#1×05 – Piccole Fike crescono (Christmas special!)

Jo fu la prima a svegliarsi nell’alba grigia del mattino di Natale.Niente calze appese al caminetto e per un istante sì sentì delusa, come tanto tempo prima, quando la sua piccola calza era caduta perché troppo piena di doni.Poi si ricordò della promessa di sua madre infilò la mano sotto il guanciale e trovò un piccolo libro dalla copertina rossa.

Piccole donne, Louisa May Alcott

se proprio come Jo a Natale non vedete l’ora di scartare un libro, questa puntata è per voi.

Oh Oh Oh, a very merry Fika Christmas!

Pallocchette e pallocchetti, è arrivato il Natale! E per l’occasione noi di Fika abbiamo scelto un romanzo che scalda la casa e il cuore: Piccole Donne di Louisa May Alcott. 

Classico per l’infanzia e l’adolescenza da molte generazioni, quest’anno è di nuovo al centro dell’attenzione grazie alla trasposizione scritta e diretta da Greta Gerwig, con Emma Watson, Saoirse Ronan e Timothée Chalamet, in uscita nelle sale americane proprio il giorno di Natale, mentre in Italia arriverà il 9 gennaio. [maledetti!]

Pubblicato per la prima volta nel 1868 e originariamente diviso in due volumi, nell’edizione americana è stato raggruppato in un unico “Piccole donne”, mentre in italiano ha mantenuto la bipartizione in “Piccole donne” e “Piccole donne crescono”.

Il romanzo racconta infanzia e adolescenza delle sorelle March: Meg, Jo, Beth e Amy.

Meg è la sorella maggiore, misurata e amorevole; Beth è pallida e timida, sempre piena di cure per la sua famiglia, le sue bambole e i suoi gattini; Amy è la piccola di casa, ambiziosa e con un talento artistico molto sviluppato.

E poi c’è Jo: protagonista e alter ego dell’autrice, Jo è uno scapestrato tomboy costretto alla gonnella. Sempre piena di energia, per niente interessata alle buone maniere e alle virtù considerate “femminili”, Jo sogna una vita attiva e di avventure. 

Il romanzo si apre durante un not so merry Christmas: siamo in piena Guerra Civile e il padre delle ragazze è cappellano presso l’esercito. Affidate alle amorevoli cure della madre, le ragazze March imparano le virtù tipiche del puritanesimo: la compassione, l’altruismo e il duro lavoro. 

Il primo volume raccoglie una serie di piccole avventure che le sorelle vivono insieme al loro vicino, il giovane e affascinante Laurie. 

Non ci dilunghiamo oltre nella sinossi, ma avvisiamo che per questo classicone ci prenderemo un po’ di libertà, per cui SPOILER ALERT! doveroso per quelli che non hanno mai letto il libro o visto una delle milioni di trasposizioni per il cinema e la tv, un po’ come me fino a qualche giorno fa.

Ancora due parole sull’autrice, prima di passare all’ordine del giorno:

Louisa May Alcott nasce nel 1832 a Germantown, Pennsylvania, ma passa gran parte della sua vita tra Concord, Massachussetts, e Boston. Vera e propria scrittrice di professione, già da giovanissima mantiene la sua famiglia grazie ai frutti della sua penna. Scrive numerosi racconti e romanzi, come L’Eredità e Mutevoli umori. È passata alla storia per i romanzi di Piccole Donne e per i seguiti, Piccoli Uomini e I ragazzi di Jo. 

Al contrario del suo alter ego letterario, Louisa non si sposerà mai e si occuperà tutta la vita della sua famiglia, sia economicamente che fisicamente. 

Ci sarebbero un fantastiliardo di argomenti da approfondire su questo romanzo ma, nella nostra umana limitatezza, ve ne proponiamo solo alcuni. 

Veronica vi parlerà di quello che lega le donne e la letteratura, in particolare queste donne: Jo e Louisa. Giulia quindi parlerà più approfonditamente dell’autrice, una convinta femminista e antischiavista. Camilla, infine, vi racconterà di due donne veramente Fike che hanno fatto la storia all’epoca della guerra civile americana.


Con la letteratura non si mangia

di Veronica Pallavera

Se vuole scrivere romanzi una donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé

Lo dice Virginia Woolf  quando è stata chiamata a parlare delle Donne e del Romanzo durante una conferenza. Il punto a cui la Woolf vuole arrivare è che a chiunque intenda scrivere servono soldi e spazio e solitudine, il problema è che alle donne questo è stato concesso raramente – se non mai. 

Leggendo queste parole mi è subito venuta in mente la soffitta di Jo: lei ha avuto uno spazio, un tempo e una solitudine per poter scrivere. Indossava il suo cappello, che era il segnale riconosciuto da tutti come “genio creativo in corso, non disturbare!” e poteva navigare per mari esotici, salpare coi pirati, uccidere commessi viaggiatori o, al contrario, scovare criminali. I sensazionali racconti dell’infanzia e dell’adolescenza di Jo, così drammatici, ricordano molto quelli di Louisa.

Anche Louisa ha avuto una stanza tutta per sé, con uno scrittoio regalato dal padre, nella casa di famiglia a Concord. 

A mancare, tanto a Louisa quanto a Jo, erano i soldi. E qui sta il distacco.

La Woolf parla della scrittura come forma d’arte ed espressione del genio, che non è comunemente abbinata all’idea di profitto. Che sia vero o meno che la vera arte non porta alla ricchezza materiale aprirebbe un lungo dibattito e non è questa la sede. Però aspetto commenti!

Comunque, per Louisa la scrittura è una carriera e una forma di profitto. 

Sui suoi diari sono riportati puntualmente i ricavati delle sue storie, risparmiati e utilizzati per pagare i debiti del padre – filosofo idealista, molto poco pratico e fin troppo disinteressato al profitto. Per quanto il suo talento sia indiscutibile, si può dire che Louisa abbia dato al pubblico ciò che il pubblico voleva, che fossero racconti pulp o romanzi educativi. 

Gli stessi romanzi di Piccole Donne sono nati da una richiesta dell’editore, che le chiese di scrivere una storia per ragazze. Louisa rispose “ci proverò”.

E Louisa ha trasmesso questa componente pragmatica anche a Jo.

Già dal principio, quando il padre era assente per via della guerra, Jo era “l’uomo di casa”. I tratti mascolini di Jo non si limitano al soprannome che lei stessa si è scelta, ai suoi modi bruschi o al suo lessico scurrile: Jo pensa al sostentamento economico e morale della famiglia e continua a farlo anche dopo il ritorno del padre. 

Il ricavato dei suoi racconti serve a pagare i vestiti, a portare Beth al mare e a tutte le infinite necessità quotidiane. 

Anche la sua libertà di movimento è un tratto tipicamente maschile, almeno per l’epoca. Jo si trasferisce a New York da sola e sperimenta il mondo al di fuori delle mura domestiche: una possibilità ben poco comune per le ragazze del diciannovesimo secolo. 

Ma tornando alla questione economica, vorrei sottolineare come il lato pratico del denaro sia uno dei temi centrali del romanzo. I March hanno pochi soldi, la piccola Amy guarda il burro della colazione di Natale con occhi sognanti, una delle scene più famose del romanzo è quella in cui Jo vende i propri capelli per pagare il biglietto del treno a sua madre, per raggiungere il padre ferito a Washington. Meg e Jo fanno lavori poco soddisfacenti e le loro prospettive per il futuro sono spesso confrontate a quelle del vicino, Laurie che, oltre a essere maschio, è anche erede di una buona fortuna. 

Ho parlato però di “lato pratico del denaro”, perché Piccole Donne veicola il valore calvinista del duro lavoro e vede il denaro come un mezzo e lo condanna come fine ultimo. 

Guardando le avventure delle sorelle March con un occhio adulto è facile liberarsi delle lenti rosa e dell’alone fatato dei ricordi di infanzia per scorgere una pragmaticità di fondo, anche nei sentimenti. 

Il modo in cui Jo si dichiara pronta ad amare un uomo povero non è figlio di quadretti romantici da “due cuori e una capanna” o “l’importante è volersi bene”. Jo è capace di affrontare il genere di vita che potrebbe offrirle un uomo povero, perché è da sempre stata portata al lavoro e al guadagno, ma è assolutamente conscia delle problematiche di quella vita.

Allo stesso modo rifiuta Laurie anche perchè – ma non solo per questo – non sarebbe in grado di essere una buona padrona della sua bella casa. E poi hanno caratteri troppo simili e conflittuali. È il lato pratico dell’amore, ben lontano dalle grandi promesse di Laurie di diventare un santo, di non dimenticarla mai, di non poter amare nessun’altra…per poi sposare sua sorella, già.

Se state per arrabbiarvi con me, tranquille. Anche io ho amato Laurie con gran parte della mia anima e ho scagliato il libro dall’altra parte della stanza quando ho letto il gran rifiuto per la prima volta. Oggi inizio un po’ a capire la presa di posizione della Alcott – perché di presa di posizione si è trattato. Sul suo diario scrive

non farò sposare Jo e Laurie per accontentare qualcuno.

La stessa decisione di far sposare Jo non è stata presa in totale libertà dalla Alcott, ma è dovuta ad una forzatura dell’editore.

Qui, amici miei, si entra nei grandi misteri della scrittura: cosa avrebbe fatto Josephine March se fosse stata totalmente libera dalle costrizioni sociali, dall’editore e dalla sua stessa autrice? 

Ora che ho sciorinato la mia proverbiale domanda senza risposta, posso ritenermi soddisfatta e lasciarvi alle mie colleghe.

Nota a margine: la sottoscritta si solleva da ogni responsabilità per i danni fisici e morali che questa domanda comporterà negli ascoltatori. 


Louise – femminista e antischiavista

di Giulia Carniglia

Essere una scrittrice e una donna nel diciannovesimo secolo non è facile. Ma se a questo aggiungiamo l’attivismo per il diritto al voto femminile ed essere antischiavista, è ancora più difficile. Louise May Alcott è stata tutto questo.

Viene da chiederci da dove abbia preso? Quali sono stati i suoi passi? Molto bene, preparatevi alla storia.

Sicuramente la sua istruzione, nella scuola trascendentalista del padre ha influito davvero molto.

Lavoratrice fin da giovane, come sarta e istitutrice, ha contribuito, insieme alla madre e alle sorelle più grandi, alle condizione economiche della famiglia. Vi suona famigliare?

Divenni abolizionista quand’ero ancora molto piccola, ma non ho mai capito se per l’aver visto George Thompson nascosto dietro il letto di casa nostra durante il tumulto di Garrison oppure per essere stata soccorsa, alcuni anni più tardi, da un ragazzo di colore che mi salvò dall’annegare nello stagno delle rane. Comunque sia, la conversione fu genuina; e il mio più grande orgoglio è di aver vissuto per conoscere i coraggiosi uomini e le donne che hanno fatto così tanto per la causa.

Ho scelto queste parole per farvi capire come fin da giovanissima, mentre aiutava la sua famiglia, insieme ad essa, abbia contribuito alla rete clandestina chiamata Underground Railroad (per noi mortali, Ferrovia Sotteranea). 

Una rete di itinerari segreti e case sicure utilizzati dal XIX secolo dagli schiavi neri americani per fuggire poi in Canada, con l’aiuto degli abolizionisti, e negli stati liberi. La Ferrovia ebbe il suo apice tra il 1810 e 1850 con la messa in sicurezza, e in fuga, di 30,000 persone.

Ma poteva una giovane donna fermarsi a questo? No, direi io anche giustamente.

Nel 1848, lesse ed apprezzò la “Dichiarazione dei Sentimenti”, atti della Conferenza di Seneca Falls, sui diritti delle donne. In un periodo storico nel quale, dall’altra parte dell’oceano, si delineavano i tratti dei movimenti femministi, Louise non fu da meno. Divenne sostenitrice del suffragio universale esteso alle donne e fu, poco dopo, la prima donna a Concord a iscriversi al voto per un’elezione di cariche scolastiche.

Ricordiamoci, così, giusto per dare due date, che:

  • ufficialmente, con l’approvazione del XIII emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, nel 1865 viene abolita la schiavitù
  • nel 1920 avviene il suffragio comprensivo delle donne previa test di alfabetizzazione che limitano il suffragio universale e anche il pagamento di una tassa per poter votare (insomma, se paghi, voti, semplice no?)….solo nel 1966, la Corte Suprema con due sentenze, reputa anticostituzionali sia le prove per accertare il grado di cultura sia l’alfabetizzazione per l’ammissione ai diritti politici, sia i dei requisiti che richiedevano il pagamento di una tassa per essere ammessi al diritto al voto. messa in atto e ratifica del ventiquattresimo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America. Le ultime discriminazioni, che si opponevano all’esercizio pieno del suffragio universale, sono scomparse in America negli anni settanta del XX secolo; gli ultimi emendamenti sono resi definitivi e stabili nel 2006.

Angelica Palumbo, professore associato di letteratura inglese alla facoltà di scienze della formazione do Genova, paragona Louisa May Alcott, e il suo tentativo di azzerare le differenze tra uomo e donna alla stessa battaglia portata avanti da un’altra donna importante di quegli anni, Margaret Fuller. Lei che a trent’anni scrisse Woman in the Nineteenth Century, pubblicato sull’organo ufficiale dei trascendentalisti “The Dial”, è il primo libro che parla senza troppi giri di parole di uguaglianza tra uomini e donne.

«…è giunto il momento che sia Euridice a chiamare Orfeo, piuttosto che Orfeo a chiamare Euridice: …è tempo, in questo tempo, che la Donna, l’altra metà dello stesso pensiero, l’altra stanza nel cuore della vita, prenda il suo turno e inizi a pulsare appieno; e si migliorerà la vita delle nostre figlie femmine cosa che sarà di massimo aiuto perché migliorino e mutino anche i nostri giovani figli maschi».

Per riprendere la domanda iniziale…Dove ha preso Louisa per essere la grande attivista che conosciamo?

Beh…Margaret Fuller ne è un piccolo esempio ma sono sicura che molto ancora debba essere detto.

FONTI:

https://it.wikipedia.org/wiki/Louisa_May_Alcott

https://it.wikipedia.org/wiki/Ferrovia_Sotterranea

https://it.wikipedia.org/wiki/Suffragio_universale#Stati_Uniti_d’America


Due grandi donne della Guerra di Secessione

di Camilla Magnani

Io ero una di quelle bambine pidocchiose che non amavano particolarmente i libri regalati da altri. Ragione per cui non ho mai letto Harry Potter se non alla veneranda età di ventiquattro anni. No aspettate, forse quello non l’ho letto perché possedevo solo il terzo, regalo ovviamente anche quello di amici di famiglia che forse non avevano consultato a dovere mia madre ma hanno semplicemente afferrato la prima uscita editoriale propizia e interessante della letteratura per bambini.

Dicevamo, ero veramente una rompicazzo. Non che io non lo sia più, anzi. Grazie a dio, semplicemente ora chi mi regala libri sa cosa regalarmi adesso.  Durante la mia adolescenza sono passata da Geronimo Stilton ad Orwell con una velocità abbastanza inquietante, quindi touché.

“Piccole donne” è uno di quei libri che molti sono stati abituati a sentirsi leggere da zie, nonne, mamme, o che io mi immagino di leggere con la neve che cade fuori dalla finestra mentre il fuoco arde nel caminetto e ogni tanto stringo a me un coniglietto di pezza. “Piccole donne” è un classico che si mette nella libreria accanto a Cuore, Alice nel paese delle meraviglie e, se siete della mia generazione, un’infinità di volumi del Battello a Vapore.

E forse io “Piccole donne” ce l’ho pure da qualche parte, snobbato dal giorno in cui me l’hanno regalato fino ad ora, quando questa puntata mi ha finalmente dato la possibilità di leggerlo.

Una delle cose che ha attirato la mia attenzione sin da subito è quanto sia bello essere piccoli, quanto sia bello essere circondati dai propri problemi e pensare a quanto siano importanti e totalizzanti, mentre nel resto del mondo succedono cose più grandi di noi. E non vuole essere assolutamente una polemica, anzi.

Il periodo di tempo su cui si concentra la prima parte del libro è stato molto importante per la storia americana: quello della guerra di secessione. Non solo una lotta tra Nord e Sud ma una lotta tra abolizionisti e anti-abolizionisti. 

Il padre delle ragazze March all’inizio del libro, si trova in guerra come cappellano per dare sollievo alle truppe e noi sappiamo di lui dai racconti delle ragazze che sperano che torni a casa e dalle lettere che la signora March riceve dal fronte. Noi vediamo la storia dal punto di vista di queste ragazze di Concord, che poco conoscono della vita al di fuori dei loro giochi, della loro comunità e delle loro scaramucce. Come è giusto che sia.

La guerra passa solo di sfuggita all’interno del romanzo, considerato il punto di vista dei protagonisti. Mi sono ritrovata a chiedermi però, non succede un po’ a tutti noi anche da adulti forse? Di preoccuparci solo di ciò che ci tocca pensando che ovviamente i nostri problemi siano più grandi perché colpiscono niente popò di meno che NOI.

Per una donna, comunque sia, allora non era molto semplice prendere una posizione, pensare a che cosa fare per rendere il mondo migliore. La sua partecipazione alla vita vera era abbastanza limitata. E lo vediamo anche qui un poco, sebbene la famiglia March sia comunque molto meno puritana di altre famiglie della stessa epoca. La madre, sebbene spesso considerata paternalistica, rispetta le individualità delle proprie ragazze e le figlie crescono ognuna in modo diverso, seguendo le proprie inclinazioni.

Mentre il padre si trova al fronte, addirittura Jo esprime il desiderio di andare in guerra per poter fare qualcosa. Così ho pensato, ma quindi per quell’epoca chi sono state le donne che hanno, appunto, fatto qualcosa? 

“Mosè degli afroamericani”, con questo nome è nota Harriet Tubman. Attivista e spia, ha combattuto prima per l’abolizione della schiavitù e poi per il diritto di voto alle donne. Il suo vero nome era Araminta, Minty e solo in seguito decise di farsi chiamare Harriet, in onore della madre, schiava della famiglia Brodess del Maryland. E la forza di resistere Minty la prese proprio dalla madre che, dopo aver sopportato la vendita di alcuni dei suoi figli in piantagioni lontanissime, decise di nascondere Moses, il piccolo della famiglia, in casa per un mese per impedire a uno schiavista di comprarlo.

E ancora, Minty conosceva bene le difficoltà e la sofferenza della schiavitù, ma sin da giovane trova in sé stessa la forza di resistere.

L’incidente che le cambiò la vita accadde quando si rifiutò di bloccare la strada a uno schiavo in fuga. Il padrone, dovendo bloccare il fuggiasco, gli lanciò un pezzo di metallo del peso di circa un kg. Tuttavia, fu Minty ad essere colpita, riportando danni che le dureranno per tutta la vita. Oltre a forti mal di testa e narcolessia, saranno terribili incubi a perseguitarla e a farle credere di avere visioni religiose. 

È nel periodo di tempo che precede il suo matrimonio, come dicevamo, che Minty cambia nome, diventando Harriet. Sposa John Tubman, un uomo libero, ma il matrimonio non durò molto perché quando nel 1849 Harriet lei decide finalmente di scappare, lui decide di restare a casa e risposarsi.

Harriet diventa una donna libera scappando per 90 miglia fino a Philadephia attraverso la Underground Railroad: 

«Quando ho capito di aver oltrepassato quella linea (il confine), mi sono guardata le mani per vedere se ero ancora me stessa. C’era un’aria di gloria; il sole albeggiava tra gli alberi e sui campi, e mi sentivo quasi in Paradiso.»

Da quel momento in poi, guidare gli schiavi attraverso l’Underground Railroad divenne la sua missione. Quando nel 1850 la legge sulla schiavitù cambiò, imponendo agli stati del nord di catturare gli schiavi fuggiti e di farli tornare a casa, Harriet si prese l’incarico di guidare anche spedizioni per il Canada, dove la schiavitù era contro la legge. In tutto, tra il 1850 e il 1860 guidò 19 spedizioni dal Nord al Sud degli Stati Uniti liberando circa 300 persone.

Durante la guerra, poi, Harriet fece un po’ di tutto: infermiera, cuoca, spia. È stata la prima donna a guidare una spedizione armata durante la guerra, liberando più di 700 schiavi in South Carolina.

Eroina, caparbia e bizzarra, è riconosciuta come una delle personalità più importanti della storia americana, tanto che, probabilmente tra qualche anno il suo volto sostituirà quello di Andrew Jackson, presidente americano e schiavista, sulla banconota da venti dollari.


Si chiamava Isabella Baumfree, ma scelse di essere conosciuta come “Soujorner Truth”. Abolizionista e fiera attivista per i diritti delle donne. Come Harriet la sua vita inizia come schiava vicino a New York. Viene comprata e rivenduta per ben quattro volte e sottoposta a numerose violenze dalla maggior parte dei suoi padroni. Sul finire degli anni Venti dell’Ottocento riesce a trasferirsi a casa di una famiglia abolizionista, dove compra la propria libertà per venti dollari un anno prima dell’abolizione ufficiale della schiavitù nello stato di New York, nel 1828. Scoprendo, inoltre, la vendita illegale di suo figlio in Alabama, diventa la prima donna di colore a citare in giudizio in tribunale un bianco e a vincere la causa, riuscendo quindi a riunirsi con Peter, il figlio. 

Negli anni successivi viaggia per gli Stati Uniti tenendo discorsi per l’abolizione della schiavitù, sostenendo fermamente inoltre i movimenti per i diritti delle donne, la tolleranza religiosa e il pacifismo.

Durante la guerra civile, poi, è una delle persone che più si adoperano per creare l’esercito dell’Unione. Dal 1864 fornisce poi assistenza agli schiavi liberati e lotta sugli autobus di Washington contro la segregazione a bordo dei mezzi di trasporto. Quasi un secolo prima di Rosa Parks. 

Nel corso della sua vita avrà l’opportunità di incontrare ben due presidenti americani, tra cui Abramo Lincoln.

Non imparò mai a scrivere e a leggere. Poté vivere del suo lavoro, anche grazie ai proventi dell’autobiografia che scrisse, dettando, ovviamente, la sua vita a un’altra donna; Tenne centinaia di discorsi, girando per tutti gli Stati Uniti.

Nel 1858 venne perfino interrotta mentre parlava. Qualcuno, infatti, la accusò di essere un uomo. E sapete che cosa fece lei di tutta risposta? Si aprì la camicetta e espose i suoi seni. “No, non sono un uomo, cazzo”. Okay, quest’ultima frase l’ho aggiunta io. 

Essendo la Truth analfabeta, ci rimane poco dei suoi discorsi e le versioni che abbiamo sono probabilmente imprecise. Tuttavia, vorrei lasciarvi con un pezzo di ciò che probabilmente disse in un celebre comizio tenuto ad Akron, Ohio, il 29 maggio 1851: 

Quell’uomo laggiù dice che

una donna ha bisogno di essere aiutata

a salire in carrozza

e sollevata attraverso i fossi.

E ha bisogno di avere ovunque il posto migliore.

Nessuno mi ha mai aiutata a salire in carrozza

o ad attraversare pozzanghere di fango

o mai mi ha dato un posto migliore…

E non sono io forse una donna?

Guardami, guarda il mio braccio!

Ho arato e seminato.

E riempito i granaie nessun uomo poteva tenermi testa…

E non sono io forse una donna?

Potevo lavorare tanto e mangiare tanto quanto un uomo

– quando riuscivo a mangiare –

e sopportare anche la frusta.

E non sono io forse una donna?

Ho fatto nascere tredici figli

e li ho visti venduti quasi tutti come schiavi

e quando ho gridato il dolore di una madre

nessuno mi ha ascoltata se non Gesù…

E non sono io forse una donna?

Quell’ometto vestito di nero

dice che una donna non può avere gli stessi diritti di un uomo

perché Cristo non era una donna.

Da dove è arrivato il tuo Cristo?

Da Dio e una donna!

L’uomo non ha avuto nulla a che fare con lui!

Se la prima donna che Dio ha creato

è stata forte abbastanza

da capovolgere il mondo tutta sola

insieme le donne dovrebbero essere capaci

di rivoltarlo ancora dalla parte giusta.

Fonti:

https://www.biography.com/activist/harriet-tubman

https://luciacapparrucci.wordpress.com/2011/01/26/non-sono-io-forse-una-donna/

https://www.womenshistory.org/education-resources/biographies/sojourner-truth

Considerazioni finali:

Veronica: È inutile che vi dica che consiglio questo libro per almeno due motivi: il primo è che se siete arrivati fino a qui, probabilmente siete già a conoscenza delle avventure di queste meravigliose Piccole Donne, il secondo è che – sempre dato che siete arrivati fino a qui – penso abbiate notato con quanta passione – o mania – io abbia affrontato questa puntata. Il mio consiglio è quindi di riprendere in mano questo classico per l’infanzia in età adulta, per notare tutta la trasgressione, la rabbia verso le convenzioni e l’irriverenza di un libro considerato dai più una zuccherosa favola per bambine. Anche le March erano bambine rivoluzionarie. POTERE AL MATRIARCATO!

Giulia: Nemmeno io sono da meno. Devo fare un’ammissione di colpa. Prima di questo momento non avevo mai letto “Piccole Donne”. Ok, ora potete indignarvi. Ma, siate fieri perchè vi devo dire che è SPETTACOLARE. Non mi dilungo molto anche perchè il libro parla da sè. D’altronde, non è un caso che sia un classico e non solo per le bambine/adolescenti. Come dice Veronica, va letto anche in età adulta. Fidatevi. 

Camilla: Piccole donne è uno di quei libri che hanno un che di universale. Tutti ve lo consigliano, tutti l’hanno letto, molti fanno finta di averlo letto anche solo per evitare le occhiatacce di quelli che “Ma come è possibile esistere nell’universo senza aver letto Piccole Donne?”. Spoiler alert: è possibile. Però non posso non ammetterlo, ora che conosco anche io la storia delle sorelle March, la mia vita è migliore.

Vorrei che portassimo ferri da stiro sulla testa per impedirci di crescere. Ma disgraziatamente i boccioli diventano rose e i gattini gatti!

Mai vista una ragazza come te! Ti fanno un complimento e non lo capisci. – disse Meg con l’aria della giovane signora che se ne intende.


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