La Memoria non sbiadisce: il progetto Faces of Auschwitz

di Camilla Magnani

Guardatela.

Questa è una delle tante fotografie estrapolate da un progetto ideato nel 2018 da Marina Amaral e chiamato “Faces of Auschwitz”. Attraverso la colorazione digitale, questa artista brasiliana insieme a un team di studiosi e giornalisti, è riuscita a riportare alla luce, non solo i volti di coloro che hanno vissuto la tragedia dell’Olocausto, ma anche le loro storie.

A volte le fotografie in bianco e nero ci fanno sentire distaccati da ciò che stiamo guardando. Come se fosse realtà, ma non completamente vera.

Il colore, invece, ci sbatte in faccia l’angoscia del “sempre presente”.

In casi come questo, infatti, la colorazione digitale non vuole alterare l’immagine ma riportare in vita delle storie, cercando di rendere lo giustizia.


Come mai venivano scattate le fotografie a persone che sarebbero morte di lì a poco?

Nel momento in cui i deportati arrivavano ad Auschwitz erano sottoposti ad una preliminare divisione: gli abili al lavoro venivano salvati, mentre coloro che non venivano considerati in grado di lavorare venivano immediatamente uccisi.

I prigionieri abili al lavoro venivano registrati e fotografati in diverse posizioni, per far sì che le guardie potessero identificarli qualora avessero provato a scappare.

A scattare le foto dei nuovi arrivati erano altri prigionieri già presenti nel campo, ed è proprio grazie a due di loro che possiamo vedere queste fotografie oggi. Disobbedendo agli ordini dei tedeschi, che ordinarono di dare alle fiamme l’intero archivio fotografico, Wilhelm Brasse e Bronislav Jureckzek salvarono 38.916 fotografie di Auschwitz.

38.916 fotografie che raccontano altrettante storie.

Il 27 gennaio è la giornata per non dimenticare, uno di quei giorni in cui ci viene imposto di vedere la nostra vita in prospettiva e che ci fanno sempre pensare al fatto che certe cose dovremmo vederle in prospettiva tutti i restanti giorni dell’anno.

Ecco, quindi, il frutto del lavoro di Marina Amaral. E guardateli, guardateli bene, guardateli tutti.

Czesłava Kuoka, 14 anni, era una prigioniera politica polacca, deportata ad Aushwitz nel dicembre 1942. Morì tre mesi dopo.

Katarzyna Kuoka, madre di Czesłava, venne deportata assieme alla figlia. Entrambe furono vittime della politica di Lebensraum di Hitler.

Maria Shenker era un’impiegata polacca di circa trent’anni. A differenza di Czesłava e Katarzyna la più grande colpa di Maria fu quella di essere ebrea.

Iwan Rebalka, di circa diciassette anni. Veniva da Syrovatka, nell’attuale Ucraina. Il triangolo rosso indica che era un prigioniero politico.

Walter Degen era un fabbro tedesco di circa trentacinque anni. Porta un triangolo rosa, segno di riconoscimento utilizzato per gli omosessuali.

Furono circa 80 gli uomini perseguitati per il proprio orientamento sessuale ad Auschwitz e più della metà di loro morì. Gli omosessuali, nonostante l’esiguo numero rispetto alle altre categorie di prigionieri, furono uno dei gruppi perseguitati più duramente all’interno del campo.

Le donne lesbiche, invece, portavano il triangolo nero, utilizzato genericamente per quegli individui definibili “asociali”.

Prigioniera 2731. La storia che reputo più triste. Si tratta di una ragazza ebrea slovacca, arrivata ad Auschwitz il 28 marzo 1942. Conosciamo solo questo di lei.

Nessuno sa chi fosse questa ragazza e quale sia stato il suo destino.

Io voglio immaginarmela anni dopo mentre balla, in un prato, con i fiori nei capelli, sapendo che dono meraviglioso è la libertà.

Il sito del progetto “Faces of Auschwitz”: https://facesofauschwitz.com/


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