Audrey Hepburn: l’iconicità di un animo nobile

di Ilaria di Cugno

A volte penso che il 1929 sia stato proprio un anno speciale.
E no, non solo perché l’8 gennaio di quell’anno è nata una delle mie due nonne – della quale un giorno vi dovrei davvero parlare, non immaginate davvero che personaggio sia ancora oggi alla bellezza di 91 anni – ma anche perché ci ha donato altre due donne meravigliose: Grace Kelly e Audrey Hepburn.
Della prima vi ho parlato qualche mese fa (e se vi siete persi l’articolo potete recuperarlo qui), se invece volete scoprire qualcosa di più sulla seconda non vi resta che continuare a leggere.

Ora qualcuno potrebbe dirmi che ho una certa fissazione per le attrici raffinate, eleganti e sofisticate. A quel qualcuno certamente risponderei: caro amico, hai ragione.

E non ne conosco le motivazioni, dato che più cresco, più queste sono donne lontanissime da me, ma, insomma, come si può non restarne affascinati?
Sfido chiunque, non appena pronunciato il nome di Audrey Hepburn, a trattenere gli occhi sognanti mentre la si immagina con quel taglio sbarazzino, vestita di tutto punto, in sella a una Vespa in compagnia di Gregory Peck in Vacanze romane (1953) o, meglio ancora, avvolta nell’iconico tubino nero in Colazione da Tiffany (1961).

Nata in Belgio, cresciuta nei Pesi Bassi durante gli anni dell’occupazione nazista, Audrey Hepburn inizia la sua carriera come ballerina, interrotta nel 1948 a favore di quella di attrice teatrale. Le prime performance all’interno dei musical cedono presto il passo al grande schermo: nel 1951 debutta al cinema con One Wild Oat per la regia di Charles Saunders, ma il primo vero banco di prova è Vacanze romane, pellicola con la quale si aggiudica sia il Golden Globe sia l’Oscar come migliore attrice protagonista per l’interpretazione della principessa Anna. Circostanza singolare, se si pensa che inizialmente il regista William Wyler voleva che la parte fosse assegnata a Elizabeth Taylor.

Seguono poi, tra i tantissimi film, Sabrina (1954), Guerra e pace (1956), Cenerentola a Parigi (1957) fino al più iconico Colazione da Tiffany (1961).

Persino in quest’ultimo la Hepburn non era inizialmente stata scelta come protagonista: al suo posto infatti, per la parte di Holly Golightly, era stata designata una più procace Marilyn Monroe, che però rifiutò la parte poiché a parer suo e del suo agente non le avrebbe giovato. Quello che in pochi sanno infatti, è che la protagonista del romanzo di Truman Capote prima, e del film di Blake Edwards poi, era una escort newyorkese che si intratteneva spesso con i ricchi uomini dell’alta società in cambio di gioielli e abiti di lusso. Quando Audrey accetta la parte, questa le viene ricucita totalmente addosso, adattandola e rimuovendo espliciti riferimenti all’attività di prostituta e alla bisessualità di Holly.
Fu un trionfo: grazie al suo stile, alla sua raffinatezza, alla sua dolcezza e al suo garbo la Hepburn viene consacrata vera e propria icona di eleganza. Gli abiti Givenchy, i fili di perle e i cappelli vistosi sono solo una parte di uno di quei film che restano tra i più romantici di sempre.

E poi ancora Sciarada (1963), My Fair Lady (1964), Come rubare un milione di dollari e vivere felici (1966), Gli occhi della notte e Due per la strada (1967), per un totale di quasi trenta film, un Oscar (due se si conta quello postumo), due Golden Globe, quattro BAFTA, tre David di Donatello e molteplici altri premi e nomination.

Audrey Hepburn però non si distingue solo come attrice. Quello su cui vorrei focalizzarmi oggi – faticando nell’impresa di non tediarvi per ore ed ore sull’importanza che ha per me un film come Colazione da Tiffany e soprattutto il confronto finale tra Holly e Paul – è il lato più umano di Audrey, quello descritto perfettamente nel libro Audrey mia madre (Mondadori, 2015) del secondogenito Luca Dotti.
Una donna lontana dagli abiti scintillanti di Givenchy e più vicina a un paio di jeans e a una t-shirt (riuscireste mai a immaginarlo?), innamorata del proprio Yorkshire, fan sfegatata di Raffaella Carrà e della serie tv Cuore e Batticuore (1979-1984).
Una sorta di seconda vita, ben lontana da quella sfavillante di Hollywood, per la quale la Hepburn, tra l’altro, diceva di non sentirsi minimamente all’altezza, motivo per il quale qualcuno un giorno l’avrebbe smascherata in qualità di impostore. Una donna normale, mi verrebbe da dire. Piena di insicurezze, paure, dubbi, domande, come tutte noi. Una donna lontana dagli eccessi, vicina a ciò che per lei “valeva di più”.

Oltre ai suoi figli, che la ricordano per i gesti amorosi di una madre presente e comprensiva, Audrey si è distinta negli ultimi anni della sua vita per l’impegno umanitario dimostrato al fianco di Unicef.
A partire dal 1988, al termine del suo ultimo successo cinematografico, Audrey spende cinque anni viaggiando per conto dell’Unicef, visitando decine di Paesi per portare una speranza a quei bambini che ogni giorno lottano per il proprio futuro.

«Non dobbiamo dimenticarci mai di quei bambini che non conoscono la pace, che non conoscono la gioia né il sorriso. È a nome di questi bambini che io parlo, bambini che non hanno voce.»

Dall’Etiopia all’America Latina, dal Sudan al Bangladesh, dal Vietnam alla Somalia, Audrey visita orfanotrofi, ospedali e scuole. Combatte affinché vengano realizzati regolari impianti di acqua potabile, affinché le condizioni igienico-sanitarie migliorino e soprattutto stringe a sé migliaia di bambini. Quegli stessi bambini che sono stupiti di vedere di fronte a loro un’attrice tanto grande.
Come dirà John Isaac, fotografo per le Nazioni Unite:

I bambini avevano spesso le mosche tutt’intorno, ma questo non le impediva di correre ad abbracciarli, senza nessuna esitazione. Perché Audrey non aveva colori né razze.

Il suo ultimo viaggio si compie in Somalia nel 1992, un Paese devastato dalla povertà e dalla Guerra Civile. Forse uno dei viaggi più difficili, che la sconvolge in modo particolare. Audrey è sempre più decisa a voler fare qualcosa, a volersi impegnare e a portare un reale cambiamento in aiuto di chi ne ha certamente bisogno, tanto che il Presidente Bush la premia con la medaglia presidenziale della libertà, uno dei più alti riconoscimenti che si possono attribuire a un civile negli Stati Uniti.

Purtroppo non ne ebbe il tempo.

Audrey Hepburn scompare il 20 gennaio 1993 alla giovane età di 63 anni colpita da un terribile tumore che non le lascia scampo.
Il suo impegno però continua: grazie alle associazioni fondate dai figli Sean e Luca, l’Audrey Hepburn Children’s Fund e il club di donatori Unicef Amici di Audrey, ancora oggi migliaia di bambini riescono a crescere più serenamente di quanto sarebbe loro possibile. Perché Audrey, come ricorda il figlio Luca, non si sarebbe mai arresa, si sarebbe rimboccata le maniche e avrebbe detto «Bisogna sconfiggere il male con il bene».


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...