo dopo la pubblicazione del tuo primo romanzo. “Di qua al paradiso”. Secondo Fernanda Pivano quello fu il momento che ebbe inizio <<la grande leggenda della bellissima coppia, eroina, simbolo e interprete di tutte le prodezze sofisticate dell’età del jazz>>. Sì perché quello è il momento in cui Scott diventa redattore dei ruggenti anni Venti e Zelda si trasforma nell’emblema della donna libera. E’ il decennio perfetto per una ragazza come lei. Gli anni Venti vedono la nascita dei Fitgerald. Cercando articoli per scrivere questo pezzo mi sono imbattuta in uno di Harper Bazar, pilastro dei magazine di moda, che li ha definiti i precursori di quelli che noi oggi chiamiamo Influencer.  

I Fitzgerald emigrano a Paris 

Avete presente Midnight in Paris, ecco più o meno la loro vita a Parigi era così. A Parigi conobbero una coppia americana espatriata che li introduce alla vita sulla Costa Azzurra. Qui cominciano i problemi che per un breve momento sfociano in una richiesta di divorzio da parte di Zelda mai portata a termine. Molti hanno ipotizzato che ci fosse un uomo che aveva attirato l’interesse di Zelda ma per la biografa Milford non era possibile perché loro non potevano fare a meno uno dell’altro e po’ di drama era nel loro carattere. Davanti ai riflettori erano gli splendidi Fitzgerald ma dietro quella splendida maschera da filtro instagram si nasconde altro. L’alcolismo di Scott peggiorava di giorno in giorno e a settembre Zelda rischia un’overdose da sonniferi.  

Nel ‘25 tornano a Parigi dove Scott conosce Hemingway e lì Zelda scatta nuovamente. Accusa il marito, testuale, di essere un <<frocio>> ma lui, per provare il contrario la tradisce con una prostituta. Forse nella sua mente questo sarebbe bastato per far capire che non aveva tendenze omosessuali. In realtà si scatenò l’inferno. Zelda andò su tutte le furie.  

La malattia  

I malumori del matrimonio portarono Zelda a essere ricoverata in un ospedale e la successiva diagnosi di schizofrenia. Uscita dalla clinica svizzera nel 1931 fece subito ritorno in Alabama dove il padre stava morendo. Scott non era lì quando accadde ma ad Hollywood come sceneggiatore. Dopo il lutto la salute mentale peggiorò ancora e nel ‘32 venne ricoverata al Johns Hopkins Hospital di Baltimora. Durante questo periodo di degenza Zelda compone l’unico suo romanzo compiuto “Lasciami un valzer”. Ma come quasi tutto quello che lei cercava di fare, uscendo dall’ombra del marito, veniva stroncata da Scott. Lui stesso lo editò e lo stroncò clamorosamente.  

La fine del mito 

I suoi giorni continuano nella clinica mentre il marito tenta la fortuna nuovamente a Hollywood. lei, all’età di 47 anni, muore in un incendio scoppiato nelle cucine della clinica. I Fitzgerald sono morti, testimoni e vittime di un decennio che, ancora oggi, inspira libri, film e serie tv.  

Dopo la loro morte i loro racconti subirono una riscoperta anche in Europa. Negli anni settanta, complice la biografia della scrittrice Nancy Milford, Zelda diventa simbolo del movimento femminista perché vittima della società patriarcale che le ha impedito di sfrutta ed essere notata per il suo potenziale.  

La collezione completa degli scritti di Zelda venne pubblicata in Italia nel 1991. Anche la produzione pittorica, sua grande passione oltre al balletto, fu rivalutata. La madre devasta dalla perdita dell’amata figlia distrusse gran parte delle tele tuttavia con quelle rimast  vennero allestite mostre commemorative negli States e in Europa.  

Il riscatto di Zelda era, forse in parte, compiuto.  

https://it.wikipedia.org/wiki/Zelda_Sayre_Fitzgerald#Francis_Scott_Fitzgerald

https://www.britannica.com/biography/Zelda-Fitzgerald

https://www.harpersbazaar.com/it/cultura/costume/a30740345/francis-scott-fitzgerald-zelda/

FEDERICA – LE DIVINE: CAPRICCI DA STAR

La nostra Rosemary, la bella figlia di papà, ha scelto il momento migliore per darsi al cinema: gli anni che vanno dal 1920 al 1933 sono considerati l’epoca d’oro del divismo. Rosemary appare come una brava ragazza, misurata, che non eccede in follie nonostante il grande successo. Massì, le piace farsi adorare e ammirare, ma mi sembra anche onesto visto il lavoro che fa. C’è invece una lunga lista di divine completamente fuori di testa. Oh, c’erano e ci sono anche uomini famosi fuori di melone, ma dovevo restringere un po’ il campo, e nel romanzo di cui parliamo oggi c’era un’attrice, no? E allora parliamo di attrici!

Sfatiamo un mito, i grandi divi non sono nati con il cinema: già il teatro poteva vantare le sue grandi stelle. Alla fine dell’ottocento ci sono due attrici in Europa che si contendono il titolo di “Divina”: Eleonora Duse è stata definita la più grande attrice del mondo, per lei recitare era naturale come respirare e ha rivoluzionato lo stile degli attori di teatro, fino ad allora molto esagerato e irrealistico. Il suo fascino magnetico non era minimamente intaccato dal suo aspetto dimesso, dai capelli lasciati lunghi e naturali anche col sopraggiungere dei capelli grigi. Una volta scesa dal palcoscenico, non sembrava una donna che avesse voglia o bisogno di farsi notare. Totalmente opposta era la francese Sarah Bernhardt, altrettanto talentuosa ma eccentrica ed esagerata, sempre in cerca dello scandalo e della provocazione. A teatro diventa famosa interpretando donne fatali, ma si impone anche in ruoli maschili, portando in scena Amleto e Werther. diventa la musa di artisti come Alphonse Mucha, che realizzano per i suoi spettacoli splendide locandine in perfetto stile art nouveau, e colleziona animali esotici che tiene nei suoi kitchissimi appartamenti parigini, i suoi preferiti sono l’alligatore Ali Gaga, che porta sempre con sé al guinzaglio, e la scimmia Darwin. Quando si diffonde la notizia che dorme in una bara, vi si fa fotografare dentro, e vende le foto come cartoline. “Se devono parlarne che almeno paghino”. Ebbe numerosi amanti, di ambo i sessi, e non fece mai nulla per nascondere la sua bisessualità. A 70 anni, dopo aver subito l’amputazione di una gamba, continuava a recitare, anche se da seduta, e quando una giovane attrice le chiese dove trovasse le energie e il coraggio alla sua età e nelle sue condizioni di continuare a recitare, rispose “Cara, lo capirai, quando avrai del talento” 

Solo negli anni 10, con l’affermarsi del lungometraggio e la tecnica dei primi piani gli attori cinematografici diventano oggetto di venerazione. Anche l’Italia coltiva il suo cinema e i suoi divi, tra cui spicca Francesca Bertini, bella e misteriosa come una delle donne create dalla penna di D’Annunzio, gracile e delicata in apparenza ma con occhi scuri, magnetici e brucianti. La sua carriera è stata sfavillante negli anni del cinema muto, per poi subire qualche inciampo e proseguire con qualche difficoltà in più. Perché? Be’, molti attori del muto subirono questa sorte, incapaci di adeguarsi al nuovo stile recitativo. Ma pare che Francesca avesse proprio una voce bruttissima. Era molto scrupolosa nel non lasciar trapelare informazioni sulle sue origini, per alimentare l’alone di mistero che la circondava, quando girava un film pretendeva ogni giorno di trovare un abito nuovo, cucito su misura per lei da una sarta, che a fine giornata veniva messo da parte e mai più utilizzato dalla divina, e alle 5 del pomeriggio, cascasse il mondo, fosse anche stata nel bel mezzo di una scena, fermava tutto e tornava in albergo a prendere il tè.

Mi rendo perfettamente conto che questi capricci appaiano come tutto sommato ragionevoli se confrontati con quella che dorme in una bara. Così come sembra ragionevole la pretesa di Marilyn Monroe di essere l’unica con la sua tonalità di biondo sul set. O il doppio matrimonio e divorzio di Elizabeth Taylor con Richard Burton, seguito da un fidanzamento orchestrato in fretta e furia solo per far ingelosire l’ex marito. Anche il leone adulto di nome Neil che viveva con Tippi Hedren, la star de “Gli uccelli” di Hitchcock, ci potrebbe sembrare solo un grosso micione. Così non deve essere stato per Melanie Griffith, la figlia allora adolescente di Tippi che a volte di trovava a dover condividere il letto col micione di casa che come tutti i felini domestici amava dormire sul morbido.

A volte a essere fuori di capoccia non sono le attrici ma tutti gli altri intorno a loro: la relazione clandestina tra Ingrid Bergman e Roberto Rossellini, che li portò a divorziare dai rispettivi partner per coronare il loro sogno d’amore, porta il senato americano ad accusare il regista di essere un collaboratore nazista cocainomane e l’attrice di essere un potente agente del male.

Una storia divertente invece riguarda Shirley Temple, la riccioli d’oro di hollywood, un’attrice bambina così portentosa da spingere diverse persone a credere che l’attrice non fosse affatto una bambina ma una donna adulta affetta da nanismo. Il gossip diventò così diffuso che il vaticano sì avete capito bene il vaticano cominciò a indagare su questa diceria.

Dopo un lungo peregrinare sul web, credo di aver finalmente trovato un’attrice il cui gusto per il macabro soddisfa il mio gusto e le permette di competere con sarah la collaudatrice di bare, fino ad ora imbattuta quanto a stranezze.

Lupe Velez fu attrice e ballerina messicana, diventata famosa per una serie di film in cui interpretava carmelita Lindsay, una capricciosa e focosa sputafuoco. Ebbe una vita tormentata, costellata da dolorosissime delusioni amorose. Il grande dolore che si portava appresso la spinse a progettare uno spettacolare suicidio all’età di trentasei anni. Invitò a cena le sue migliori amiche, si ubriacò e festeggiò con loro. Poi si ritirò nella sua camera, traboccante di fiori e candele, per ingerire una quantità spropositata di sonnifero. Un articolo dell’examiner tramanda un’immagine struggente e poetica del ritrovamento del cadavere, circondato com’era dai fiori e avvolto nel suo abito più bello, ma tutta la cura di lupita è andata persa per i posteri: non esistono foto della camera che aveva allestito con tanta cura…


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