Cronache disordinate

I miei tentativi sgangherati di scrivere un diario alimentare

di Valentina Maggi

Mi sono resa conto di soffrire di un disturbo del comportamento tre anni fa, ma avevo un problema da tutta la vita. L’ho capito capitando su un’infografica o uno di quei video brevi che mettono su Facebook i giornali progressisti tipo The Post Internazionale, che cercano di fare informazione e scaturire consapevolezza anche a scopo preventivo – o almeno questo è la narrativa, e nel mio caso ha funzionato abbastanza. Nel giro di qualche mese, in una situazione aggravata da uno stato depressivo oggettivamente grave (non che me ne sia resa conto prima di esserne quasi fuori), si è innescato un circolo virtuoso fatto di colloqui medici, consulenze psicologiche e visite psichiatriche. Sognavo di farla finita, ma non con la morte. Non ho mai pensato seriamente al suicidio un momento della mia vita, il mio unico proposito è sempre stato quello di non sentire più il dolore, o per meglio dire quel senso di frustrazione dilagante che è sempre stato nelle mie corde. Pertanto, volevo essere ospedalizzata: passavo le mie giornate a letto e metà delle mie giornate a letto era speso a fantasticare della possibilità di una mia permanenza in una clinica dove potessero finalmente curarmi e privarmi del mostro che mi faceva vivere quel rapporto tossico col cibo, che mi distruggeva come un cancro che cresceva insieme al grasso all’interno delle viscere.

Alternavo pensieri ossessivi a momenti epifanici in cui realizzavo grandi verità come quella di non aver mai provato fame in vita mia: il mio approccio al cibo non era mai stato quello di chi cerca nutrimento sentendone bisogno, ma quello di chi si aggrappa a un appiglio per non cadere. Il cibo era il modo per soffocare le emozioni troppo forti e il mio strumento di tortura per creare un’immobilità che facesse da alibi alla mia incapacità di agire e ai miei blocchi dovuti alla paura. Ovviamente nulla di questo ha senso se non all’interno della propria narrativa. È una parola che ho imparato recentemente guardando serie tv americane e leggendo blog sulla salute mentale e che mi ha aiutato a dare un nome a quelle logiche interne che non sono logiche ma che ci portano a formare quell’orizzonte di senso di cui capita di rimanere paralitici spettatori nel caso in cui lo scenario sia quello di una desolante disfunzionalità.

La mia desolante disfunzionalità era qualcosa che chiamano disturbo dell’alimentazione incontrollata. Al di là del fatto che si tratta di categorie e che per favore adesso non dovete iniziare ad autodiagnosticarvi, il disturbo dell’alimentazione controllata è pressoché la cenerentola dei disturbi alimentari. Voi ne avete sentito parlare? Io prima della famosa infografica accennata al primo paragrafo mai avuto cenno dell’esistenza di una roba del genere. Tutti a piangere la tragica sorte delle anoressiche e un po’ meno delle bulimiche ma ‘sti poveri cristi che si abbuffano a ufo nessuno se li fila.

Ora, datemi il beneficio della satira – per responsabilità e per la serietà dell’argomento lo rendo bello esplicito che anche quando faccio la simpatica non intendo mettere dubbio la gravità della situazione carceraria in cui versa la mente di chiunque soffra di un disturbo alimentare, qualunque esso sia. Non metto in dubbio la gravità di ogni disturbo alimentare non solo perché ho anche amiche anoressiche e amiche bulimiche (come del resto i proverbiali amici gay e amici neri), ma perché un disturbo alimentare è una malattia mentale e le malattie mentali sono malattie, come tali vanno trattate.

Ok. Quindi, dicevo che tutti piangono la tragica sorte delle anoressiche e un po’ meno delle bulimiche ma sti poveri cristi che si abbuffano nessuno se li fila. Osservo una peculiare disparità di considerazione dei comportamenti alimentari patologici. Per qualche motivo, se mangi tanto sei un golosone. Sei uno che ama la vita e che se la gode. Ora, va bene che non ho mai pensato un attimo di togliermela, ma non è che me la spassassi alla grande. A questa convinzione fasulla della beatitudine godereccia del buongustaio, si aggiunge poi il biasimo sociale per la mancanza di controllo di chi non si rende conto che il troppo stroppia (e storpia: grasso è brutto) e non sa distinguere il bene dal male (grasso è storpio, è manchevole della normocapacità di giudizio). Segue dunque la vergogna, il senso di colpa per quell’inesauribile mancanza di sazietà e di controllo.

(Che poi chi avrebbe mai detto che una mancanza potesse non finire mai? Mi sembra sempre così controintuitivo! E invece è la narrativa, il carcere che ho in testa, per cui quello del cibo diventa un pensiero ossessivo quando c’è qualcosa che non va: trovare piacere nella chimica del ciclo di Krebs – mi perdonino i biochimici, davvero: suonava giusto e rendeva bene).

In questa fucina di suggestioni, sapete qual è la cosa che ti suggeriscono – anzi, esortano – a fare quando soffri di un disturbo del comportamento alimentare? Scrivere un diario alimentare.

Non mi impegnerò a spiegare in dettaglio perché è utile scrivere un diario alimentare: è un’indicazione terapeutica e in quanto tale non l’ho mai messa in discussione, tant’è che alla fine della fiera (spoiler) sto scrivendo un diario alimentare da un mese e da quando ci riesco (correlazione o causazione? Chissà!) mi sento meglio. Basti sapere che un diario alimentare serve a scardinare quel cortocircuito per cui non distingue più il suo rapporto con le emozioni da quello col cibo.

Ma che cos’è un diario alimentare? Scrivi tutto quello che mangi (“anche un chicco d’uva”, ricordo che aveva specificato Astrid, la prima nutrizionista a cui mi aveva affidata l’assicurazione sanitaria che mi aveva presa in carico nei Paesi Bassi, dove ero a studiare per un anno), indichi l’ora e magari aggiungi una frase su come ti senti. Praticamente un incubo per chiunque (non sono incline a essere contraddetta su questo punto). Per me il concetto di diario alimentare era più o meno equivalente a quella di tortura. Mi terrorizzava interrompere il torpore della mia mente nel momento del pasto o in ogni caso in corrispondenza dell’atto di alimentarsi per cercare il quadernino, prendere la penna e solcare il foglio per scrivere su una linea orario, contenuto del manducare, stato d’animo.

Ci ho provato, ho fallito. Ci ho riprovato, ho fallito peggio. Scrivere il diario mi angosciava.

Recentemenre Lena Dunham ha scritto un suo articolo coraggioso che trovate su Elle UK e in cui Lena riporta un estratto dal diario alimentare che ha scritto durante la sua permanenza nel Regno Unito la scorsa estate. Dico coraggioso perché descrivere verbalmente un’esperienza anche dolorosa è fattibile nella misura in cui fa parte dell’istinto di sopravvivenza selezionare le parole più comode. Ah, la comfort zone! Ne è così lontano l’atto di pubblicare una pagina di diario alimentare, specialmente quando hai un pubblico mondiale. Insomma, l’articolo di Lena Dunham è eroico, e lei stessa ci spiega il perché: non sarebbe così umiliante condividere quello che abbiamo mangiato se non pensassimo che i nostri appetiti siano oscuri, proibiti e nel complesso esagerati. Quando mettiamo i nostri pasti nero su bianco, facciamo uno sforzo di onestà immenso riguardo a quello che desideriamo. «Vi immaginate se dicessimo tutti la verità sui nostri desideri?», chiede provocatoriamente la Dunham ai lettori: «il mondo sarebbe disgustosamente pieno di ordini di pizza, accessori di Louis Vuitton, gatti della giungla addomesticati e – gasp! – amore.».

Ammettere quello che vogliamo ci fa sentire vulnerabili, specialmente se – per i motivi più disparati – non ci sentiamo legittimati a desiderarlo. All’una del pomeriggio del giovedì riportato nell’estratto di diario, Lena indica di aver bevuto tè accompagnato da due terzi di una barretta detox allo zenzero che sulla confezione invita a infilarsi in un paio di jeans aderenti e gustarsela, osservando che è quello che si merita dopo aver mangiato troppo la sera prima. Il problema, osserva Lena, non è quello che mangiamo, ma che cosa pensiamo di meritare, chi immaginiamo di poter essere e la dolorosa verità riguardo chi siamo. La caratteristica dei diari alimentari è l’impostazione vagamente imbarazzante legata a stretto giro alle ammissioni su noi stessi che il diario alimentare – dietro alla finta intimità promessa dalla forma diaristica – ci costringe a verbalizzare e, in unltima analisi, rendere pubbliche.

Stando all’articolo apparso su Elle UK, martedì alle cinque del pomeriggio Lena mangia un quarto di un sacchetto contenente un mix di cioccolato, mirtilli e frutta secca (uno di quei misturoni calorici che vanno di moda nei paesi nordici), ma specifica di non averlo semplicemente mangiato, se n’è ingozzata l’esofago senza averne voglia ma consumandolo comunque, «così come sono consumata dall’accontentare persone di cui non le importa davvero. * Tira fuori una noce dai denti con un orecchino *».

Penso che l’ultimo inciso – l’ammissione dell’avere fatto qualcosa di intrinsecante schifoso come l’essersi pulita i denti con un orecchino – renda bene l’eroismo dell’atto di pubblicare un diario alimentare ancorché di scriverlo. Vi ho raccontato in modo colorito la mia personale avventura verso la scrittura del diario alimentare. L’ho fatto usanto estratti del diario di Lena perché non sono pronta a condividere qualcosa di così intimo in pubblico.

Conosco un sacco di persone che hanno trovato conforto nell’atto di vedere nero su bianco quello che avevano mangiato e godere della sensazione di controllo che deriva dal padroneggiare il territorio limitato del pezzo di carta rispetto al territorio sterminato dei propri desideri.

Per me questo conforto è arrivato solo a una certa fase del mio progresso nei confronti del disordine (mi viene spontaneo chiamare così i disturbi alimentari, ‘disordini’, con un calco dall’inglese che rende tutta la confusione e l’impulsività e la mancanza di un ordine mentale funzionale che li caratterizza), man mano che mi sono avvicinata al comportamento tendente alla normalità fino a rendere le deviazioni ammissibili, verbalizzabili e dunque accettabili. Accettare le deviazioni delle mie scelte alimentari significa accettare di non essere la persona che vorrei, quanto la possibilità che ci siano momenti in cui non sono nemmeno una persona decente. Leggete cosa scrive Lena (ancora una volta, eroina) il giovedì alle 17: «Ancora focaccine (sempre più focaccine, non riesco a ricordarmi che luoghi ho visitato oggi perché ero troppo concentrata a non finire le focaccine).»

Sareste pronti ad ammettere di aver messo da parte i vostri valori o i vostri obiettivi più importanti distratti dal pensiero ossessivo di un pacchetto di focaccine? O dall’ansia di quello che potrebbe succedervi dopo aver mangiato un piatto di pasta? Il punto di avere un disordine alimentare è che il cibo, per lo meno se si è nati dalla parte privilegiata del mondo, fa parte della nostra quotidianità e la malattia mentale fa parte della nostra quotidianità e la terapia, ad esempio tramite la redazione giornaliera di un diario alimentare, ci mette ogni giorno di fronte alla nuda verità di chi siamo e che cosa vogliamo davvero.

Scommetto che non c’è niente di più bello che volere quello che si è.


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