#1×03 – Favole crudeli

La mia intenzione non era quella, come sostiene orribilmente l’edizione americana del libro, di scrivere una versione per adulti delle fiabe, ma di prendere il contenuto latente di queste storie tradizionali, e usarlo. E il contenuto latente è violentemente sessuale.

angela carter

Buongiorno a tutti amici e benvenuti in questa puntata a tema Halloween. Visto che siamo nel mood giusto, vi annunciamo che oggi a sostituire la nostra Veronica, alle prese con il vero e autentico orrore, ossia, la tesi di master, ci sarà niente popò di meno che la regina dell’horror, la donna che sussurrava ad ogni film splatter, colei che forse avrebbero bruciato sul rogo qualche secolo fa: Federica.

Oggi vi parliamo de La camera di sangue di Angela Carter, The Bloody Chamber in lingua originale, una raccolta di racconti che purtroppo è andata fuori produzione in Italia ma che vi invitiamo caldamente a recuperare se masticate un po’ di inglese.

Angela Carter è stata scrittrice e giornalista, particolarmente legata al tema del femminismo. Ma è stata anche traduttrice, e ha curato un’edizione inglese delle fiabe di Charles Perrault.

Nelle sue opere parla di crescita, sessualità e scoperta di sé, attraverso una prosa poetica che concilia horror, realismo magico ed erotismo.

In Italia qualche anno fa è uscita per Fazi editore una nuova edizione di due suoi romanzi, Notti al circo e Figlie sagge. I suoi romanzi e racconti in lingua originale sono tutti disponibili in vendita online. È una scrittrice che consigliamo a chi ha una predilezione per il gotico e il grottesco, ma anche a chi ha amato Margaret Atwood: la sua prosa così poetica ed evocativa ricorda vagamente lo stile de Il racconto dell’ancella.

Ma torniamo ai racconti della Camera di sangue.

Il primo racconto, che dà il nome alla raccolta, è ispirato alla fiaba di Barbablù: la giovane protagonista narra in prima persona la storia del corteggiamento da parte di quest’uomo ricchissimo e misterioso, descritto con un misto di fascino e repulsione, della loro prima notte di nozze e della scoperta del segreto di lui, che se avete un minimo di familiarità con la fiaba potete facilmente immaginare. Altrimenti non vi preoccupate perché Camilla ve ne parlerà più avanti.

Seguono due fiabe ispirate a La bella e la Bestia: La corte di Mr. Lyon è più fedele alla versione classica. La Bella, dopo aver lasciato la casa della Bestia, si abbandona ai piaceri della vita, che sciupano la sua bellezza e la sua freschezza, tanto che lo specchio sembra non restituirle più la sua immagine. La vera lei è quella che si vedeva riflessa negli occhi della Bestia, solo al suo fianco lei potrà essere se stessa.

Ne La sposa della tigre invece il finale è completamente rovesciato rispetto all’originale: abbiamo una giovane donna bellissima e orgogliosa, che si rifiuta di piegarsi alle brame della Bestia, che l’ha comprata. Lui vuole vederla nuda, solo vederla, ma lei rifiuta a meno che non lo faccia anche lui, cosa che la Bestia non ha mai fatto davanti a un uomo o una donna. Mostrarsi nudi significa mostrarsi fragili, mostrare se stessi, e alla fine quando il mostro acconsente ad accontentare la ragazza, rivelando di essere una bellissima tigre non è lui a trasformarsi in uomo, ma lei a diventare a sua volta un animale. 

Il quarto racconto è ispirato al Gatto con gli stivali ed è molto diverso per il tono dagli altri. Invece di un’ambientazione gotica e cupa l’atmosfera è giocosa e irriverente, anche se il tema della sessualità e del piacere è sempre presente.

Il Re degli Elfi è ispirata alle leggende nordiche in cui questo spirito del bosco, personificazione della natura, non esita a rapire fanciulle mortali.

La bambina di neve è una versione oscura e macabra di Biancaneve, che tocca i temi dell’incesto e della necrofilia. Se nella fiaba che conosciamo è la madre a esprimere il desiderio di avere una bambina bianca come la neve qui è il padre a farlo, generando dai suoi desideri questa creatura che scatena la gelosia della Contessa, sua moglie. (Questo dei dieci racconti è quello che a tutte e tre è piaciuto meno, non per lo stile perché come tutti gli altri è bellissimo, ma proprio per il contenuto particolarmente… Disturbante.)

Ne La signora della casa dell’amore troviamo una versione vampiresca della bella addormentata, che si ciba di tutti i giovani uomini che si avvicinano al suo castello. La sua maledizione è spezzata da un bell’ufficiale, giovane, biondo e vergine, di cui lei si innamorerà. Il vampirismo è stato legato soprattutto nel mondo del cinema horror a una sessualità femminile pericolosa, e solitamente, anche se non è questo il caso, è identificato con l’omosessualità.

Infine troviamo tre novelle ispirate alla fiaba di Cappuccetto Rosso.

Il lupo mannaro è una storia breve e brutale, in cui cappuccetto affronta da sola il lupo, scoprendo poi un segreto sconcertante. 

In compagnia dei lupi è probabilmente il più noto dei racconti di questa raccolta, essendo stato il soggetto di un film omonimo diretto da Neil Jordan. Il lupo mannaro è identificato da sempre con la sessualità maschile violenta e predatoria, ma la giovane protagonista sa come usare questa inclinazione del lupo a suo vantaggio.

Il racconto che conclude la raccolta è Lupo Alice, una fusione tra la fiaba di Cappuccetto Rosso e suggestioni provenienti da Alice attraverso lo specchio. Alice è una fanciulla cresciuta dai lupi, “salvata” da delle suore e mandata a fare la serva nel castello di un duca, un uomo maledetto, che la notte infesta i cimiteri cibandosi di cadaveri. La fanciulla cresce e scopre se stessa e il suo corpo grazie a uno specchio, oggetto che non aveva mai visto prima di allora, e la sua natura di umana educata dalle bestie le permette di entrare in contatto con quello che di poco resta di umano nel duca, salvandolo dalla sua maledizione.

Cos’hanno in comune questi racconti?

Tutti mettono al centro la tematica dell’erotismo, del piacere eterosessuale femminile. Ma non solo. Il sangue è un tema che permea ognuno di questi racconti: non solo il sangue della morte, ma anche il sangue mestruale che segna la crescita delle protagoniste, il raggiungimento della maturità sessuale. Molte di queste protagoniste sono vergini e la scoperta del sesso, del proprio piacere e della propria identità sessuale, è un’esperienza fondamentale, dopo la quale la loro esistenza non sarà più la stessa. Proprio il cambiamento è un altro tema fondante di quest’opera: in ognuna di queste fiabe assistiamo a una trasformazione, fisica o mentale, di uno dei personaggi o della protagonista stessa. Le fiabe che noi consideriamo classiche sono espressioni di una certa cultura, i personaggi sono immutabili e se sbagliano pagano con la vita. Qui invece abbiamo dei personaggi, delle donne, in grado di crescere e di cambiare, artefici del loro destino.

Passiamo all’ordine del giorno: Camilla ci parla delle origini storiche del personaggio di Barbablù e di un uomo a cui neanche cent’anni fa è stato affibbiato questo stesso soprannome. Federica ci parla dell’evoluzione della fiaba come genere letterario, prendendo come esempio la storia di Cappuccetto rosso. Infine Giulia parlerà delle rielaborazioni moderne e contemporanee delle fiabe.

Barbablù mi piaci tu

di Camilla Magnani

Premetto: mi sono appena trasferita da sola in un altro paese e non avevo mai letto un libro horror. Unire questi due elementi potrebbe non sembrare un’idea brillante, ma mi piacciono le sfide e per ora non ho mai trovato serial killer sotto il letto tutte le volte che ho controllato.

La camera di sangue, nonostante sia questo il nome dell’intera raccolta, si riferisce al titolo della prima storia che troviamo nell’antologia. Basata sulla favola di Barbablù scritta da Perrault, racconta di una donna costretta a sposare un uomo che non ama. Uomo parecchio sinistro che la abbandona all’inizio della luna di miele lasciandola sola in un enorme castello con un milione di porte. Prima di andarsene consegna alla sua sposa un mazzo di chiavi capaci di aprirle tutte. “Apri tutto quello che vuoi, ma non provare ad usare questa chiave. Questa apre la porta che c’è vicino alla cucina, vicino a quel corridoio sulla destra pieno di ragnatele dove c’è una porta dove c’è scritto “Stanza pericolosissima che non può assolutamente essere aperta”. Okay, l’ho un po’ parafrasata, ma in sostanza è un po’ quello che succede. Quindi, dicevamo, lui la abbandona con con una casa piena di porte, dicendole precisamente di non aprirne una lasciandoci con un cliffhanger che manco il finale di stagione di Stranger Things. Ma noi tanto ce lo aspettiamo come andrà a finire questa faccenda, no? La nostra protagonista va ad aprire proprio quella porta e scopre cose terribili. Una sorta di galleria dei trofei con le ex-mogli esposte nelle loro morti terrificanti. Presa dallo spavento la chiave scivola dalla mano della ragazza e finisce nel sangue sparso sul pavimento, restando macchiata in maniera indelebile.

L’amorevole marito che torna a casa la sera stessa proprio per coglierla in fallo si accorge subito della chiave incriminata e lei sa che sarà la prossima ad essere spedita in quella stanza.

Nella storia originale sono i fratelli della protagonista a salvarla dal suo triste destino, mentre nella versione narrata da Angela Carter è la madre ad arrivare a cavallo di un nobile destriero e ammazza il marito. “Not my daughter, you bitch” direbbe la signora Weasley.

Ma veniamo a noi: visto che sappiamo che spesso le favole in realtà sono inventate avendo ben presenti dei fatti realmente accaduti, oggi vorrei parlarvi dell’uomo che ha ispirato questo racconto e di un famigerato killer che si è guadagnato il soprannome di “Barbablù” per la sua candida condotta.

Per scoprire l’origine della favola sono molti i punti partenza che sono stati considerati. Alcuni pensano che Barbablù sia liberamente ispirato ad Enrico VIII, noto collezionista e, poi, uccisore di mogli. Una spiegazione interessante e decisamente macabra proviene invece da chi crede che dietro Barbablù ci potesse essere Gilles de Rais, un giovane maresciallo francese originario della zona di Nantes che ha combattuto anche con Giovanna d’Arco. Viene giustiziato a soli 36 anni con l’accusa di aver ucciso o ordinato di uccidere centinaia di bambini e ragazzi, dopo averli stuprati.

Era facile per lui, d’altra parte, commettere questi atti orribili. Era ricco, era un militare ed era giovane. Chiunque si sarebbe fatto irretire dalla promessa di una vita a corte, soprattutto chi non aveva i soldi nemmeno per comprarsi il pane.

I giovani venivano torturati ripetutamente, stuprati, uccisi e infine inceneriti affinché non ne rimanesse traccia. Gli atti del tribunale di allora parlano di un centinaio di vittime, ma non sapremo mai tutta la verità.

Ad aggiungere inquietudine a tutta questa storia sono le dichiarazioni finali di Gilles de Rais che, in punto di morte, riesce a commuovere i giudici e la folla professandosi sinceramente pentito, tanto da essere addirittura sepolto all’interno di una delle chiese di Nantes. Roba che probabilmente Netflix ci farebbe una nuova stagione di Tredici.

Ma torniamo a noi: il secolo scorso l’abate francese Eugene Brossard visitò quei luoghi per scrivere una accurata biografia su Gilles de Rais e si accorge che la storia vera aveva finito per mescolarsi con la leggendaria favola di Perrault. In più, secondo gli abitanti della zona, bisogna riconoscere un grande merito al protagonista della fiaba: almeno, diversamente da Gilles de Rais, non era omosessuale.

Ovviamente, come dicevamo prima, sappiamo che le favole prima di essere impresse su carta vengono lasciate molto tempo nella memoria orale della comunità che vive quei luoghi, quindi è interessante come questi tre diverse versioni si siano andate a mescolare.

I castelli di Gilles de Rais sono quindi i castelli di Barbablù, ora diroccati, ma dove furono ritrovati diversi resti umani.

Da qui, Barbablù diventa per antonomasia il capostipite dei serial killer. Verrà soprannominato proprio in questo modo Henri Landru, pluriomicida vissuto nella capitale francese tra il 1869 e il 1922.

Ora vi racconto la sua storia: il povero Henri nel 1915 non se la passava bene per nulla. Vessato dalle difficoltà economiche, decide di mettere un annuncio sul giornale in cui si faceva passare per un ricco vedovo in cerca di moglie. Il caro vecchio Henri aveva progettato tutto: affitta una villa isolata a Gambais e, con l’allettante promessa di un vissero per sempre felici e contenti particolarmente agiato, attira nella sua tana diverse donne.

Con la sua parlantina e il suo savoir faire le convince a farsi firmare una procura per accedere liberamente ai loro conti bancari. Dopodiché, le strangolava, le tagliava a pezzetti e le buttava nel camino.

Che adorabile ometto.

E passarono diversi anni prima che effettivamente la polizia lo scoprisse. Questo perché nonostante i ripetuti allarmi dati dai vicini che sentivano una puzza pestilenziale uscire dallo sfiato del camino di Henri Landru, il killer era decisamente meticoloso nella pulizia della scena del delitto.

Ma visto che oltre ad ucciderle, si impadroniva anche dei loro soldi, la faccenda ha iniziato, questa volta metaforicamente, a puzzare ad alcuni dei parenti delle vittime. Proprio per questo motivo, Landru viene arrestato e accusato di truffa e appropriazione indebita. Solo durante il processo poi verrà fuori l’omicidio di dieci donne e un ragazzino.

Al contrario di Gilles de Rais, Landru non si mostra per nulla pentito e, anzi, continua a respingere le accuse per omicidio urlando in tribunale “Mostratemi i cadaveri!”.

Forse Horatio Caine ci avrebbe messo cinque minuti, ma alla fine nel suo giardino qualcosa saltò fuori. Resti di ossa umani e diversi denti campeggiavano sereni tra le violette e i pomodori.

E come se non bastasse, il nostro Henri, così preciso nel far sparire i cadaveri, fu colto in fallo da alcuni appunti sulla sua agenda.

No, ovviamente non aveva scritto “Giovedì, ore 8: portare a spasso il cane; ore 10 comprare il giornale; ore 12 ammazzare Marie, farne una tartare e buttarla nel camino”.

Però quello che la polizia dell’epoca trovò fu abbastanza compromettente. Landru, infatti, era solito segnare ogni sua spesa e non fu difficile scoprire che i biglietti dei treni delle sue vittime erano tutti di andata, e mai di ritorno.

Henri Landru venne ghigliottinato, sì, avete sentito bene, ghigliottinato, il 25 febbraio 1922. Nessun pentimento, nessun dubbio. Solo la sua testa mozzata. E se siete curiosi potete andarla a vedere al Museum of Death a Hollywood.

Bene amici, spero di avervi intrattenuto abbastanza per oggi e, soprattutto, vi auguro un sereno sonno questa notte.

E mi raccomando, non dimenticate: se volete uccidere qualcuno, non segnatevelo in agenda.

Una storia di mostri e sangue in camera da letto

di Federica Caslotti

Tutti abbiamo in mente una certa idea di fiaba: anche grazie al grande successo dei film Disney siamo abituati a considerarle innocenti e moraleggianti racconti di intrattenimento per bambini, e probabilmente è per questo che siamo così colpiti, affascinati e a volte scandalizzati quando vediamo le fiabe rivisitate in chiave dark, o diciamo in generale per adulti.

Ma la fiaba non ha sempre avuto l’aspetto che siamo abituati ad attribuirle oggi.

L’uomo ha sempre sentito l’esigenza di raccontare storie, l’ha fatto per spiegare l’origine del mondo e il mistero della vita, e queste storie per millenni sono state tramandate oralmente, e ascoltate con orrore e meraviglia sia da adulti che da bambini.

E la fiaba resta un genere esclusivamente orale fino al Seicento, secolo di grandi crisi e contraddizioni: mentre nasce la scienza moderna, la chiesa cerca di rafforzare il suo potere; nelle piazze e nelle campagne si impiccano e si bruciano le streghe, però nei salotti e nei teatri è un fiorire di arte ispirata al bizzarro, al grottesco, al sovrannaturale, e la fiaba risponde pienamente a questo gusto seicentesco. Ma è comunque espressione della cultura contadina, triviale, e quindi quando sono i nobili, gli intellettuali, a metterle per iscritto, ne fanno una parodia.

Proprio in questi anni viene pubblicata una delle versioni più famose della fiaba di Cappuccetto rosso, quella di Perrault, in cui la protagonista è una bellissima fanciulla, chiamata così per il colore della mantellina regalatale dalla nonna. La ragazza avventurandosi nel bosco incontra un lupo, ed essendo molto bella ma evidentemente non molto sveglia, è lei stessa a indicare al lupo la strada per arrivare a casa della nonna. Quando Cappuccetto arriva a destinazione, non riconosce il lupo che si è travestito e si è messo a letto al posto della vecchia, e quando lui la invita a spogliarsi e coricarsi con lui, lei esegue obbediente, finendo divorata. Nessuno arriva a salvare la povera fanciulla: ha sbagliato e ha pagato con la vita, ma in fondo, Perrault sembra suggerire con la morale esplicita, che invita i bambini, ma in particolare le bambine, a non fidarsi degli sconosciuti, soprattutto se affascinanti, Cappuccetto “se l’è cercata”. Credo che questo sia uno dei “Eh ma se va in giro vestita così vuol dire che un po’ se l’è cercata” più antichi della storia.

Il rosso, di cui Perrault ammanta la sua protagonista, è il colore dello scandalo, del sangue, suggerisce i peccati della ragazza e ne profetizza il destino. I riferimenti sessuali qui sono espliciti, il pericolo per Cappuccetto non sembra tanto quello di perdere la vita ma quello di perdere la virtù.

Ma l’evoluzione della fiaba non è finita. Arriva l’Ottocento, che porta un rinnovato interesse per la tradizione popolare e il folklore, ma vede anche l’ascesa della classe media e dei suoi valori, con un rinnovato rigore religioso di stampo quasi puritano. Ci si rende conto che le fiabe sarebbero un efficace strumento per inculcare questi ideali ai bambini, ovviamente non prima di averle epurate di tutto ciò che c’è di scabroso e truculento.

Nella loro versione di Cappuccetto rosso la prima cosa che decidono di fare i fratelli Grimm è trasformare Cappuccetto in una bambina, il massimo dell’innocenza, ed eliminare ogni riferimento sessuale esplicito. Inoltre la bambina e la nonna non vengono sbranate dal lupo, ma ingoiate intere, in modo che l’eroico cacciatore che passava di là possa salvarle aprendo la pancia del lupo.

Che cosa impara Cappuccetto alla fine della storia? Che deve obbedire, che deve avere paura della propria curiosità, e anche, anche se questo non è esplicito, della propria sensualità, perché altrimenti verrà divorata dal lupo, che rappresenta la sessualità maschile predatoria, contrapposta alla mascolinità del cacciatore, paterna e protettrice.

Ma queste sono solo due versioni della fiaba, che riflettono gli ideali degli uomini che l’hanno messa per iscritto. Com’è la vera storia di Cappuccetto rosso?

C’è una fiaba probabilmente originata in Francia, conosciuta come Il racconto della nonna, che è stata identificata come il nucleo originario che ha ispirato le successive versioni di Cappuccetto rosso.

La protagonista qui è una bambina, che per raggiungere la casa della nonna si addentra in un bosco. Lungo il sentiero incontra lo Bzou, l’uomo lupo, una personificazione del Demonio, e lo incontra a un crocicchio, luogo liminale dove, secondo le leggende, è possibile incontrare il Diavolo e le divinità ctonie. Lo Bzou la sfida a raggiungere la casa della nonna prima di lui e la bambina non può fare altro che accettare.

A questo punto comincia l’orrore: l’uomo lupo precede la bambina, uccide la nonna, cucina la sua carne in un tegame e raccoglie il suo sangue in una bottiglia, e dopo aver sistemato tutte queste cose sul tavolo, si mette a letto al posto della donna, e aspetta. Una volta arrivata, la bambina non si accorge subito che quello nel letto non è la nonna ma il mostro travestito, e quando lui le ordina di mangiare dal tegame e bere dalla bottiglia lei lo fa, senza sapere di aver mangiato la carne e bevuto il sangue della nonna. Dopo di che viene costretta dalla bestia a spogliarsi e a gettare i vestiti nel fuoco, per coricarsi a letto con lui.

Ma la bambina, che ormai ha capito di essere in pericolo, ed escogita un modo per fuggire. Finge di dover uscire per adempire ai suoi bisogni fisiologici (abbiamo quindi riferimento, oltre al sangue, alla morte e al cannibalismo, alle più basse esigenze corporali). Temendo un inganno lo Bzou le lega il piede con una cordicella, e ne tiene l’altro capo, strattonandola in continuazione per invitarla a tornare in fretta. Appena fuori dalla casetta, la bambina, veloce, si sfila il guinzaglio, lo lega a un alberello e fugge, nuda, attraverso il bosco e verso la salvezza, verso casa.

È un crudele rito di passaggio, in cui la bambina, mangiando il corpo e bevendo il sangue della nonna, prende il suo posto nella società, e ingannando l’uomo lupo dimostra la sua maturità e intelligenza e quindi può tornare a casa come un’adulta.

Favole oggi

di Giulia Carniglia

Ho questo vago ricordo di mio fratello e me, davanti alla televisione, catturati da una musica che aveva tutta l’aria di essere una sinfonia. Era la sigla delle “Storie della mia infanzia” raccolta di favole del mondo russo voluta dal ballerino Michail Barysnikov, per intenderci Petrovsky di Sex and the City.

I disegni ci affascinavano, le storie ci portavano in posti lontani e non ci siamo resi conto fino a molti anni più tardi che erano solo rivisitazioni dei grandi classici. La Sirenetta, Cenerentola, Biancaneve e così via.

Il mio pensiero sulle favole è un confronto continuo tra il mondo disegnato della Disney, le Storie della mia infanzia e le favole dei poeti 2.0.

Se da una parte, Disney ci insegna che le principesse aspettano il principe azzurro che le salvi dal cattivo e le sposi. Tutte quante tranne Mulan. Prima di Frozen c’era Mulan che si è salvata da sola ma ha salvato anche tutta la Cina.  Le favole di Barysnikov sono crude. La sirenetta non vive felice e contenta con il principe Eric, anzi, si uccide. Hanno un alone di cupezza che non appartiene al nostro immaginario formato e plasmato dalle canzoni accattivanti che non ti abbandoneranno mai. Le favole Disney sono quello che più si avvicina a un Musical formato cartone animato. Invece, Le storie della mia infanzia non hanno nulla a che vedere con questo. Sono proprio quelle storie che i tuoi nonni, o genitori, ti raccontano quando sei nel letto con le coperte rimboccate.  La musica non c’entra mai. Nessun personaggio che ti racconterà i propri sentimenti con una canzone, e nessuna musica che canterai dopo vent’anni. Come a noi succede. Giusto una volta, nella Bella e la Bestia c’è un personaggio che canta. La Bella si trova in questo bellissimo giardino e canta una canzone. Vi assicuro che su  venti storie è l’unica canzone che troverete. 

Un altro aspetto è l’importanza che si da al ruolo dell’uomo. Noi abbiamo scolpito con martelletto e scalpello, l’idea che il principe azzurro esiste, è alto, bello, occhi chiari. Esiste e verrà a salvarci e poi potremo vivere per sempre felici e contente con lui. Possiamo evitare, a mio avviso non è proprio il modello che nel ventunesimo secolo ci serve. Voglio pensare che non siamo tutte lì, a crescere nella casa paterna finché non arriva qualcuno a chiedere la nostra mano.

Nelle favole che accompagnavano la mia di infanzia, il principe azzurro era quasi assente. Si presentava solo all’ultimo quando la protagonista lo aveva salvato da un incantesimo o dalla regina cattiva di turno. Il fatto che poi vivessero felici e contenti era di più.

Insomma, c’è un mondo al di fuori dei cancelli dorati di Disney e del mondo dove la magia esiste davvero. 

Passiamo, invece, al contemporaneo. 

C’è questo fenomeno che si è creato dal 2014-2015 degli Instapoets. Ragazzi giovani che, tramite Instagram e Tumblr, hanno dato il via alla loro voglia di scrivere poesie. Sono ragazzi che riescono a mettere insieme parole così taglienti che ti fanno riflettere su argomenti che non pensavi ti potessero toccare. 

A questo mondo mi, forse è meglio dire CI, ha introdotte la nostra amica Irene. Lei che ha promulgato il verbo di Rupi Kaur. Classe ‘92, poetessa, scrittrice e illustratrice di origine indiana. Da questa sua passione, io sono stata colpita e navigando in Internet ho scoperto una ragazza che faceva, più o meno, lo stesso ma con le favole. Lei si chiama Nikita Gill. Anche lei, di origine indiane. Laureata in design, master in architettura a Londra per non creare barriere a chi è affetto da dislessia e disturbo dell’apprendimento. 

Nel 2015, apre il suo blog e comincia a condividere con il popolo di internet le sue poesie. Compaiono così, poesie cupe e con un lato femminista. Questa è la loro caratteristica. 

Navigando su Pinterest, state lontani perché lui vi capisce e anticipa i vostri gusti, ho trovato un mondo. Un anno fa, capitando in libreria, mi sono imbattuta in un suo libro. Ero stupita di trovarlo in italiano perché ero convinta che pubblicasse solo in inglese. Il primo che ho comprato è “Come arde il mio cuore”, edito Rizzoli. Ha una serie di opere in chiave femministe e una sezione dedicata alle favole. Vi leggo un estratto da Cappuccetto Rosso, anche per collegarmi all’argomento di Federica. 

Le ragazze che sopravvivono ai traumi si portano addosso una certa vulnerabilità, e alcuni uomini sono lupi: vanno a cercarle con occhi avidi, con la lingua piena di bugie, per trascinarle di nuovo nel baratrato da cui si sono appena tratte in salvo. (…) Sì, le ragazze che sopravvivono ai traumi si portano addosso una certa vulnerabilità. Ma è da lì che proviene la loro forza più grande.

Questo è solo un esempio per capire come possiamo trovare, adesso, le favole. 

Esistono anche trasposizioni cinematografiche e televisive. Il primo esempio è Into the Woods che nasce come Musical. Se non lo conoscete, cercate su YuoTube la canzone Agony e vi farete delle grasse risate. Un altro esempio è la serie tv Once Upon a Time. L’ultima stagione potete saltarla però è una chiave di lettura ancora diversa rispetto a quello a cui siamo state abituate. 

In conclusione, esiste un mondo meraviglioso di favole lontano da quel castello rosino con i fuochi d’artificio di notte e le giostre. Esiste un mondo fuori dagli schemi che può darvi tanto. Basta avere la forza di guardarsi veramente attorno e ascoltare cosa ha da dirci.

CONSIDERAZIONI FINALI

Consigliamo questo libro? Federica ovviamente sì, perché l’ha consigliato a Giulia e Camilla e sarebbe un po’ ipocrita affermare ora il contrario. Ha apprezzato molto lo stile di Angela Carter, e inoltre questi temi sono molto nelle sue corde, essendo una grande fan dell’Horror e della fiaba come genere letterario. Per la sua laurea triennale, Federica ha scritto una tesi dal titolo Favole ribelli – La fiaba nel cinema horror, in cui esplora il rapporto che c’è tra questi due generi apparentemente così diversi, e l’opera di Angela Carter le ha offerto molti spunti nella stesura.

E la tesi di Federica è proprio il motivo per cui Giulia ha spinto per avere questa puntata a tema “horror” e “fiabesco”, per poter approfondire il tema. Nonostante non sia un’amante del genere, anche lei consiglia il libro, ma soprattutto consiglia una certa preparazione psicologica prima di affrontare la lettura, in caso non siate abituati. (In particolare La bambina di neve potrebbe essere una lettura provante, sebbene duri solo due pagine)

La prima esperienza con l’horror di Camilla, nonostante le difficoltà, è andata a suo dire piuttosto bene. Continuerà a non essere il suo genere, ma trova molto interessanti la rivisitazioni di storie che ormai nella mente della gente sono un po’ stereotipate, e sicuramente, in questo caso, Angela Carter è riuscita in pieno nell’intento.

Prima di salutarvi vorremmo ringraziare Ilaria che ci ha aiutato, con la sua disponibilità e proverbiale pazienza, a realizzare questa puntata. Poi, vi ricordiamo come sempre di farci sapere che ne pensate su Spreaker e sui nostri canali Facebook e Instagram. Inoltre qui sul blog potete trovare articoli, interviste, approfondimenti e le trascrizione delle puntate.

Ora vi salutiamo, come al solito, con le citazioni che ci hanno colpito di più:

I boschi si chiudono su di te. Ti inoltri in mezzo agli abeti e sai di non essere più all’aria aperta; ma come ingoiato dal Bosco. non c’è più sentiero, il bosco ha ritrovato l’intimità delle origine. una volta dentro ci dovrai rimanere finché non sarà lui a lasciarti andare.

Esiste tra l’atto d’amore e le pratiche di un torturatore una somiglianza impressionante.

Chiuse fuori dalla finestra il canto funebre dei lupi e si tolse lo scialle rosso, color dei papaveri, colore del sacrificio, colore del suo sangue mestruale e, poiché la paura non le veniva in aiuto, decise di non provarne più.


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