Case infestate, fantasmi in soffitta – Gli incubi domestici di Shirley Jackson

di Federica Caslotti

Un marito, quattro figli, una bella casa in una tranquilla cittadina di provincia, due cani e numerosi gatti. La vita di Shirley Jackson sembra quella di un’ordinaria casalinga americana. Solo che Shirley non ha nulla di ordinario

Innanzitutto la sua vita non è così perfetta come si potrebbe immaginare. I rapporti coi vicini sono freddi, avvelenati dai pregiudizi nutriti nei confronti di quel professore ebreo e della sua strana moglie che beve e fuma “come un uomo”. Dietro la facciata della famigliola serena Shirley nasconde la frustrazione di una vita accanto a un marito maschilista e autoritario, che controlla le sue finanze (nonostante lei guadagni più di lui) e la tradisce in continuazione con le sue studentesse. E quella che viene percepita come “riservatezza” non è che uno dei sintomi dell’ansia e della depressione che accompagnano la donna fin dall’infanzia, i mostri che l’hanno spinta a rifugiarsi nell’alcol, nel fumo, negli antidepressivi. E nella scrittura.

Giovane Shirley Jackson

Scrive da sempre, Shirley, da quando è una bambina timida e poco amata, che fatica a legare con i ragazzini della sua età e si rifugia nei suoi mondi immaginari con la costante paura che la madre possa trovare i suoi scritti, quella madre che non le ha mai dimostrato affetto e la rimprovera continuamente per la sua incapacità (o rifiuto?) di chinare la testa e adeguarsi alle aspettative che la società ha per lei. La vogliono imbellettata, ottusa e sempre sorridente, e Shirley non è nessuna di queste cose, e così soffre e scrive, scrive e scrive, e diventa così brava che ne fa il suo lavoro, e comincia a pubblicare articoli e racconti per riviste femminili di economia domestica. Pezzi ordinari come le casalinghe ordinarie che li leggono.

Ma abbiamo già detto che Shirley di ordinario non ha proprio un bel niente, e a un certo punto si stufa anche di fingere di esserlo.

“La mattina del 27 giugno era limpida e assolata, con un bel caldo da piena estate; i fiori sbocciavano a profusione e l’erba era di un verde smagliante. La gente del villaggio cominciò a radunarsi in piazza, fra l’ufficio postale e la banca, verso le dieci. In alcune città, dato il gran numero di abitanti, la lotteria durava due giorni, e bisognava cominciare addirittura il 26; ma in questo villaggio di trecento anime o giù di lì bastavano meno di due ore. Si poteva iniziare alle dieci del mattino e finire in tempo per il pranzo.”

Il 26 giugno del ’48 The New Yorker pubblica un racconto dal titolo La Lotteria, in cui quella che sembra una festa di paese di trasforma in un macabro rituale propiziatorio. La redazione viene invasa di lettere scandalizzate e critiche all’autrice, tra le proteste c’è addirittura qualcuno convinto che l’evento descritto sia reale, e alcuni chiedono morbosamente dove sia esattamente la cittadina descritta, perché vorrebbero assistere alla Lotteria.

La gente comincia a mostrare curiosità nei confronti di questa donna che, acquisita notorietà come autrice horror, ama dipingersi come una strega e si vanta delle sue conoscenze sul paranormale. Un’abitudine che potrebbe essere liquidata come un modo per far parlare di sé: dopotutto l’autrice de L’incubo di Hill House non può che essere un personaggio originale, con il gusto del macabro.

Solo pubblicità, quindi?

Shirley Jackson e i quattro figli

Shirley Jackson muore nel 1965, a soli 48 anni, per un’insufficienza cardiaca: l’hanno uccisa le sigarette, i barbiturici, le pillole dimagranti, l’infelicità contro cui ha lottato ogni giorno della sua vita, le aspettative di una società che la voleva come lei non avrebbe mai voluto e potuto essere. E quasi trent’anni dopo Laurence, suo figlio maggiore, riceve un pacco anonimo contenente racconti inediti della madre, diari e riflessioni, da cui emerge che la quotidianità della scrittrice era perturbante quanto i suoi racconti.

“Il novanta per cento della mia vita si è comunque svolto nella mia testa.”

E nella testa di Shirley gli oggetti della casa hanno una vita segreta, e piccoli e misteriosi rituali sono necessari per far funzionare tutto alla perfezione e prevenire fastidiosi incidenti domestici: i bicchieri vanno elogiati, o si romperanno, i due forchettoni da cucina sono gelosi l’uno dell’altro e i loro compiti sono per questo rigidamente divisi, nel giardino crescono le mandragole che vanno raccolte al chiaro di luna, porte e finestre sono protette con simboli disegnati a carboncino che tengono lontani gli spiriti maligni, i funghi crescono in cantina e cose molto spiacevoli capitano a quelle persone che fanno arrabbiare Shirley. La sua vita sembra quella di Merricat, la protagonista di Abbiamo sempre vissuto nel castello, e come Merricat Shirley vive in una grande casa che ha popolato di fantasie e oggetti macabri e curiosi collezionati nel corso degli anni, come amuleti, scarabei egizi, stampe giapponesi che illustrano la decomposizione dei cadaveri, foto di case stregate.

Un po’ strega, un po’ frustrata, ma prima di ogni altra cosa una grande scrittrice. Questa era Shirley Jackson, che non ha mai alzato la voce non perché non ne avesse il coraggio o le capacità, ma perché non ne ha mai avuto bisogno.


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