Ancora un 25 novembre

Per chi si fosse svegliato solo ora dal criosonno, oggi è il 25 novembre alias la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. È una festa? No. Ce n’è bisogno? Purtroppo sì. Giornate come questa non devono essere viste semplicemente come manifesti, ma come un’occasione di riflessione, una scusa per parlare di qualcosa che infetta tutto l’anno solare, non solo il 25 novembre. Noi di Fika ci impegniamo a parlare di donne tutto l’anno, ma oggi parliamo anche di violenza. 

E questo è ciò che abbiamo da dire:

CON L’AMORE E LA VIOLENZA – Otello, Bill, Brunori SAS

di Veronica Pallavera

Da sempre ho una tendenza all’autoanalisi, il che mi porta a chiedermi, ogni volta che mi si para davanti un argomento spinoso, quanto è sporco il mio didietro? In altre parole, avrò mica qualcosa a che fare con questa cosa brutta?

Me lo sono chiesto anche oggi 25 novembre, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Quanto ho a che fare io – donna – con la violenza sulle donne?

Il mio primo pensiero è stato Kill Bill, capolavoro di quel genio malato del “buon” Quentin Tarantino. Il film si apre con un tentato femminicidio.

“Sai bimba, mi piace pensare che tu sia abbastanza lucida persino ora da sapere che non c’è nulla di sadico nelle mie azioni. Forse nei confronti di tutti quegli altri, quei buffoni, ma non con te. No, bimba, in questo momento sono proprio io, all’apice del mio masochismo.”

Con un fazzoletto, Bill pulisce il viso di lei: un gesto d’amore e di cura, il tono carezzevole; il massacro e la violenza seguiti da una pace straniante, uno spettacolo agghiacciante e bellissimo, all’apice dell’estetica.

Bill la ama e la uccide, perché lei ha deciso di sposare un altro. La storia più vecchia del mondo.

Ma perché lei vuole stare con qualcun altro?

“Forse cercava il cielo in questa stanza
E un cielo non ce l’ho”

Ce lo dice Brunori SAS. Le ho dato tutto ma non le è bastato. Mi ha lasciato. Povero me. Volevo solo non sentire un altro no. Così l’ha uccisa e poi l’ha baciata.

Lui la ama e la uccide, perché lei chiedeva troppo e troppo non si può. D’altronde, lui la incatenava solo verso sera.

La storia più vecchia del mondo.

È una storia talmente vecchia da ricordare Otello, un uomo che amò da forsennato e, istigato da Iago, dubita a tal punto della fedeltà della moglie Desdemona, da baciarla e poi ucciderla.

“Ora non mi restava che uccidermi e morire con un ultimo bacio.”

Desdemona era innocente e Otello si uccide per il suo errore. Ma in fondo non è questo il punto.

Perché raccontiamo storie come queste? Perché giochiamo con l’amore e la violenza? C’è del male in tutto questo?

Vi aspettavate una risposta alla vita, l’universo e tutto quanto? Mi dispiace, non ce l’ho. L’unica cosa che ho imparato in ventisei anni è che non esistono risposte semplici a problemi complessi

L’arte influenza la percezione del mondo o è la percezione del mondo a influenzare l’arte? È colpa di Otello se alcuni uomini si sentono in diritto di uccidere la moglie fedifraga? C’è bellezza nella violenza? C’è violenza nell’amore o siamo solo noi a vederla mentre siamo all’apice del nostro masochismo? 

Fonti:
Quentin Tarantino, Kill Bill, 2003
Brunori SAS, Colpo di pistola, 2017
William Shakespeare, Otello, 1603-1604


DON’T KILL ME, I WANT TO BE IN THE SEQUELS! | Vogliamo restare vive senza diventare final girls

di Federica Caslotti

Membra squartate, fiumi di sangue, cervella spappolate… Ammettiamolo: amiamo la violenza nei film. Che sia esagerata al punto da risultare a tratti comica come nei film di Tarantino o che sia il più possibile realistica come si propongono di fare gli splatter, non possiamo fare a meno di guardare, di eccitarci allo spettacolo offerto dalla morte e dal massacro. E se qualcuno afferma che non vuole guardare, che non gli piace, lo rassicuriamo subito: è solo un film, è finto, tutta pummarola

Ovviamente è finta. Ma la violenza al cinema non è tutta uguale, soprattutto nell’horror.

Secondo la definizione, la final girl è il personaggio di sesso femminile che, dopo aver visto tutti i suoi amici morire di una morte atroce e dopo essere stata a sua volta inseguita e torturata, riesce a fuggire, sopravvivendo per raccontare quanto accaduto. Queste ragazze non hanno in comune solo incredibili doti di sopravvivenza: la final girl è generalmente la quintessenza della “brava ragazza”, semplice, pudica, che si astiene dal sesso e da ogni eccesso.

“Only virgins can do that, don’t you know the rules?”

scream (1996)

È Carol J. Clover, nel saggio Men, Women and Chainsaws (1992), a dare un nome a questo personaggio. La Clover, professoressa all’Università della California, Berkley, vede nella final girl non un trope negativo, ma anzi una figura di empowerment: l’audience prevalentemente maschile cui si rivolgeva l’horror classico arriva a identificarsi con questo personaggio, una ragazza forte e intelligente che riesce ad aver la meglio sul suo oppressore.

Uno dei primi esempi è Jess, la protagonista di Black Christmas (1974), anche se in questo caso dobbiamo parlare di una “proto-final girl”. La protagonista non solo ha una vita sessuale attiva, ma all’inizio del film scopre di essere incinta ed esprime la sua decisione di abortire. Questo la rende una figura molto più progressista, diciamo, delle sue sorelline che verranno dopo.

Quella che inizia davvero il genere è Laurie di Halloween, interpretata da Jaime Lee Curtis: coraggiosa e piena di risorse, riesce a difendersi dall’assassino ricorrendo a una serie di armi non convenzionali.

 Ma è Sally di Non aprite quella porta a rendere popolare la final girl, la “ragazza che sopravvive”, e la popolarità si fa tale da contagiare i generi limitrofi all’horror: Ripley di Alien, capolavoro della fantascienza, è una delle final girl più famose della storia del cinema. In questo caso la sua castità è portata alle estreme conseguenze, rendendola androgina, quasi mascolina.

La final girl è certamente più emancipata della damsel in distress dei film degli anni Cinquanta e Sessanta, il cui compito era unicamente quello di essere bella, svenire, ed essere successivamente salvata dall’eroe. Ma questa rappresentazione risulta comunque problematica.

Nello slasher tutti i personaggi vengono uccisi. Ma se le morti maschili sono relativamente rapide, le ragazze vengono inseguite, trascinate, assistono all’agonia dei loro amici in anticipazione della loro stessa morte. Perfino la fuga della final girl non è altro che una forma prolungata di tortura.

Solitamente, quando è il protagonista maschile ad affrontare e sconfiggere il mostro, lo fa ergendosi a figura eroica, piena di forza e dignità. Il personaggio femminile invece, anche quando riesce a sopravvivere, lo fa urlando, piangendo e sanguinando. C’è una sorta di piacere sadico nell’assistere a questa violenza, che è molto più prolungata sul corpo della donna che su quello dell’uomo.

Infine: se ci deve essere una sola ragazza che sopravvive, va da sé che tutte le altre debbano morire. E chi sono le ragazze che muoiono negli horror? Quelle che fanno sesso, che bevono o assumono droghe, che vanno in giro da sole… È sempre la ragazza più provocante e disinibita la prima vittima, e in sintesi, viene “punita” per le stesse ragioni per cui nel mondo reale verrebbe colpevolizzata se le succedesse qualcosa di male.

La final girl si salva perchè è l’unico personaggio che si comporta come se fosse in un film horror: diffidando delle persone intorno a lei, evitando tutte le situazioni in cui la sua lucidità potrebbe essere alterata, restando perennemente all’erta. Sopravvive a prezzo della libertà, della leggerezza, della serenità.

Non parcheggiare in posti isolati, non uscire da sola di notte, se vai in bagno fatti accompagnare da un’amica, non lasciare il tuo bicchiere incustodito, avvertimi quando arrivi a casa. La maggior parte degli individui di sesso femminile che conosco passa gran parte del suo tempo a programmare la sua vita in modo da ridurre al minimo il rischio di essere stuprata. Ma nella vita reale non importa quanto sei brava, quanto sei pura, quanto sei diffidente: potrebbe capitare a chiunque, e riuscire a evitare o ritrovarsi a subire la violenza non è mai un merito o una colpa della vittima.

Quando diciamo a una ragazza di evitare certi comportamenti per non correre rischi, non stiamo risolvendo il problema della violenza: quello che le stiamo dicendo in realtà è Fa in modo che ci sia un’altra ragazza meno vestita, meno lucida, che sia una preda più facile di te. Ma a me importa di quella ragazza, a me importa della prima che muore negli horror. E voglio che anche lei torni a casa sana e salva.


In memoria di…

Di Giulia Carniglia

ROGO
/rò·go/
sostantivo maschile


  1. La catasta di legna usata per bruciare i defunti secondo alcuni riti funerari, o, nel passato, i condannati a questa pena capitale: deporre la salma sul r.; Giordano Bruno fu condannato al r.; i r. dell’Inquisizione; i r. delle streghe.

Ero convinta, nel mio mondo idilliaco, che le donne non venissero più bruciate su un rogo come nei film hollywoodiani sulla caccia alle streghe. Ero convinta che una persona non potesse più, nel XXI secolo, pensare di lanciare del cherosene, o dell’alcool, addosso a un suo simile e poi darle fuoco. Ne ero convinta, ma mi sbagliavo.

Fabiana Luzzi, sedici anni, di Corigliano il 24 maggio 2013 viene accoltellata e arsa viva dal fidanzato. Arsa viva. Lei aveva sedici anni e lui diciassette. Lo ha fatto perché lei lo aveva rifiutato. Perché un no non è accettabile. Tre anni dopo, Davide Marrone viene condannato a 18 anni e sette mesi di carcere dalla Corte di Cassazione ma, nel 2018, il padre della ragazza scopre che all’omicida della figlia, vengono concessi tre permessi premio per la sua buona condotta. Si potrebbero aprire mille parentesi su questa cosa ma non è questa la sede. Una ragazza di sedici anni viene bruciata viva perché ha detto no.

Sara di Pietrantonio, ventidue anni, studentessa di Economia aziendale a Roma Tre, inizia una relazione con un suo vecchio compagno di liceo. Il suo ragazzo precedente non lo accetta. Mentre torna a casa, viene raggiunta dal suo ex che la ferma in mezzo alla strada, sale sulla macchina e dopo un diverbio, inizia a spargere alcool nell’abitacolo e su Sara. Poi, appicca l’incendio. Sara aveva chiesto aiuto ai passanti ma nessuno si è fermato. Ancora una volta, una ragazza è stata arsa viva per aver detto un no.

In Bangladesh, il 24 ottobre di quest’anno, è stata varata una sentenza storica. Condannati a morte (in Banglasdesh vige ancora la pena di morte ma questo non è l’argomento principale) sedici persone per l’omicidio di Nusrat Jahan Rati, 19 anni. Lei che, insieme ai familiari, aveva avuto il coraggio di denunciare alla polizia le molestie sessuali subite dal suo preside della scuola islamica. Lui era finito in carcere subito dopo la denuncia (miracolo in Italia) ma, dal carcere, aveva organizzato l’omicidio di Nusrat. Il 6 aprile 2019, durante gli esami finali, Nusrat viene portata sul tetto della scuola da un gruppo di persone con il burka, le gettano del cherosene e le danno fuoco. Questo episodio è ancora più grave. Una ragazza giovane che ha avuto il coraggio di denunciare, è stata brutalmente uccisa.

Provando a scrivere queste righe, ho riascoltato i monologhi di Luciana Litizzetto nel programma “Stasera a casaMIka” del 2017, e di Paola Cortellesi alla serata d’apertura dei David di Donatello dello scorso anno.

Nel primo, giustamente si ragiona sul perché una donna non venga protetta subito ma si aspetti una coltellata o, come nei casi sopra citati, un rogo. La nuova legge “Codice Rosso” in vigore dal 9 agosto prevede una velocizzazione dei procedimenti penali dopo una denuncia di maltrattamenti, stalking, violenza domestica e sessuale. Entro tre giorni, il pubblico ministero deve sentire la vittima. E se fosse già troppo tardi? Tre giorni sono tanti e possono accadere tantissime cose. In tre giorni una donna può morire. Anche meno secondo i dati della polizia di Stato che a Milano, il 22 novembre scorso, ha presentato i dati sulla violenza di genere. In Italia, ogni giorno, vengono uccise 88 donne per una media di una ogni quindici minuti.

Non solo, il fenomeno del femminicidio registra un aumento, passiamo dal 37% di femminicidi sul totale delle vittime di sesso femminile del 2018, al 49% nel periodo gennaio-agosto 2019.

Se qualcuno ha ancora il coraggio di dire che il femminicidio non esiste e che la donna se l’è cercata dovrebbe farsi un esame di coscienza perché il femminicidio esiste dall’alba dei tempi.

La morale di questa storia? Bisogna cominciare nel proprio piccolo. “Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità”, così recitava l’astronauta americano appena sbracato sulla Luna. Così devono imparare a fare i genitori. Educare i figli, soprattutto i maschi, che non c’è differenza tra un bambino e una bambina. Che la sua compagna di giochi non vale meno di lui, che non puoi tirarci le treccine perché così ti affermi agli occhi degli altri. Non puoi permetterti una battuta sulla lunghezza di una gonna ad una ragazza di sedici anni e non puoi permetterti di dare un ceffone alla tua compagna perché la tua giornata di lavoro è stata pesante.

Ma ancora di più, le forze dell’ordine dovrebbero ascoltare di più le vittime e non aspettare e vedere cosa potrebbe accadere perché, con questa filosofia, troppe donne sono già morte. Bisogna fare prevenzione nelle scuole, svegliare e togliere i paraocchi a chi la maggiore età non l’ha ancora compiuta per prevenire queste atrocità.

Si possono fare tante cose se cominciamo nel nostro orticello, ma soprattutto, bisogna cambiare mentalità.

FEMMINICIDIO
/fem·mi·ni·cì·dio/
sostantivo maschile


  1. Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte.


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