Il bene come scelta autoevidente

Regina Catrambone e il suo MOAS

di Valentina Maggi


Cosa significa casa mia? Casa mia, come la casa di questa gente che fugge per necessità, è il mondo. Non c’è un’umanità di serie A e di serie B. Io non sapevo cosa fosse l’orrore prima di quest’esperienza. Ho visto persone stipate come sardine nella stanza dei motori, senza aria, in mezzo ai loro stessi bisogni.

Regina Catrambone

“Repubblica”, 18 maggio 2015

‘Filantropia’ non è solo una parola esotica che si impara al liceo in tandem con ‘mecenatismo’.

I filantropi esistono, e fanno i filantropi: amano l’umanità e dunque fanno qualcosa di buono per la stessa. Con un amore che non è eros (passione erotica) e non è agape (sentimento religioso): è l’amore del fratello e della sorella, l’amore dell’umanità che ama l’umanità e fa di tutto perché rimanga tale. Nel concreto, un filantropo si occupa in genere di associoni no profit e organizzazioni non governative, in ogni caso senza scopo di lucro.

La filantropia, specie indirizzata a cause politiche, è stata recentemente sotto attacco da parte dell’opinione pubblica, che ha forse confuso la legittima attività di supporto economico a una causa con corruzione e nepotismo, abitudini tristemente diffuse nel nostro Paese che non hanno niente a che fare col generoso atto di donare risorse (fra cui il denaro) a sostegno di qualcosa in cui si crede.

Oltre a George Soros, che nel gergo comune – più o meno ironicamente – è, per eccellenza, il cospiratore che trama alle nostre spalle per arricchirsi destituendo il traballante ordine mondiale, nel mirino dell’opinione pubblica sono entrate le ONG impegnate nel soccorso di migranti nel Mediterraneo.

La prima ONG a entrare in mare nel 2014 è stata MOAS (Migrant Offshore Aid Station). Perché nel 2014? Il 3 ottobre 2013 si consuma la tragedia di Lampedusa: 368 morti accertati e 20 dispersi. All’epoca la polemica dell’opinione pubblica era rivolta a una Guardia costiera che non interveniva per aspettare il protocollo. Due settimane dopo viene avviata Mare nostrum, l’unica missione pubblica, militare e umanitaria, finalizzata al soccorso e al salvataggio dei migranti.

Questo evento scuote violentemente le coscienze europee e internazionali e porta alla fondazione di numerose ONG. È così che anche Regina e Christopher Catrambone – imprenditori in campo assicurativo – decidono di fondare MOAS nell’aprile 2014.

Sfruttando le competenze sviluppate nell’ambito della loro attività aziendale, Regina e il marito Christopher si sono avvalsi di equipaggio altamente specializzato, volontari qualificati, un team medico e di ricerca, dotando le loro navi, oltre che di gommoni per il salvataggio, di una clinica e di droni per la ricerca. Proprio questa tecnologia ha consentito di collaborare con le istituzioni fornendo alle stesse preziose informazioni: oltre al monitoraggio delle acque per individuare le situazioni di emergenza, è stata possibile una mappatura delle coste libiche dove si trovano i centri di detenzione per migranti.

Dopo l’interruzione della missione Mare Nostrum nell’ottobre 2014, lo Stato lascia il Mediterraneo. Le ONG rimangono sole nel salvataggio in mare dei migranti: a Mare Nostrum segue Triton, un programma di controllo delle frontiere che non rimpiazza Mare Nostrum e non consente un adeguato soccorso dei migranti in arrivo. Nel frattempo, le pressioni sulle ONG e le accuse nei loro confonti iniziano ad aumentare. L’opinione pubblica è sempre più pregna di hate speech nei confronti delle attività umanitarie: si abbandona il campo semantico della filantropia per quello del buonismo.

Tra il 2016 e il 2017 Regina e la famiglia decidono di interrompere le missioni del MOAS nel Mediterraneo. Regina è molto consapevole e chiara sulle motivazioni che hanno portato a questa risoluzione: oltre alla logica dell’odio ora imperante, è impensabile accettare che un’emergenza umanitaria (e stavolta usiamo il termine nella più neutra maniera descrittiva) venga tamponata da organizzazioni non governative, che non si intervenga a livello pubblico europeo cercando di porre fine non solo alle morti in mare, ma allo sfruttamento, alle torture, alla violenza che si consumano nei centri di detenzione libici e non.

Il MOAS però non ha cessato la propria attività con le missioni nel Mediterraneo e le risorse sono state rilocalizzate in un’altra area di emergenza. Nel 2017 il suo impegno si è concentrato in Bangladesh, dove fornisce assistenza ai bengalesi in difficoltà durante la stagione dei monsoni e ai Rohingya, popolazione apolide che, non facendo parte delle 135 etnie riconosciute dallo stato, non ha diritto alla cittadinanza Birmana ed è costretta a rifugiarsi in campi profughi collocati per lo più, appunto, in Bangladesh.

Fra gli obiettivi di MOAS c’è quello di prestare aiuto ai bisognosi con cui vengono in contatto in modo da renderli il più indipendenti possibile, cosicché possano a loro volta trasmettere la conoscenza e prevenire in prima persona altro dolore. Un dettaglio che mi ha colpita particolarmente tra quelli riportati da Regina è stato proprio l’esempio del in soccorso d’emergenza. Il personale MOAS in Bangladesh non solo era specializzato al salvataggio di persone in pericolo di annegamento durante le alluvioni, ma anche a formarle per diventare a loro volta esperte soccorritrici.Secondo il principio fondante di fornire assistenza dove è maggiormente necessaria, nel dicembre 2018, infine, MOAS ha lanciato un progetto in Yemen, dove fornisce soccorso medico e prodotti alimentari alla popolazione, devastata dal conflitto in corso.Tramite queste missioni si concretizza nell’attività del MOAS la visione di Regina, una donna umile e determinata, che non smette mai di testimoniarci, con le sue parole e il suo corpo sempre in viaggio per supervisionare una missione o progettarne un’altra, che la differenza si può fare e la bontà esiste, anche se a volte è un po’ più nascosta, meno dilagante e maggiormente ostacolata delle cose brutte. Tramite le sue parole quella dell’egoismo è una scelta controintuitiva e la generosità è una scelta autoevidente – non per questo facile.

Regina non definisce il suo impegno col MOAS politico né umanitario, sottintendendo che in politica ci sia spazio per il contraddittorio e sottraendo l’attività di soccorso dalle categorie definitorie neutre e indifferenti del diritto e delle scienze sociali. Regina preferisce definire il suo impegno umano, inquadrandolo nella cornice primitiva e originaria della nostra natura di uomini e, allo stesso tempo, sottraendolo dalla tentazione di definirlo ‘eroismo’. Salvare vite e sottrarle al dolore è, secondo Regina, un nostro dovere morale – un dovere che prescinde dal contesto economico-sociale e che si colloca in un orizzonte divino, non tanto per una questione di giustificazione, quanto per la sua irriducibilità, per la sua autoevidenza: l’istinto di aiutare qualcuno che cade, sorreggendolo, fa notare Regina con una semplicità disarmante, ci appartiene atavicamente in quanto esseri umani.

Viene naturale affidare la sua figura a quella di un’altra donna forte, Carola Rackete, che ha fatto della disobbedienza civile uno strumento per supportare una sua convinzione etica – poi supportata dalle ragioni del diritto internazionale. Regina non è stata disobbediente nei confronti della legge, ma è stata dissidente rispetto allo stato di cose, si è rifiutata di legittimarlo e l’ha fatto decidendo di non portare avanti le operazioni del MOAS nel Mediterraneo. In seguito alla mappatura delle coste libiche, infatti, lo Stato ha preso conoscenza della situazione al di là del mare, avendo a disposizione informazioni relative alle coste e ai porti di partenza. Ciò nondimeno, non sono state prese misure né attivate missioni. È stata proprio l’evitabilità di questo strazio a dare a Regina e al MOAS le ragioni di dire NO e di interrompere la missione di MOAS nel Mediterraneo.Ho avuto l’occasione di incontrare Regina Catrambone lo scorso settembre in occasione del Radical Lab, la scuola politica per giovani di Radicali Italiani e ALDE Party. In questa occasione, Regina è stata invitata come ospite per un intervento inspirational in un panel dal titolo “girls doing good”.

Anche se sopra non ho scritto che ho avuto l’onore di incontrarla, preferendo dire di aver avuto l’occasione di incontrarla (volevo evitare ogni espressione retorica e pedantesca), per me è stato in effetti un onore sentirla parlare della sua esperienza: ho incontrato una persona umile e forte, che con parole sincere e chiare ha fatto emergere in modo semplice e diretto di avere un cuore grande ma anche tanta competenza, tanta consapevolezza e tanta generosità.

Come Regina conclude con queste parole l’articolo del suo blog, dedicato alla missione in Yemen, concludo anche:

Manteniamo la speranza accesa nel cuore di chi vive in guerra e cerca la pace.

Mi sembra un consiglio valido anche per la vita quotidiana di noi donne e uomini qualunque che, per salvare e salvarci, non siamo (ancora) pronti a salpare.


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