La mia lettera d’amore a Jojo Rabbit

di Camilla Magnani

Andare al cinema è una di quelle esperienze che non ho mai pensato di fare durante una vacanza. Vuoi perché non ho mai pensato avesse senso chiudersi in una sala a vedere un film che avrei potuto vedere anche in Italia, togliendo tempo alla visita della città, vuoi perché non c’è mai stata effettivamente l’occasione, però proprio per questo l’ho sempre considerata una cosa da fare una volta tornati a casa propria. Andare al cinema, dopotutto, è un’esperienza. Un’esperienza che in Inghilterra costa una follia. E visto che sono una cavolo di donna emancipata, ho pure avuto la brillante idea di offrire il cinema al mio lui.

Però, c’è un però. Tutta la sala, almeno, quella dove ero io (che non era certo Leicester Square a Londra, ma un cinema normalissimo nella periferia di Liverpool) era costellata unicamente di scintillanti poltrone reclinabili; sì, tipo quelle che da noi si chiamano “Poltrona VIP”. Che poi giustamente, viste le mie umili origini, mi sono accorta del fatto che fossero reclinabili solo alla fine del film.

Forse qualcuno dirà “Non ne vale la pena spendere così tanti soldi per andare al cinema”.

E invece io vi dico dipende: dipende dal film.

Sapete che film dovete vedere? Jojo Rabbit.

E sapete perché? Perché è un capolavoro.

Taika Waititi and Roman Griffin Davis in the film JOJO RABBIT. Photo by Kimberley French. © 2019 Twentieth Century Fox Film Corporation All Rights Reserved

E la recente incetta di candidature agli Oscar che si è beccato lo dimostrano. Grazie alla posizione privilegiata di corrispondente d’Oltremanica posso dirvi: correte al cinema, ORA, o meglio, il 16 gennaio.

La prima cosa che ho pensato appena si sono riaccese le luci è stata “Vorrei averlo scritto io questo film”. Ispirato al romanzo “Il cielo in gabbia” di Christine Leunens, la storia è ambientata in Germania all’epoca della Seconda guerra mondiale. Jojo (Roman Griffin Davies, sorprendente alla sua prima esperienza sullo schermo) ha dieci anni e vuole diventare un nazista perfetto: va ai campeggi della gioventù hitleriana, crede a tutto ciò che il suo Fuhrer dice ed è quindi convinto che gli ebrei siano mostruosi esseri capaci di leggere nella mente degli altri e commettere stregonerie.

Senza contare il fatto che Adolf Hitler (Taika Waititi, che è pure regista e sceneggiatore del film) è il suo migliore amico immaginario, che appare solo a lui per dispensare consigli e perle di saggezza (e a volte offrirgli anche qualche sigaretta). Un Adolf Hitler rappresentato in una versione infantile e grottesca, un po’ sulle note del Grande Dittatore di Chaplin, così brillantemente scritto da farci quasi tenerezza.

Jojo vive solo con la madre, Rosie (Scarlett Johansson, STRAORDINARIA), spiritosa, realista e coraggiosa, che cerca di far vivere a Jojo un’infanzia serena, non facendogli mai mancare l’incoraggiamento e l’amore, senza, tuttavia, tenerlo sotto una campana di vetro. Ed è forse anche grazie a lei che sappiamo sin da subito che, in realtà, nonostante le apparenze, Jojo sotto sotto è buono.

Questa è una delle scene più belle del film, già vi avviso

Chi di noi da bambino non ha desiderato far parte di un gruppo per sentirsi integrato? Noi avevamo lo Sleepover Club e loro avevano la Gioventù Hitleriana. Differenti scopi, stesse dinamiche.

Tuttavia, ben presto Jojo si ritrova a dover mettere in discussione queste sue cieche convinzioni perché un giorno, mentre si trova in casa da solo, sente degli strani rumori provenire dalla soffitta. Ed è in quel momento che Jojo scopre Elsa (Thomasin McKenzie), una ragazza ebrea mordace e sarcastica che Rosie aveva deciso di nascondere.

Mi fermo qui, tranquilli, non voglio rovinarvi nulla.

Vorrei solo aggiungere che se vi piace Tarantino, probabilmente amerete questo film. Sono molte le cose, in effetti, che me lo hanno ricordato: l’uso della musica, talvolta in maniera ossimorica, il montaggio capace di parlare da sè, la fotografia dai colori vividi, e, persino, l’attenzione che viene data, a livello di inquadrature, alle scarpe.

Questa è una di quelle storie da godersi frammento per frammento, con una sceneggiatura spettacolare che fa sì che le risate si incastrino con momenti quasi agghiaccianti, un po’ come se un bambino avesse deciso di riscrivere una storia tutta sua a metà tra un film di Wes Anderson e Bastardi senza gloria.

Jojo Rabbit parla di morte, di genocidio, di violenza, di discriminazione e di guerra, e forse è proprio per questo che fantasia, leggerezza, amore e ironia vi si intrecciano così bene.


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