IL CORAGGIO DI ESSERE NORMALI

alias UN UOMO SECONDO MARCO CUBEDDU

di Veronica Pallavera

Un uomo in fiabbe marco cubeddu copertina scrittori giunti

Ormai tre anni fa partii per Copenhagen con un libro che, per vie che mi sono ancora in parte sconosciute, mi ha cambiato la vita: era Con una bomba a mano sul cuore di Marco Cubeddu

L’amore per i libri ha molto a che fare col tempismo e quel libro è riuscito a farmi sentire compresa e – in qualche modo – meno sola in questo pazzo pazzo mondo. 

Ed è per questo che, all’uscita di questo nuovo romanzoUn uomo in fiamme, edito Giunti – non ho avuto esitazioni, l’ho comprato. Grazie ad un curioso e involontario tempismo che Marco sembra avere con la mia vita, anche questo romanzo è cascato a fagiolo. Dopo aver parlato di mascolinità tossica durante l’ultima puntata del podcast (che, se già non l’avete fatto, vi invito ad ascoltare, ingrati!), mi sono ritrovata a leggere la storia di Roberto, che con la mascolinità tossica ha danzato e lottato per tutta la vita. 

Roberto è alle soglie dei quaranta, di professione fa il vigile del fuoco e nessuno ha ancora capito se è un eroe o un cattivo (molto più probabilmente, un folle). Cresciuto col mito padre pompiere, vive e lavora confinato in un paesello del genovese ma, ancor di più, confinato in se stesso. Intorno a lui si è raccolta, suo malgrado, la disfunzionale famiglia del turno C: Anja, Max, Soletta e il capo Braga come una famiglia lo comprendono, lo accettano e pensano che lui possa essere di più di quel rifiuto umano che aspetta la morte affogando nel whisky. 

Non mi spingerò oltre nella sinossi; se volete saperne di più, compratevi il libro. È un racconto umano, a riassumerlo si perde la commozione. 

Il mio di racconto umano riprende la scorsa settimana, quando decido di ricontattare Marco, che ormai mi conosce avendogli io ampiamente rotto i. Quello che stavolta voglio da lui è il punto di vista di un maschiobiancoeterosessuale sulle opinioni e gli stereotipi che riguardano i maschi bianchi eterosessuali. 

E questo è quello che ci siamo raccontati: 

Roberto sostiene che “a usare i sottopassaggi poi si finisce a mordere il cuscino.” Spiegami. 

Per anni ho smesso di usare i sottopassaggi con amici scemi quanto me. Il concetto è che – hai presente DragonBall? – ecco, se hai un’aurea abbastanza forte non hai bisogno dei sottopassaggi per attraversare la jungla cittadina. È una regola fatta per essere infranta, come tutte le regole di pseudomascolinità che il protagonista usa per complicarsi la vita e che ci vengono inculcate da bambini come concetto stesso di mascolinità. Il nostro è un mondo in disfacimento e giocare a fare quello che non porta il fazzoletto è un modo per compiacersi nel ruolo del maschio bianco etero. Sono a favore di un mondo nuovo, ma so che faccio parte di un mondo vecchio e l’unica cosa che posso fare è giocarci.

Roberto era un ragazzino timido e portato alla vita contemplativa, più che a quella attiva. Qual è stata la tua esperienza?

Io non ho neanche un dato biografico in comune con Roberto, però ho in comune un senso di inappartenenza perenne e inspiegabile. Ero strano fin da bambino. È una sensazione che riguarda un sacco di persone, quelle che si sentono più apocalittiche che integrabili. La scrittura è stato il modo in cui ho iniziato a pervertire il mondo e a renderlo più sopportabile per me. Sono stato un adolescente che ha girato sei scuole perché non riusciva a stare a scuola, che pensava solo alla lotta per il comunismo e a – be’ – al nome del vostro blog. In comune con Roberto ho anche le scissioni possibili: avrei voluto essere contemporaneamente un cantante punk, un tribuno del popolo e un padre di famiglia. La scrittura, però, è stata una vocazione assoluta. Le poesie che scrivevo da bambino da adulto sono diventate romanzi e reportage. Il picco del bisogno narrativo è stato nell’adolescenza. 

Per quanto riguarda le pulsioni, non vedo grandi differenze tra le adolescenze di maschi e femmine novecentesche, le differenze sono più culturali.

Quando ti hanno detto per la prima volta “fai l’uomo”?

Penso solo alle ultime, cioè praticamente tutti i giorni. Nel presente è un’esortazione quotidiana che sistematicamente disattendo, nei termini in cui l’idea di uomo è l’idea di mio nonno o mio padre, che tra di loro sono persone diverse. Mio nonno Aldo era un uomo capace di aggiustare tutto, che si prendeva carico di tutto, un pilastro, buono e affettuoso. Mio padre è meno pratico, più emotivo e perennemente presente nella mia vita e di quelli a cui vuole bene. Io sono un disastro: sono un irresponsabile vigliacco. La mia idea di uomo è quella di un uomo coraggioso, che ha il coraggio di amare in modo visibile, ed è soddisfatto di chi gli sta attorno. Tutte le altre idee sono cazzate, quelle che mi sono raccontato per 32 anni. Ho cercato di risponderti seguendo l’idea di uomo della mia fidanzata, che è l’unica persona che pensa che io possa diventare quel genere di persona.

Roberto si misura costantemente con il concetto di eroe, ma chi è un eroe?

Eh. Un eroe è uno che non si deve chiedere sempre se sia meglio morire da eroe o vivere tanto a lungo da diventare il cattivo.

A proposito di questo, il Batman di Nolan sembra suggerire non soltanto che eroe e cattivo siano figure l’una specchio dell’altra, ma addirittura due aspetti di una sola persona. Roberto cammina spesso su quel confine. Quali sono – a tuo parere – i dettami di questa mascolinità più borderline?

“Scopale tutte”. E contemporaneamente “farò essere felici tutte le persone che amo”, che è un ideale impossibile, un pensiero pericoloso e se lo metti vicino a “scopale tutte” è un inferno. Nel mezzo c’è tutto lo spettro di autoinganni che rendono insostenibile l’essere un maschio bianco eterosessuale oggi, quantomeno a me.

E la violenza, che ruolo ha nella definizione del maschio?

È una grande iena sulla schiena di tutti noi. È come per un alcolista la bottiglia di bourbon. È uno spettro, è sempre in agguato, pronta a terrorizzarti o a esaltarti. Un timore e un desiderio nei confronti del concetto stesso di violenza che è la rotta, il punto in cui vivi in bilico tra rifiuto e fascinazione. 

Roberto, lungo tutto il romanzo della sua vita, nasconde i sentimenti sotto la polvere degli incendi o li affoga nel whisky. Da donna, non posso far altro che osservare questa disfunzionalità senza capirla. Aiutami a capire. 

Lo fa perché ha paura, perché la vita fa paura. Le strane alchimie per cui ci sono persone che a queste paure reagiscono costruendo delle armature è un mistero psicologico, sociale e umano. Quando c’è la paura c’è la vigliaccheria. Il vigliacco fa una cosa molto precisa: scappa. 

È superficialmente legato all’uomo duro e puro, inevitabilmente. Il racconto è parte integrante del fenomeno. Ci raccontiamo che il maschio deve essere duro e puro e diventa l’ossigeno. Però nella sostanza il coraggio non ha genere. Io da uomo vivo la mia vita da vigliacco ed è la grande battaglia. È una scelta, come in Alamo di Vecchioni. Ci vuole molto coraggio se sei un Don Abbondio a non esserlo.

Alcuni psicologi americani hanno definito questi comportamenti da macho una maschera che gli uomini portano addosso costantemente. Tu come la vedi? È una maschera o fa parte di te – l’animale che ti porti dentro?

È lo stesso discorso di prima. È una maschera, però è una maschera che una volta tolta ha sotto un’altra maschera e un’altra… è una cipolla infinita, perché ne siamo immersi. Quindi tu la maschera puoi anche volerla togliere, ma quello che hai intorno a te continua a influire su quello che vuoi trovarci sotto. Poi una maschera ha anche la sua utilità, è una forma di adattamento al mondo, ha questa funzione, quella di adattarsi a qualcosa di atroce come la vita.

All’inizio del romanzo, Anja mi stava sulle palle. Sembrava lo stereotipo della donna che ha rinunciato a tutto ciò che viene considerato “femminile” per “fare la tosta”. Poi mi ha stupita, le piace cucinare e cucinare per gli altri e non ha “nessuna intenzione di negarsi questo piacere solo per la paura di venire sminuita”. Cosa impedisce ad un uomo come Roberto di fare lo stesso?

Il fatto che non può guardarsi allo specchio, che nel suo cuore alberghi – insieme a tutte le tante nocive maschere di virilità – il Dandi di Romanzo Criminale che dice guardandosi nello specchietto retrovisore “mo’ che sei fermo, che vedi”. Roberto e Anja non sono sullo stesso piano di consapevolezza. Roberto è un uomo in fuga, Anja il suo viaggio di disperazione l’ha fatto tutto, ha scelto.

Dopo averlo salutato e ringraziato, tiro le somme della mia telefonata con Marco. Quello che è venuto fuori, in sostanza, è che la difficoltà di essere se stessi trascende i generi e che per tutti, in fondo in fondo, a guardarsi davvero dentro, l’impresa eccezionale è essere normali. 


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