Barbie: quando un giocattolo ti ricorda che puoi diventare ciò che desideri

di Ilaria di Cugno

Sono sempre stata la classica bambina tutta pizzi, frizzi e lazzi.
Una di quelle bambine che adorava il rosa e restava affascinata dai vestiti luccicanti, dagli smalti colorati, dalle scarpe col tacco e dagli accessori alla moda.
Per non parlare della mia adorazione per i capelli lunghi, le acconciature o le chiome fluenti sempre in piega.
E tutta questa mia venerazione per tutto ciò che consideravo “femmina”, nel candore della me seienne si traduceva in un’unica parola: Barbie.
Credo di aver avuto circa un centinaio di Barbie nella mia vita: Barbie ballerina, Barbie veterinaria, Barbie in edizione limitata giocatrice di calcio con la divisa del Milan, Barbie pilota della Ferrari, Barbie principessa, fino alla classica Barbie magia delle feste.
Una quantità davvero spropositata di Barbie per una sola infante, mi rendo conto, ma io ne ero totalmente soggiogata. Passavo il mio tempo libero a giocarci, a spogliarle, a scambiarne i vestiti, gli accessori, inventavo le storie d’amore più strampalate, i mestieri più svariati, facevo vivere loro le avventure più assurde (certo, perché tutta questa mole di giocattoli era contornata da treni, aerei, camper, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale).

Cosa vedevo in quella fanciulla bionda esteticamente perfetta? Non lo so.
Però nelle mie bamboline proiettavo un po’ quel mondo dei grandi, quel mondo che mi affascinava tantissimo e che mi divertivo a ricreare all’interno della mia cameretta impersonando chi volevo, come volevo, quando volevo.

E alla fine Barbie è nata un po’ per questo.

Erano i primi anni ’50 quando Ruth Handler, moglie di Elliot Handler, il co-fondatore del marchio Mattel, si rese conto che sua figlia Barbara aveva una scelta di giocattoli decisamente limitata rispetto al fratello Kenneth. Barbara in effetti poteva solamente immaginarsi tata o mamma, mentre il fratello poteva calarsi nella parte del pompiere, dello scienziato o del pilota. Oltre il fatto che spesso la bambina si ritrovava a ritagliare le figure delle attrici più famose dai giornali per giocarci, dando loro una nuova vita.
La vera ispirazione arrivò durante un viaggio in Svizzera nel 1956: Ruth si imbatté in Bild Lilli, una bambola alta circa trenta centimetri in plastica e non in porcellana, che riprendeva le fattezze della protagonista del fumetto Bild Zeitung. Una protagonista decisamente osé e per nulla indicata all’infanzia, ma Ruth decise comunque di acquistare qualcuna di queste bambole e portarle in America per utilizzarle come prototipo del giocattolo che aveva in mente.

Grazie all’appoggio dell’azienda del marito – la Mattel appunto – e all’aiuto di Jack Ryan – l’ingegnere che materialmente si occupò della creazione della bambola – il sogno di Ruth divenne realtà.
Nel 1959 fa il suo ingresso all’interno del mercato dei giochi per l’infanzia la prima Barbie, il cui nome proviene dall’abbreviazione di quello della figlia di Ruth.
Barbie rispecchiava totalmente i canoni estetici delle pin-up anni ’50: vestiva un semplicissimo costume da bagno bianco e nero e sandali col tacco e aveva la vita stretta, una lunga coda di capelli biondi, sopracciglia ad ali di gabbiano e rossetto rosso.
In un solo anno ne vengono venduti circa 350 mila esemplari. Alla versione bionda se ne aggiunge una mora e poco a poco la famiglia di Barbie si allarga: si aggiungono la sorella Skipper, l’amica Midge, i fratelli gemelli Tutti e Todd, le sorelle Stacie, Shelly e Chelsea, la cugina Francie e, infine, lui: il fidanzato Ken – il cui nome, guardate un po’, deriva da quello del figlio di Ruth, Kenneth.

Il look di Barbie segue costantemente la moda del suo tempo, negli anni ’60 i suoi lineamenti si addolciscono e le vengono aggiunte delle lunghe ciglia nere.

Gli anni ’60 segnano anche la nascita delle prime “Barbie lavoratrici” volte a ispirare le ragazze e a supportare le donne che cercano di farsi strada all’interno del mondo del lavoro: ecco quindi la fashion editor, l’infermiera o la hostess d’aereo. Nel 1965 diventa la prima vera e propria astronauta, quattro anni prima che Neil Armstrong metta effettivamente piede sul suolo lunare: vestita di una stilosissima tuta spaziale e un casco, la Barbie del 1965 voleva dimostrare alle bambine che potevano sognare di raggiungere  qualsiasi cosa volessero.
A supportare la parità dei diritti arriva nel 1968 Christie: amica di Barbie, la prima bambola dalla pelle nera, anch’essa perfettamente conforme alla moda degli anni ’60.

Negli anni ’70 nasce Barbie Malibù e la pin-up cede il passo a una bellezza californiana dalla pelle abbronzata e i lunghi capelli biondi e lisci.

È poi la volta degli anni ’80 e qui è la piccola prima rivoluzione in casa Mattel: nascono Barbie afroamericana e Barbie ispanica. Le due non sono amiche della famosa bionda, ma prendono proprio il suo nome a significare che c’è una Barbie in ognuna di noi e tutte noi possiamo essere Barbie. Da questo momento in poi vengono rilasciate bambole che si ispirano a tutte le culture, con lineamenti e abiti caratteristici di ogni Paese per avvicinare le ragazze al resto mondo attraverso il gioco.

I mestieri e le passioni di Barbie aumentano col passare degli anni: pilota, ufficiale dell’esercito, sportiva, paleontologa, vigile del fuoco, ingegnere informatico e politico in corsa alla Presidenza alla Casa Bianca. Mattel si impegna affinché la sua bambola si allontani da qualsiasi stereotipo.
E infine arriva il 2016: in un periodo storico in cui l’ossessione per la perfezione estetica inizia a raggiungere livelli spropositati, Mattel si rimette di nuovo in gioco e lancia sul mercato nuove Barbie: alte, basse, formose, dai più diversi colori di incarnato e dai capelli rosa o azzurri, e lo fa attraverso una copertina del Times intitolata «Now can we stop talking about my body?».

La strada di Barbie non è ancora finita e sono sicura che non sarà di certo una bambola a far scomparire stereotipi, luoghi comuni e cliché nel mondo delle giovani donne di domani, ma se almeno una di loro riuscirà a vivere un’infanzia più serena sentendosi rappresentata da un comunissimo giocattolo, allora l’impegno di Ruth non sarà stato vano.

My whole philosophy of Barbie was that, through the doll, the little girl could be anything she wanted to be. Barbie always represented the fact that a woman has a choice.

Ruth Handler

Sitografia:
https://barbie.mattel.com/en-us/about/our-history.html
https://barbie.mattel.com/en-us/about/history.html
https://www.barbie.com/it-it
https://time.com/barbie-new-body-cover-story/
https://www.corriere.it/cronache/19_marzo_09/barbie-compie-60-anni-storia-bambola-piu-famosa-mondo-806a0790-425a-11e9-95b9-e83ec3332214.shtml


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