Un amore chiamato Festival di Saremo

di Ilaria di Cugno

Ho sempre associato la mattina dopo la finale del Festival di Sanremo al 7 gennaio.
Perché mi trasmette quella sensazione di malinconia, quella tristezza di fondo in cui mi rendo conto che ormai è tutto finito, tutte le aspettative sono state (o meno) raggiunte e mi toccherà aspettare un altro anno prima di gasarmi di nuovo, aspettare il jingle dell’Eurovision e farmi venire la pelle d’oca ascoltandolo  insieme al classico “PAPAPAPPAPAPARA, PAPAPAPPAPAPARA, PAPAPAPPAPAPARA PA RA RAAAAA” (ndr. vi prego, ditemi che non ho cantato da sola).
Insomma, mi resta solo la puntata di Domenica In per rivedermi per l’ultima volta tutti i cantanti del Festival, cantare a squarciagola sul divano tutte le canzoni presentate durante la kermesse e che ormai conosco a memoria e poi – per tornare alla metafora del 7 gennaio – rimettere l’albero nello scatolone in soffitta.

Lo so, sono esagerata.
Ma il Festival di Sanremo unisce due delle mie cose preferite al mondo: la televisione e la canzone italiana.
Per me il Festival non è un programma vecchio e stantio che devo sorbirmi per cinque serate durante il mese di febbraio.
Rappresenta tanto: è una macchina produttiva enorme, affascinante, complessa e costosa. È una tradizione, un fenomeno di costume tipicamente nostro.
E, sì, forse è strano che una ragazza di (quasi) venticinque anni sia tanto affezionata a un “carrozzone” di questo tipo, ma ci sono legata da quando a un anno mia mamma mi piazzava davanti al televisore e mi spiegava chi fossero Pippo Baudo o Mike Bongiorno.

Sanremo è Sanremo.
Con le sue controversie, polemiche, tentati suicidi. Con i fiori, i «dirige l’orchestra il Maestro Beppe Vessicchio», la scalinata e soprattutto il teatro Ariston.
E in questa giornata post fine settantesima edizione e conseguente meritatissima vittoria di Diodato che mi farà piangere tutte le mie lacrime per i prossimi mesi, voglio provare a parlarvi di alcune delle donne che hanno segnato maggiormente questa magica kermesse.

NILLA PIZZI: ASSO PIGLIA TUTTO

Come non iniziare parlando della prima donna del Festival della canzone italiana.
Era il 1951 quando, durante la prima edizione condotta da Nunzio Filogamo e svoltasi al Casinò della città dei fiori, Nilla Pizzi si aggiudicò il primo premio con Grazie dei fiori, superando gli altri due concorrenti in gara Achille Fasano e il Duo Togliatti.
L’anno seguente, il 1952, sempre al Casinò, la Pizzi si aggiudicò non solo il primo, ma anche il secondo e il terzo posto con Vola colomba, Papaveri e papere e Una donna prega. Da qui anche il cambio di regolamento secondo il quale un interprete poteva gareggiare con un solo brano, per evitare che occupasse l’intero podio.
È la stessa Nilla Pizzi ad essere inoltre protagonista del primo scandalo del Festival: sembra infatti che la zuffa nata tra il cantante Gino Latilla e il direttore d’orchestra Cinico Angelini fosse stata causata dalla rivalità amorosa dei due per diventare i campioni del cuore della bella cantante.
Negli anni la Pizzi partecipò al Festival per un totale di sette volte, aggiudicandosi un totale di due primi posti, quattro secondi posti, due terzi posti, un intero podio, e due premi alla carriera. Partecipò inoltre due volte come ospite e una come presentatrice con Claudio Cecchetto nel 1981.

GIGLIOLA CINQUETTI: NON HO L’ETA’ PER AMARTI, MA PER VINCERE L’ESC SÌ

1964. Una poco più che sedicenne Gigliola Cinquetti vince, in coppia con Patricia Carli, durante la sua prima partecipazione al Festival con – neanche a dirlo – Non ho l’età (per amarti). Il successo è incredibile.
Qualche settimana più tardi la Cinquetti si trova a dover gareggiare all’Eurovision Song Contest, il festival musicale nato sul ispirazione del Festival di Sanremo cui prendono parte i diversi stati europei dal 1956, che quell’anno si teneva a Copenaghen. Fasciata in tubino blu, si classifica prima doppiando addirittura il punteggio del britannico Matt Monro, portando così la manifestazione per la prima volta in Italia nel 1965.
Ad oggi la Cinquetti resta l’unica italiana ad aver vinto la manifestazione (dopo di lei solo Toto Cutugno nel 1990).

IVA ZANICCHI DONNA RECORD

È proprio lei la donna che ha più volte partecipato alla kermesse musicale. Con dieci partecipazioni all’attivo, Iva vince tre edizioni del Festival della canzone italiana: nel 1967 con Non pensare a me, nel 1969 con la famosissima Zingara e nel 1974 con Ciao cara, come stai?
Un record ad oggi ineguagliato e che la porta dritta dritta nella storia della musica Sanremese.

NON SOLO VALLETTE: SANREMO ONE WOMEN SHOW

Chi l’ha detto che a Sanremo ci sono solo conduttori e rispettive vallette?
La prima conduzione tutta al femminile è datata 1961. Per la prima volta è una coppia di donne alla direzione del Festival composta dalle due attrici Lilli Lembo e Giuliana Calandra, anche se quest’ultima per impegni lavorativi non potè partecipare alla serata finale e venne sostituita da Alberto Lionello.
Segue nel 1978 la conduzione affidata a Maria Giovanna Elmi accompagnata da Stefania Casini, Beppe Grillo e Vittorio Salvetti.
Poi Loretta Goggi con Sergio Mancinelli, Mauro Micheloni ed Anna Pettinelli nel 1986, Raffaella Carrà con Megan Gale, Enrico Papi e Massimo Ceccherini nel 2001, Simona Ventura nel 2004 con Paola Cortellesi, Maurizio Crozza e Gene Gnocchi, e infine Antonella Clerici nel 2010, ad oggi unica donna ad aver condotto un Festival in solitaria.

QUESTIONE DI FEELING E DI LOOK

Che a Sanremo la musica non sia sempre al centro, mi sembra ormai chiaro. E infatti a farla da padrona spesso sono i look di chi vi è protagonista.

Anna Oxa nel 1978


Iniziamo con una delle mie donne preferite di tutti i Festival: Anna Oxa nel 1978 con Un’emozione da poco. Per cantare il meraviglioso brano scritto da Ivano Fossati, la Oxa si esibisce con un look pop-punk, firmato Ivan Cattaneo, in una versione totalmente androgina e che ricorda per certi versi David Bowie. Pazzesca e straordinaria.

Loredana Bertè nel 1986


Segue l’anno 1986. Loredana Bertè debutta a Sanremo e firma la sua presenza sotto il segno della trasgressione. Il brano con cui si presenta è Re, scritto da Mango, ma non è per questo verrà ricordata – si classificherà infatti nona. Loredana scende le scale dell’Ariston avvolta da un attillatissimo tubino nero e con un pancione finto. Oltre alla Bertè sul palco, una serie di ballerine con altrettanto pancione che interpretano una coreografia ideata da Franco Miseria. Loredana in seguito dichiarerà: «Era un’ammissione di verità e personalità della donna nella sua dimensione più vera. Forse la gente crede che la donna incinta debba per forza soffrire in un letto e aspettare il lieto evento con un medico e una levatrice a fianco, invece che ballare, cantare, ed essere se stessa soprattutto in quei momenti così importanti per lei

Sanremo 1991: Sabrina Salerno e Jo Squillo


È la volta del Sanremo 1991. Ad esibirsi questa volta al Festival c’è un duetto tutto al femminile composto da Sabrina Salerno e Jo Squillo che portano in gara Siamo donne (oltre le gambe c’è di più). E quale miglior modo per avvalorare questa tesi se non presentarsi in bikini? Sabrina sfoggia un due pezzi argentato – l’unico della storia del Festival, per ora – ed è rivoluzione, oltre che scandalo. Criticato, amato, odiato, forse esagerato. A parer mio totalmente coerente col messaggio di una canzone leggera diventata poi tormentone.

Achille Lauro nell’ultima serata della settantesima edizione del Festival – Copyright Luca D’Amelio, tutti i diritti riservati


Menzione d’onore per chi ha segnato con il suo stile il Festival di quest’anno: Achille Lauro. Non mi dilungherò troppo su quanto reputi un genio Lauro e quanto ammiri il progetto che si è cucito addosso. In questo Sanremo, con la sua Me ne frego, Achille Lauro si è esibito in quattro look strepitosi, due dei quali dedicati a due donne: la Marchesa Luisa Casati Stampa, musa ispiratrice dei più grandi artisti della sua epoca, grande mecenate, performer della prima performing art, e Elisabetta I Tudor, regina d’Inghilterra.
Non aggiungo altro se non la dichiarazione dello stesso Lauro – che mi ha particolarmente commosso – dopo la serata delle Cover di giovedì, durante la quale si è esibito con Annalisa in Gli uomini non cambiano di Mia Martini.

«Sono stato anche io bambina.
“Cinquantenni disgustosi, maschi omofobi. Ho avuto a che fare per anni con ‘sta gente volgare per via dei miei giri. Sono cresciuto con ‘sto schifo.
L’aria densa di finto testosterone, il linguaggio tribale costruito, anaffettivo nei confronti del femminile e in generale l’immagine di donna oggetto con cui sono cresciuto.
Sono allergico ai modi maschili, ignoranti con cui sono cresciuto. Allora indossare capi di abbigliamento femminili, oltre che il trucco, la confusione di generi è il mio modo di dissentire e ribadire il mio anarchismo, di rifiutare le convenzioni da cui poi si genera discriminazione e violenza.
Sono fatto così mi metto quel che voglio e mi piace: la pelliccia, la pochette, gli occhiali glitterati sono da femmina? Allora sono una femmina.
Tutto qui?
Io voglio essere mortalmente contagiato dalla femminilità, che per me significa delicatezza, eleganza, candore.
Ogni tanto qualcuno mi dice: ma che ti è successo?
Io rispondo: “_Sono diventato una signorina_”.
Lauro
»

Potrei asciugarvi per altre ore, ma non credo sia legale, e mi fermo qui.
Ora, con i lacrimoni durante Domenica In con Mara Venier e la versione di Tv Sorrisi e Canzoni dedicata a questa edizione sotto al braccio, termino di crogiolarmi per l’ultima volta in questi settant’anni di memoria collettiva e nazional popolare. Una memoria tipicamente italiana in cui i ricordi si intrecciano, si separano e si sovrappongono. Una memoria totalmente mia alla quale difficilmente riuscirò a slegarmi e per la quale inizio già a fare il conto alla rovescia per l’edizione n°71.


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