Stronz* o premuros*? Sei Margot o Richie?

Scopri la tua personalità con The Royal Tenenbaums

di Valentina Maggi

Ieri sera ho rivisto I Tenenbaum, noleggiato su YouTube – una di quelle cose legali non da poco, che consentono fra le altre cose una visione dei film in serenità: non infesti il computer e godi del prodotto nel rispetto della qualità dello stesso. Stimolata dal recente compleanno dell’opera – a quanto pare, sono da poco passati 15 anni dall’uscita – e dalla curiosità di vedere che effetto mi avrebbe fatto rivederlo dopo quattro anni (la prima volta che l’ho visto ho pianto come un somaro), ho deciso di investire tre euro nel noleggio.

Stamattina, senza fare troppi 2+2, mi sono truccata gli occhi di nero nero nero e ho messo il mio cappotto teddy, per sentirmi impellicciata come si deve. Poi ho iniziato a scrivere l’articolo – che è pieno di spoiler e potete considerare un test della personalità: chi siete? Margot o Richie? Sei stronz* o premuros*? Scoprilo leggendo l’articolo!


La stessa matita nera marcatissima che ho portato fino agli ultimi anni dell’università, ho sempre desiderato (dacché conosco il personaggio) essere come Margot Tenenbaum. Ma a parte la matita nera avevo poco in comune con lei. Slanciata ma statuaria, affascinante ma granitica. Soprattutto, una bambina prodigio, una drammaturga talentuosa, un’artista misteriosa che prende le distanze dal mondo per vivere autonomamente la sua vita anteriore e per portare avanti con indipendenza le proprie scelte. Margot è tutto ciò che una donna – o meglio, io – con l’obiettivo dell’emancipazione tende – tendo – a desiderare: bellezza, intelligenza, successo, ma soprattutto distacco emotivo.

Dicono: le donne si fanno influenzare troppo dal mondo circostante, le donne cercano troppo l’approvazione altrui. Ah sì? Margot osserva il mondo da sempre e lo mette in scena a suo uso e consumo, chiedendo a parenti e amici di essere i suoi attori e dirigendoli in un gioco registico che li vedrà crescere insieme. Finché non arriva il blocco creativo, si esprime esclusivamente scrivendo.

Allenata com’è dalle continue mancanze – di stima, di affetto, di presenza – del padre, ha trovato i suoi meccanismi di coping: una protesi di legno per il dito mutilato e una dipendenza ventennale dalle sigarette di cui non sa nessuno, ma proprio nessuno. Soprattutto, è la sua riservatezza maniacale a smascherarne il bisogno lacerante di non essere giudicata, controbilanciato da una vita creata sulla carta e sul palcoscenico.

L’unico modo di tollerare l’esistenza è mettersi l’armatura o almeno il costume di scena: un abitino a righe (Lacoste proprio come un’elegantissima e coloratissima tenuta da tennis), la pelliccia, un caschetto di capelli liscissimi, sigaretta tra le labbra e un tratto di matita nera spesso così.

È questa la divisa in cui troviamo Margot almeno a partire dai 14 anni, quando scappa di casa prima per cercare i suoi veri genitori, poi per girare il mondo e incontrare i personaggi più esotici. È nell’umanità più disparata che Margot cerca di sfuggire alla solitudine, ma non saranno la famiglia, il sesso, i matrimoni a farle trovare l’amore che le darebbe tregua. Il mondo, per Margot, è sopportabile solo da lontano, nel piccolissimo schermo di un televisore che, cadendo, rischierebbe comunque di fulminarci, benché barricati nella comfort zone di un perpetuo bagno caldo. Margot si rifugia nella finzione per noia, per depressione o, più verosimilmente, per il senso di inadeguatezza atavico che la perseguita ovunque vada o con chiunque stia. Dettaglio non da poco, si porta dietro il piccolo televisore anche quando torna a vivere a casa della madre. Il distacco emotivo inizia a non sembrare più una virtù da desiderare per sé, ma abbastanza una merda.

L’altro barricato dalla vita è Richie. È l’unico dei fratelli che da piccolo ha contatti col padre o con persone esterne alla famiglia (Eli) oltre che interessi e capacità che tutto sommato puntano alla normalità: colleziona macchinine, suona la batteria, dipinge con scarsi risultati, diventa professionista di tennis a 17 anni finché a 26 – in mondovisione e sotto lo sguardo assente di Margot – si toglie due scarpe e un calzino e getta la racchetta in mezzo al campo come chi lascia ogni cosa mondana per la disperazione.

Per un anno, si auto-confina su una nave in mezzo all’oceano, sperando di sfuggire ai sentimenti che prova da sempre per la sorella adottiva. Non gli riesce. Non riesce, suo malgrado, a reprimere né nascondere le sue emozioni; in una lettera all’amico Eli confessa col travaglio di chi vorrebbe non provare le emozioni che lo animano e che sarebbero ovvie, se non provasse a reprimerle: “Mi sento terribilmente solo e credo di essermi innamorato di Margot”.

L’incontro dei due, dopo il ritorno di Richie dell’oceano, è forse la scena più celebre del film, con Margot in rallenty mentre scende dal bus Greenline verde speranza, la sua espressione da Monna Lisa annoiata e un sorriso velato solo per un Richie commosso, così puro e cristallino che non gli serve parlare per dialogare con lei. Nella pellicola, fatta eccezione per i due nipotini (bambini: puri e buoni, proprio come Richie) a cui confessa la verità sul proprio dito mozzato, Margot riserva solo per Richie gesti di calore, affetto, fiducia: due abbracci, una carezza, parole gentili che non siano tentativi di sviare il discorso o di negare la realtà.

Da cosa nasce questa intesa che li porta, già a 12 anni, a fuggire insieme nottetempo per andare a vivere in una tenda da campeggio nel corridoio di un museo, nutrendosi di cracker e bibite gassate?

Dopo il ritorno dall’oceano, Richie decide che gli uccelli non vanno tenuti in gabbia, dà a Mordecai tre sardine e lo libera. Così come con Mordecai, con Margot. Pur soffrendo la distanza, non pretende nulla da Margot se non di essere quello che è, mostrando per lei un amore genuinamente incondizionato e rispettandone la libertà. Come ha nutrito Mordecai con le sardine, Richie offre supporto a Margot quando scopre che il suo matrimonio con Raleigh è in crisi, benché sia contro il suo sentimento e contro il suo interesse. La replica che ottiene da parte di lei è totalmente sconnessa e priva di tatto: Comunque ho saputo della lettera che hai mandato a Eli. Quando lui le fa notare che le sono cadute di tasca le sigarette, lei nega che siano le sue.

Lo stesso col padre. Richie è l’unico che gli ha sempre dato e continua a dargli fiducia e amore senza porre barriere di alcun tipo. Quando il padre si rivolge a lui per trovare asilo, Richie se ne rende promotore col resto della famiglia, offrendo un’analisi lucida e profonda delle emozioni del padre: Credo si senta molto solo, forse più solo di quanto non ammetta a sé stesso. “Ma a chi cazzo gliene frega?”, chiede Chas: A me, fa Richie, che per creare spazio a Royal monta la tenda della fuga al museo in salotto – un non luogo della casa dove avvengono gli scambi più profondi e si palesano i mutamenti dei tre fratelli.

Nella tenda si svolge proprio la scena con il picco di tensione romantica del film, quella in cui per la prima volta Richie confessa apertamente il suo amore a Margot, Margot miracolosamente ricambia, si baciano come due adolescenti la prima volta scoprono il miracolo della saliva che si mischia, si stringono, si capicono. Se non che Margot uscendo, smonta tutte le speranze di lieto fine non solo nel film: nelle nostre esistenze, penso che dovremmo amarci segretamente e lasciare le cose come stanno, dopo avergli chiesto prudentemente se avesse intenzione di provare di nuovo a uccidersi ma anche dopo aver scoperto di essere la causa del suo suicidio.

Tema, quello del tentato suicidio di Richie, piuttosto contorto: prima di tagliarsi le vene, col rasoio si taglia i capelli e la barba come potrebbe fare il barbiere dell’ospedale prima che un paziente venga operato e dichiara Ho deciso che domani mi ucciderò, dichiarazione alquanto bizzarra, che non ci si aspetta da un aspirante morto, ma da un aspirante suicida. In più, apprendiamo più tardi che ha scritto una lettera di suicidio, ma dopo aver ripreso conoscenza. Come qualcuno che non avesse alcuna reale intenzione di morire, ma solo quella di farsi sentire, di esprimersi a fondo, mettendo in scena il suo dolore anziché badare solo a quello degli altri. Ricevere, finalmente, attenzioni.

Benché sia l’emotivo e il depresso della famiglia, Richie è saggio, giusto, e sorprendentemente ponderato. Non attribuisce a Margot alcuna colpa del suo tentato suicidio, benché le riconosca di esserne la causa. Continua a prodigarsi per la salute di Eli. Al posto di brasarsi nel dolore per la risposta di Margot che propone di lasciare le cose come stanno, si rende conto che la situazione al limite dell’incesto e i trascorsi emotivi di Margot la rendono più confusa che stronza.

Dopo il suo anno in mare, mette da parte le sue pene d’amore per essere il pilastro della famiglia. E fa così su tutto e con tutti tranne nello struggente momento del suicidio, che appare a tutti gli effetti una deviazione rispetto alla solidità emotiva del personaggio: difatti, Richie si autodimette per tornare da solo, in autobus, dall’ospedale. Be’ devo dire che non sta male per essere un suicida, tentato in ogni modo. E chissà che il suicido non sia un escamotage più o meno conscio – magari addirittura in stile Royal – per essere finalmente quello al centro dello psicodramma. I cattivi non sono cattivi davvero, e i nemici non sono nemici davvero, ma anche i buoni non sono buoni davvero, proprio come me e te.

Quando sulle note di Stephanie says dei Velvet Underground assistiamo stupefatti al miracoloso ritorno del falco Mordecai, non ci sono molti dubbi che l’amore di Richie non sia vano. Lì per lì, sul tetto di casa, Richie non è sicuro che si tratti di Mordecai, per qualche penna bianca sul collo che prima non aveva. Il padre suggerisce che sia la muta a farlo apparire così. E come muta il piumaggio Mordecai, anche Margot prova a cambiare, prima provando a smettere di fumare e poi – anziché nascondersi – facendolo davanti a tutti (adesso provate a riascoltare Ruby Tuesday)

Quella che sembra la debolezza di Richie, la sensibilità acutissima e l’eccessiva reattività alle cose del mondo e le azioni degli altri, finiscono per rivelarsi la sua saggezza e la sua forza, tanto che finirà a contagiare positivamente Margot, che inizia ad accettarsi per quella che è, ad avere una relazione sentimentale autentica e soddisfacente e riprende a scrivere dopo un blocco di sette anni.

Dunque? Margot è debole e Richie è forte? Da un certo punto di vista, sì – ho in effetti argomentato finora a favore di questa tesi. Allora? Ancora una volta una donna ha bisogno della guida di un uomo per sapere come comportarsi? Direi di no. Il punto di vista incarnato da Richie non è quello della mascolinità tossica che l’universo femminista contemporaneo inquadra come nemico nelle sue varie declinazioni. Richie, pur essendo maschio bianco cis eterosessuale di certo non è marchiabile come basic. Il suo mondo interiore è variegato e la sua sensibilità, ancora una volta, spiccatissima. Richie è, per eccellenza, l’aiutante magico nella storia, incarna l’ideale della cura che un certo femminismo vecchio stampo alla Carol Gilligan ha considerato caratteristica essenziale del modo di pensare femminile. I Tenenbaum mette in scena brillantemente come non ci sia un territorio femminile delle emozioni e dell’amoree un territorio maschile del distacco e della forza. Non solo, se si vuole trovare una morale, il film ci insegna che, nella lotta tra l’emotività e il distacco, vince l’emotività. È la negazione dei sentimenti – come paiono indicarci le esperienze dei personaggi – a generare odio e dolore. Mi piace pensare che, anche se le nostre storie, come quella dei Tenenbaum, finiranno con un funerale, avranno un lieto fine se avremo saputo accettare le nostre emozioni.

E voi chi siete? Margot o Richie? Siete pronti a dare fondo ai vostri sentimenti? Vi basta un anno a bordo di una nave di linea sullo sterminato oceano per accoglierli nel profondo del cuore? O siete alla ricerca di un nuovo nascondiglio per le sigarette?


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