Mamme cattive

di Federica Caslotti

Nelle fiabe, l’unica madre buona è una madre morta.

cappuccetto rosso
Cioè, vi pare il caso?

Vi basterà fare due rapidi calcoli per accorgervi che una schiacciante maggioranza delle eroine della vostra infanzia sono orfane di madre, figura ricordata con amore e tenerezza, in contrapposizione alla matrigna, la donna che dovrebbe prenderne il posto, invidiosa, crudele e ansiosa di liberarsi dei figli del marito, per eliminare la concorrenza. Le madri che restano in vita non ci fanno una gran figura. Prendiamo la mamma di Cappuccetto, che spedisce la figlia da sola nel bosco, per di più vestita di rosso: ma mettile un semaforo in testa già che ci sei, così i lupi la vedono da più lontano! E la mamma di Hansel e Gretel che istiga il marito ad abbandonare i bambini nel bosco? Se la gioca con la mamma di Raperonzolo che vende la figlia per un cespo di lattuga.

Diciamocelo: i padri delle fiabe son tutti dei grandissimi ignavi. Ma le più malvagie, le più corrotte, le più assurdamente crudeli e tragicamente negligenti sono le madri. In particolare le matrigne, certo, ma andrebbe sottolineato che, in alcuni casi, matrigne lo sono diventate: in una prima versione i Grimm raccontano che è la madre stessa di Biancaneve a diventare gelosa della figlia, al punto da progettarne l’omicidio. Trasformare queste figure in matrigne rendeva la gravità delle loro azioni più accettabile, e la madre morta diventava l’angelo del focolare, la figura da glorificare, la santa che ha amato tanto i suoi bambini da dare la vita per loro, letteralmente.

(Vero, la morte per parto non era una rarità, ma nelle fiabe le percentuali sono impressionanti.)

Le madri costituiscono da sempre un’ottima fonte di ispirazione quando si parla di orrore. Forse è perché siamo abituati ad associare la maternità con la cura, l’amore e la devozione, e consideriamo le madri cattive una devianza dalla norma, delle eccezioni, e ne siamo terrorizzati.

Fatto sta che il genere horror annovera tra le sue figure più iconiche e terrificanti un lungo elenco di madri, nel ruolo di carnefici, vittime, protagoniste, o varie combinazioni di questi ruoli.

La madre primigenia, la figura che involontariamente ha ispirato così tanti registi e scrittori del genere, sfortunatamente, è una figura reale: Ed Gein, il macellaio di Plainfield, è considerato uno dei serial killer più folli e terrificanti della storia americana, e diversi indizi fanno risalire la sua furia omicida al rapporto tormentato con la madre Augusta, una luterana invasata, violenta e possessiva, che dopo la morte del marito aveva cresciuto i figli nell’idea malata che le donne, tutte tranne lei, fossero delle puttane e degli strumenti del demonio. Durante gli interrogatori, Ed disse che, dopo la morte della madre, aveva provato un forte desiderio di diventare come lei. Indossare la pelle delle sue vittime, conciata e trattata in modo da conservarsi, era forse un modo per sentirsi più simile alla madre, per diventare donna.

Psycho norma bates

Se tanti assassini cinematografici sono ispirati a Gein, va da sé che tanti di questi personaggi avessero una madre come Augusta. L’esempio più famoso e più riuscito è probabilmente Norma Bates, la madre terribile di Psycho, la donna castrante, gelosa ed esigente che anche nella morte esercita il proprio controllo sulla mente del figlio.

Altra figura che può essere accostata a questo prototipo è Margaret White, la madre di Carrie, protagonista prima del romanzo di Stephen King e poi del film di Brian de Palma: una bigotta ossessionata dall’idea del peccato, in grado addirittura di punire la figlia per aver avuto le mestruazioni. Non solo mette al mondo un’assassina, ma innesca in lei i terrificanti poteri telecinetici che mettono in moto la tragedia.

La vita reale influenza il genere anche in maniera più sottile: non è un caso che queste madri degeneri abbiano invaso gli schermi tra gli anni Sessanta e Settanta. L’horror riflette paure e ansie della società, e in quegli anni un movimento in particolare stava sconvolgendo il mondo occidentale: la seconda ondata del femminismo, che chiedeva parità di diritti e di opportunità. È il periodo in cui le donne abbandonano il focolare domestico, che negli anni Cinquanta sembrava l’unico orizzonte per loro, e cominciano a lavorare fuori casa. Anche se non è lei il mostro della situazione, non si può fare a meno di pensare a Chris, la madre di Regan ne L’esorcista: è un’attrice, una donna di successo, che ha fatto carriera, che fuma e dice le parolacce e soprattutto non ha un uomo al suo fianco. Nel libro da cui il film è tratto, l’accusa che le rivolge il demone Pazuzu è esplicita: è stata lei, così impegnata con la sua carriera e il suo lavoro, posti prima di ogni altra cosa, a permettere al demonio di impossessarsi del corpo della figlia. Questo non vuol dire che tutti gli autori che si sono cimentati nel genere volessero ricacciare le donne in cucina, ma che le tensioni e i timori per quella che sembrava la ormai inevitabile disgregazione della famiglia “tradizionale” erano ben presenti nella società, e così queste paure sono riuscite a farsi strada fino a venir, più o meno consciamente, immortalate sullo schermo.

Le madri cattive continuano ad infestare i nostri incubi e i film che li ispirano, ma ora c’è qualcosa di diverso: ora c’è una nuova sensibilità, ora queste donne non sono più antagoniste, ma protagoniste.

rosemary's baby

Cominciamo da Rosemary’s Baby: la protagonista viene manipolata, ingannata e isolata, la sua gravidanza mostruosa diventa metafora di una gravidanza indesiderata. Lei che desiderava così tanto un bambino viene portata alla follia dai fatti inspiegabili che avvengono intorno a lei e dalle attenzioni morbose dei vicini di casa, e la sua condizione di fragilità viene usata per renderla ancora più vulnerabile: la sua angoscia e i suoi malesseri vengono liquidati come “normali” per una donna in gravidanza, e quando chiede aiuto viene riconsegnata alle amorevoli cure del maritino, l’uomo che ha fatto in modo che lei si ritrovasse senza lavoro, senza famiglia e senza amici, e non avesse altra scelta se non dipendere da lui, che l’ha venduta, come fosse stata una sua proprietà, in cambio del proprio successo personale.

Gli anni passano ma l’orrore resta: in Babadook il mostro non è altro che l’incarnazione del trauma subito dalla protagonista, a cui, come avviene sempre alle madri, è stato chiesto di mettere da parte il suo dolore per la morte del marito, e di essere forte anche per suo figlio. Ma ignorare il mostro, cercare di cancellarlo, schiacciarlo, tenerlo nascosto, non fa che farlo crescere, renderlo più forte, e la sta facendo impazzire. Credere di poter continuare la propria vita ignorando i traumi del nostro passato è come continuare a costruire una casa sapendo che nelle fondamenta c’è una bomba inesplosa: passeranno giorni, mesi, forse anni, ma prima o poi capiterà qualcosa che la farà deflagrare.

hereditary le radici del male

E poi c’è Hereditary, dove i traumi si ereditano attraverso il latte materno, in una lunga serie di tragedie che portano alla distruzione di una famiglia. Annie, a differenza delle altre madri citate, non è sola, ha un marito che la ama, ma che spesso, troppo spesso, non riesce a comprenderla, e non riesce nemmeno a fermarla quando il suo dolore trascina lui, i loro figli e lei stessa nell’orrore preparato per loro da Ellen, addirittura madre della madre mostruosa, il principio di tutto il male che hanno dovuto sopportare. Annie vuole disperatamente essere una buona madre, e proprio per questo non riesce a celare la frustrazione e il risentimento che prova verso i figli.

In queste pellicole, emerge chiaramente che a essere mostruose non sono le madri, ma la maternità stessa.

Perché continuano a volerci far credere che la maternità è fatta solo di gioie? Se provi a obiettare ti dicono che non puoi capire finché non hai un figlio, ti dicono che viene tutto naturale. Sei giovane, cosa vuoi saperne. Non vuoi figli? Cambierai idea.

Poi il figlio arriva, e allora sei stanca, triste, irritabile? Sembri isterica, sarà colpa degli ormoni. Il tuo compagno è tornato al lavoro, naturalmente: quanto gli han dato di congedo? Una settimana? Tre giorni? Tanto si sa che i figli li devono crescere le donne, mica poteva stare lui a casa a fare il mammo. Allora, quando ne fate un altro? L’orologio biologico ticchetta, oggi le donne fanno il primo figlio quando dovrebbero aver già fatto il secondo.

Non vuoi una famiglia? Egoista, pensi solo al lavoro. Però firma qui, così se rimani incinta ti licenziamo e ci togliamo il pensiero. Vuoi stare a casa a crescere i tuoi bambini? Mantenuta, pigra, anni di femminismo buttati nel cesso. Perché ormai il femminismo ha finito di combattere le sue battaglie, ora la società è perfettamente paritaria. Vuoi sia il lavoro che la famiglia? Ma come vuoi fare a gestire tutto? Perché è ovvio che dovrai fare tutto da sola. Al tuo compagno non faremmo mai la stessa domanda.

Viva la mamma che deve essere cuoca, maestra, infermiera e donna delle pulizie, gratis. Viva le donne che, si sa, sono naturalmente multitasking. E se non ce la fai a fare tutto, forse è solo che sei una mamma cattiva.

Che ne dite, avete più paura di questo o di partorire il figlio del demonio?


FILM CITATI

Psycho (1960), Alfred Hitchcock

Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York (1968), Roman Polanski

L’esorcista (1973), William Friedkin

Carrie – Lo sguardo di Satana (1976), Brian De Palma

Babadook (2014), Jennifer Kent

Hereditary – Le radici del male (2018), Ari Aster


Sapete chi è un’altra perfetta mamma da incubo? La signora Daugeron di Marianne, serie disponibile su Netflix

Vuoi saperne di più sul lato oscuro delle fiabe? Corri ad ascoltare la nostra puntata di Halloween


Una risposta a "Mamme cattive"

  1. Articolo davvero spettacolare!
    Un’altra mammina piuttosto inquietante è quella interpretata da Kathleen Turner in “La signora ammazzatutti”. Per non parlare della mamma di Woody Allen che compare, petulante e gigantesca, nel cielo di Manhattan e mette in piazza tutti i fatti privati del povero protagonista (episodio “Oedipus Wrecks” del film collettivo “New York Stories”).

    "Mi piace"

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