Le donne (in)visibili

La scoperta del femminile nella letteratura Calviniana

Di Ilaria di Cugno

Avevo circa sette anni, quando, una sera, per farmi addormentare, mia madre iniziò a leggermi qualche racconto tratto da Marcovaldo (1963). Io ero piccola e ancora non sapevo chi fosse Calvino. Sapevo solo che mi piacevano i libri, mi piacevano le storie, mi piaceva leggere. E il racconto di quel buffo signore e delle sue avventure mi piacevano. Sembravano storie adatte a me: chiare, semplici, lineari. Eppure erano storie di uno scrittore “da grandi”.

Poi gli anni sono passati, Calvino ho imparato a conoscerlo da sola, a scuola, all’università. E lì ho capito che non era solo colui che aveva scritto i miei racconti di bambina: Calvino era un uomo poliedrico, cosmopolita, altamente razionale e inquieto, che con la sua penna sarebbe stato capace di catturare le mia attenzione frase dopo frase, parola dopo parola.

Italo Calvino nasceva a Cuba il 15 ottobre 1923. Non mi dilungherò molto sulla sua biografia e le sue opere: se gli aspetti della sua letteratura sono pressoché noti ai più – dal neorealismo alla scrittura combinatoria, dal fantascientifico all’espediente fiabesco – ciò che forse è meno conosciuto è il lato più femminile delle sue opere, quell’attenzione maniacale alla descrizione di personaggi femminili che, seppur in secondo piano all’interno del racconto, sono pur sempre state determinanti nell’evolversi delle vicende.

Di fronte a protagonisti di sesso maschile, Calvino è stato in grado di raccontare personaggi femminili totalmente innovativi per l’epoca, indirizzati alla realizzazione e alla conoscenza di se stessi: donne forti e concrete, capaci di un potere erotico e seducente, fonti di vitalità e di passione, ma anche donne volubili, irrazionali, che male si coniugano con gli stereotipi, perché realisticamente vere.

E mi viene da ridere se penso alle facce di chi nel 1947 leggendo per la prima volta Il sentiero dei nidi di ragno si trovava di fronte l’immagine di Rina e di Giglia: la prima, detta la Nera di Carruggio Lungo, giovane prostituta di paese, la seconda, moglie di un giovane cuciniere di brigata partigiana. Due figure decisamente insolite che vedono l’intrecciarsi delle loro vite con quelle degli eroi della Resistenza.

Perché Rina, sorella del protagonista Pin, è una donna straordinariamente libera: la sua unica preoccupazione sono gli affari, non importa se questo implichi unirsi a partigiani o a fascisti o alimenti le maldicenze del paese. Rina non si vergogna, neppure davanti al fratello che inizia a identificarla come la puttana nemica capace di causare i mali del secolo. La sua unica preoccupazione è la propria autoaffermazione unita alla possibilità di trarre profitto dai suoi incontri. 

E anche la giovane partigiana Giglia di certo non si impegna per uniformarsi alla candida immagine di donna di casa: Giglia è una donna seducente ed è più che consapevole della sua bellezza e del suo ascendente sugli uomini: non si nasconde per questo, ma anzi ne fa motivo di vanto. Di fronte a provocazioni apparentemente ingenue, Giglia diventa all’interno di un romanzo tutto maschile una moderna Sirena di Ulisse, capace di minare le consapevolezze altrui di fronte al suo fascino e alla sua eloquenza.

Per non parlare di Lia, compagna di Amerigo all’interno di Una giornata di uno scrutatore (1963). 

A differenza di Rina e Giglia, Lia non è una seduttrice consapevole, ma più una bambina volubile e irrazionale che suscita in Amerigo sentimenti contrastanti di attrazione e repulsione. 

Non compare subito all’interno del romanzo, ma inizia a delinearsi solo all’interno del quinto capitolo attraverso i pensieri di Amerigo,  dove ogni angolo del corpo, ogni colore, ogni linea, rimandano alla perfezione.

Lia non è un personaggio che possiamo toccare, ci viene raccontata solo attraverso gli occhi e i pensieri di Amerigo. Una figura astratta, probabilmente scelta per sottolineare la differenza con la corporeità deformata degli ospiti del Cottolengo in cui si trova Amerigo stesso, una bellezza irraggiungibile, ma non per questo perfetta. Perché Lia sa anche essere fastidiosa, irritante, pretenziosa, capace di distruggere qualsiasi logica. Forse proprio per questo estremamente autentica.

Ma arriviamo a quello che, negli anni, è diventato uno dei miei libri preferiti: Il barone rampante (1957). 

Secondo romanzo della Trilogia dei nostri antenati, racconta la storia di un giovane barone ribelle – Cosimo – che dopo una lite col padre decide di trascorrere la sua vita sugli alberi.

Qui la protagonista femminile indiscussa è Viola, la fanciulla con la quale Cosimo vive gioie e dolori di quel primo innamoramento che lo accompagnerà per tutta la vita. 

Viola è un personaggio affascinante: impetuosa e imprevedibile, emerge lentamente quasi di pari passo all’approfondirsi della sua relazione con Cosimo. Allo stesso tempo irrazionale e volubile, sensuale ed emancipata, la giovane aristocratica si imbatte per caso nel protagonista in tenera età, quando il mondo era ancora fatto di giochi e altalene e raggiungere Cosimo sugli alberi era solamente uno dei tanti modi per trascorrere i pomeriggi.

Inevitabile è la nascita di un legame tra i due: una storia tempestosa in cui Cosimo è totalmente sopraffatto da lei, mentre Viola, visibilmente interessata, è incostante, romantica, certo, ma protesa verso l’assoluto. Una donna capricciosa, viziata, che pretende le attenzioni di Cosimo e quando le ottiene finge disinteresse, lanciandolo nello sconforto più totale. Una personalità imprevedibile che prende sempre l’iniziativa, per poi abbandonare ciò che ha seminato.

Ne nasce un rapporto di attrazione-repulsione, che rimane immutato col passare degli anni. Viola è colei che ostenta sempre una certa padronanza della situazione e cerca di non mostrare ciò che invece la renderebbe particolarmente fragile: un sentimento nei confronti di Cosimo che esiste, è più che reale, decisamente inconciliabile con la razionalità e la concretezza di lui.

«Perché mi fai soffrire?»
«Perché ti amo.»

Ora era lui ad arrabbiarsi.

« No, non mi ami! Chi ama vuole la felicità non il dolore!»
«Chi ama vuole solo l’amore, anche a costo del dolore.»
«Mi fai soffrire apposta, allora.»
«Sì, per vedere se mi ami.»

La filosofia del barone si rifiutava di andare avanti.

«Il dolore è uno stato negativo dell’anima.»
«L’amore è tutto.»
«Il dolore va sempre combattuto.»
«L’amore non si rifiuta a nulla.»
«Certe cose non le ammetterò mai.»
«Sì che le ammetti, perché mi ami e soffri.»

Una razionaltà che Viola fatica a sopportare: “Tu ragioni troppo. Perché mai l’amore va ragionato?”

Viola si definisce indipendente, restia ad vedersi intrappolata all’interno di un ruolo che crede non le appartenga, tanto da combattere fino all’ultimo per affermare la propria libertà

Ma se invece la sua fosse stata solo paura?

Non fermiamoci solo a Rina, Giglia, Lia o Viola. Tutte le donne che troviamo nei libri di Calvino sono diverse, complesse e contraddittorie. Tutte hanno bisogno che la loro storia venga apprezzata. Perché non sono solo donne qua e là tra le pagine di libri. Loro sono donne vere.


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