Il Gattopardo e quella sfigata di Concetta

Quando l’apparenza inganna

di Ilaria di Cugno

Sarò onesta. Questo articolo non doveva parlare di Concetta. Anche perché, mi direte voi che magari avete visto la pellicola del 1963 di Luchino Visconti: “che senso ha parlare di quella sfigata all’interno de Il Gattopardo?”
Apparentemente nessuno, avete ragione. E infatti io vi dovevo esaltare la figura di Angelica. Angelica, sì, quella bellissima che vive la sua storia d’amore con Tancredi, quella fasciata da un abito bianco che sicuramente vi ricordate di aver visto in qualche fotogramma tra le braccia di Alain Delon e interpretata da Claudia Cardinale. Io vi dovevo parlare di lei.

Alain Delon e Claudia Cardinale

Poi però ho ripreso tra le mani il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Feltrinelli, 1958), quello stesso romanzo che avevo divorato nell’estate 2011 su consiglio (da leggersi obbligo) del mio professore di italiano del Liceo. E non appena ho iniziato nuovamente a sfogliarne le pagine, mi sono ricordata che a me di Angelica non è mai importato nulla, anzi, io Angelica non la sopporto proprio, perché la mia preferita è sempre stata quella sfigata di Concetta.

Alain Delon e Lucilla Morlacchi

Ora proverò a spiegarvi i motivi, ma andiamo con ordine: 
Palermo, maggio 1860. Nei giorni dello sbarco in Sicilia dei Mille di Garibaldi, Don Fabrizio Corbera Principe di Salina assiste preoccupato alla decadenza della monarchia borbonica in favore di quella sabauda e alla conseguente nascita di un nuovo ceto borghese. Il nipote Tancredi Falconeri, da sempre alla ricerca del potere economico, mentre combatte tra le fila garibaldine, tenta di rassicurare lo zio: affinché tutto rimanga così come è, bisogna che tutto cambi.
Durante l’usuale soggiorno estivo a Donnafugata, nulla in effetti sembra mutato agli occhi di Don Fabrizio, se non l’ostile presenza del nuovo sindaco del paesello, tale Calogero Sedàra, un astuto contadino arricchitosi a suo danno. Insieme a lui, la bellissima figlia Angelica, della quale Tancredi chiederà la mano, deludendo le aspettative matrimoniali della cugina Concetta.

Non proseguirò oltre con la trama. Il Gattopardo è il racconto del tramonto di un’epoca, di un nobile soggiogato dal corso degli eventi, e, attraverso la storia di una famiglia, prova a descrivere i fatti che si sono avvicendati in Sicilia durante la realizzazione dell’Unità d’Italia.
Tuttavia Il Gattopardo è anche il racconto di donne di varia indole e foggia e soprattutto di due donne innamorate dello stesso uomo. Angelica e Concetta, appunto.
Fatte queste premesse, soffermiamoci a capire chi realmente siano e perché Concetta sia la mia preferita.

Angelica. Di umili origini, nipote del soprannominato Peppe ‘Mmerda, tanto il nonno era sudicio e torvo, è qui per ricordarci, come direbbe De André, che dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior.
Impossibile non notarla. Di una bellezza sconvolgente, è furba e intelligente. Camaleontica, oserei dire. Angelica sa adattarsi a qualsiasi situazione sociale le si presenti sotto al naso. E infatti, la sera in cui il padre Calogero viene invitato alla villa dei Salina, non passa di certo inosservata.
E una bella così poteva non innamorarsi del bellissimo e scaltro nipote di Don Fabrizio?
Un amore, quello con Tancredi, che è quasi più una passione e, a dirla tutta, un mero gioco di interessi che entrambi capiscono subito porterà loro giovamento.
La bella Angelica è in realtà ben lontana dalla Principessina cui vuole tanto somigliare: è aggressiva, non ha i ritegni che una giusta educazione avrebbe potuto offrirle. Di mentalità ristretta, ha un unico obiettivo che vuole perseguire a tutti i costi.
Angelica vuole trionfare all’interno di una società che le sta dando tutte le spinte, economiche e morali, per emergere ed è pronta a utilizzare qualsiasi mezzo. Il problema è che qui il prezzo da pagare è una vita al fianco di un uomo il cui amore non è altro che un prestanome, uno specchietto per le allodole. Tanto che la passione, proprio perché non sorretta da nient’altro, si sopisce in fretta. Una vita di lustrini che nasconde la realtà di una donna cinica, fredda e incapace di amare, ma soprattutto di amarsi.

E poi c’è Concetta.
Concetta è la classica figlia di buona famiglia, nata tra gli agi. Un’educanda che sa come comportarsi, perché le è stato insegnato e perché ha un carattere mite, affabile, ubbidiente. E Concetta è follemente innamorata di Tancredi, da sempre.
Ma insomma, vista così mi sembra abbastanza logico: a chi può interessare questa qui senza personalità alcuna? Come può mai pensare, all’apparenza, di competere di fronte a una travolgente Angelica?
Quando sono arrivata al punto del romanzo in cui Tancredi e Angelica si sono incontrati per la prima volta e tempo zero si è capito che questi due avrebbero vissuto – si fa per dire – felici e contenti, per un momento ho creduto che Concetta avrebbe sopportato in silenzio. Ho creduto che Concetta avrebbe accettato inerme un destino che qualcun altro aveva scelto per lei. Perché le era stato insegnato così e lei non era fatta per gareggiare con nessuno. Concetta doveva essere trascinata da ciò che inesorabilmente le scorreva intorno.
Ed è qui che, invece, rimango spiazzata:

«Concetta aveva altresì abbracciato e baciato Angelica, aveva anche respinto il “lei” che quella le dava e preteso il “tu” della loro infanzia ma lì, sotto il corpetto azzurro pallido, il cuore le veniva attanagliato; in lei si ridestava il violento sangue Salina e sotto la fronte liscia si ordivano fantasie di venefici. […] sentiva, animalescamente sentiva, la corrente di desiderio che correva dal cugino verso l’intrusa, e il cipiglietto di lei fra la fronte e il naso si inaspriva; desiderava uccidere quanto desiderava morire
(G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, parte seconda)

Concetta vede davanti ai propri occhi l’uomo di cui è innamorata precipitato tra le braccia di un’altra ed è un dolore atroce oltre che una rabbia profonda. Solo che per quanto voglia fare qualcosa, per quanto senta l’urgenza di sbandierare davanti agli occhi del bel Tancredi che la ragazza di fronte a lui non è chi finge di essere e per quanto vorrebbe destarlo da questo sortilegio creato da Angelica, Concetta non può materialmente fare nulla. Le è solo concesso di serbare rancore.

Concetta poteva fermarsi qui. Poteva odiarli per sempre.
Invece decide di fare un lavoro grandissimo su se stessa e di iniziare a guardarsi per la donna che è. Una donna intelligente, profonda, matura e per nulla frivola. E a poco a poco si rende conto che in realtà non è altro che innamorata di un’idea. È innamorata di un uomo che non esiste, che si è creata nella sua testa, un uomo immaginato, costruito e sopravvalutato.
Inizia ad ascoltare attentamente i discorsi di Tancredi e lucidamente capisce come questi siano fumosi e privi di qualsiasi reale contenuto. Ne nasce una frattura che la allontana da un amore che era più un’idolatria e questa frattura, in un certo senso, la salva.

È vero, Concetta non è una donna forte. Il salvataggio non dipende totalmente da lei, ma è in un certo senso obbligato dal naturale corso degli eventi.
La sua debolezza più grande risiede e risiederà fino alla fine del romanzo nel tormento di non aver saputo voltare pagina. Ed è questa dannazione perpetua che non le darà mai modo di agire degnamente.
Quindi, sì, è una debole, è una sfigata.
Ma per quanto il dolore sia profondo e per quanto questo la accompagnerà per il resto della sua esistenza, fa suo uno degli insegnamenti più grandi che questa vicenda avrebbe mai potuto offrirle: Concetta intimamente impara che di sola apparenza non si può vivere. Ed è proprio questa consapevolezza che, nonostante tutto, la rende realmente una vincente.


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