#1×02 – Oltre la siepe cosa c’è?

A Monroeville, una cittadina dell’Alabama, agli inizi degli anni ‘30, due bambini, di cinque e sette anni, andarono ad abitare uno accanto all’altra. Fra loro nacque subito una profonda amicizia che li avrebbe legati per tutta la loro vita.

Il bambino di sette anni si chiamava Truman Capote. La bambina, Nelle Harper Lee.

Il secondo libro del nostro bookclub era Il Buio Oltre la Siepe. Scritto nel 1960, racconta delle avventure di due fratelli e un loro amico che, ogni estate, si ritrovano nella cittadina di Maycomb, Alabama (Coincidenze? Io questo non creto). Siamo negli anni Trenta negli USA, gli stati del Sud degli USA. Non un bel luogo dove vivere. A meno che tu non sia uomo, bianco, etero e cisgender. 

Il romanzo copre un arco temporale di tre anni. Ma cosa racconta? Scout è la voce narrante di quello che all’apparenza può sembrare un romanzo di formazione. La scuola, i vicini, i giochi di strada. Il fulcro del romanzo lo scopriamo più avanti quando l’avvocato Atticus Finch, padre di Scout, accetta la difesa di Tom Robinson, afroamericano accusato di stupro su una ragazza bianca. In questo modo è come se ci mettessimo gli occhiali per mettere a fuoco la realtà intrisa di pregiudizio degli stati del Sud. 

Con questo libro, Harper Lee ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 1961, e un anno dopo la sua uscita, nel 1962, ne è stato tratto un film in bianco e nero, con niente po’ po’ di meno che Gregory Peck. Se non lo conoscete vi perdete un manzo d’altri tempi non indifferente.

Edito in Italia per la prima volta nel 1962 da Feltrinelli, dove è rimasto dopo un breve passaggio per Garzanti.

Nell’originale il titolo era To Kill a Mockingbird. Quello italiano è una metafora ripresa da uno dei passi del libro dove si parla dell’altro grande protagonista del romanzo: Boo Radley.

Il buio oltre la siepe rappresenta l’ignoto e la paura che genera pregiudizio. Ma il titolo originale non si è perduto così nel vuoto. Se uno ci fa caso, ci sono molti rimandi all’originale nelle righe. Il Mockingbird è un uccello molto diffuso negli Stati Uniti ma non in Italia. La traduzione ha dato varie proposte: tordo, passero e usignolo. Perchè, come dice Atticus:

… non fanno proprio niente, cinguettano. Per questo è un peccato uccidere un passero.

Ma ora l’ordine del giorno: Giulia ci parla del fatto di cronaca che ha ispirato l’autrice; io do sfogo al mio amore per Atticus Finch e del suo esempio di mascolinità; infine Camilla ci racconta cosa volesse dire essere una ragazza negli anni trenta/quaranta. 

Scottsboro Boys

Di Giulia Carniglia

Facciamo un salto temporale. Siamo in Alabama, Stato Sudista degli Stati Uniti d’America. 25 Marzo 1931. Su un treno merci, linea Chattanooga – Memphis, nove ragazzi neri stavano vagabondando assieme a diversi uomini bianchi. Scoppia una rissa poco prima dell’ingresso in un tunnel. I ragazzi bianchi hanno la peggio e vengono buttati fuori dal vagano. Umiliati, si recano dallo sceriffo della cittdina più vicina dichiarando di essere stati aggrediti da un gruppo di “negri“. L’ordine dello sceriffo è “catturate ogni negro sul treno.” 

PROTAGONISTI: Haywood Patterons (18 anni); Clarence Norris (19); Charlie Weems (19); i fratelli Andy Wright (19) e Roy Wright (12); il quasi cieco Olin Montgomery (17); Ozie Powell (16); Willie Roberson (16); Eugune Williams (13). 

Nel frattempo, due ragazze bianche si presentarono dallo sceriffo accusando i ragazzi di averle violentate sessualmente. Ora, negli stati del Sud, vigevano ancora le leggi Jim Crow, che autorizzavano il linciaggio dei neri accusati di violenza sessuale o omicidio di donne bianche. Era pratica comune e nessuno avrebbe detto che stavano sbagliando. 

L’esame che il medico fece alle ragazze non evidenziò strappi, segno evidente di una violenza sessuale. Notò solo che c’erano effettivamente tracce di sperma ma che risalevano ad ore molto precedenti le accuse. 

Nonostante ci fosse solo la parola delle ragazze, i ragazzi furono imprigionati e mandati a processo. A nessuno interessava. Erano solo “negri” accusati di sturpo a donne bianche. Questo bastava. 

La vicenda divenne così grande che il Partito Comunista usò il proprio apparato legale per difendere i ragazzi. Anche la NAACP (National Assosiation for the Advancement of Colored People) si offrì di gestire il caso. Tuttavia, gli imputati scelsero di rimanere con ILD (International Labor Difence) anche per il processo d’appello. 

A seguito di un ricorso, la pena di morte fu sospesa e questo permise ai legali di far emergere davanti alla Corte suprema che gli imputati non avevano avuto un’adeguata rappresentanza, nè il tempo sufficente per elaborare al meglio il caso. 

Il 24 Marzo 1932, la Corte Statale si pronunciò su sette degli otto ragazzi, confermando la condanna a morte per tutti ( quella stessa condanna a morte che aveva deliberato il tribunale). Tutti tranne Eugene Williams: a lui, la Corte concesse un nuovo processo perchè “legalmente” ancora minorenne. Aveva 13 anni. 

IL caso raggiunse la Corte suprema degli Stati Uniti d’America il 10 ottobre del 1932. L’accusa che agli imputati fosse stato negato un adeguato processo continuò. Alla fine, la Corte suprema ribaltò i verdetti precedenti. Asserì che agli imputati era stata negata l’assistenza di un consulente efficace. Tutto questo non garantiva l’assoluzione dei ragazzi, ma solo il fatto che i processi erano stati svolti senza tutte le dovute precauzioni. 

Il caso continuò per tre anni con continui processi a Patterson e Norris e relative condanne e ribaltamenti. L’ultimo è arrivato nel 1935, quando il caso arrivò alla Corte suprema per la seconda volta. Questa volta, si mise davanti al fatto che la giuria era composta da soli bianchi e questo non era corretto

Vennero richiamati tutti gli imputati e anche Victoria Price a testimoniare di nuovo. 

Il 26 Gennaio 1936, Patterson fu condannato per stupro a settantacinque anni, caso importante perché fu il primo uomo nero a non essere condannato a morte per aver stuprato una donna bianca. Patterson evase nel 1948 e fece pubblicare The Scottsboro Boys nel 1950. Fu nuovamente arretato per aver accoltellato un uomo durante una rissa in un bar e condannato per omicidio. Patterson morì di neoplasia nel 1952 dopo aver scontato poco più di un anno della sua seconda condanna. 

il 24 gennaio 1936 Ozie Powell venne accusato di ingiurie contro un deputato. Condattano a vent’anni, indulto nel 1946.

il 15 luglio del ’37 Clarence Norris venne accusato di stupro e aggressione sessuale e condannato a morte, ma il governatore Gibbs mutò nel ’38 la sua pena in ergastolo. Uscì nel ’48 con la libertà condizionata e andò a vivere a Brooklyn. Cominciò il suo percorso per ottenere il perdono. Nel 1976 venne dichiarato “non colpevole”. E’ morto nel 1986 per Alzheimer. 

Andrew Wright venne condannato per stupro a novantanove anni. Ottonne la liberazione condizionale ma tornò in carcere dopo averla violata. Graziato nel 1950, venne prosciolto definitivamente dallo Stato di New York. 

Nel 1937, Charlie Weem venne condannato a centocinque anni di carcere. Ottenne l’indulto nel 1943

Il 24 luglio del 1937 lo Stato nell’Alabama fece cadere le accuse degli altri quattro ragazzi. Questi ragazzi avevano passato quattro anni nel braccio della morte come fossero degli adulti. 

All’inizio del 2013, l’Alabama ha aperto la strada per i perdoni postumi. “L’Alabama Board of Pardons e Paroles” ha concesso a Weems, Wright e Patterson il perdono. 

Sitografia: https://www.history.com/topics/great-depression/scottsboro-boys; https://nmaahc.si.edu/blog/scottsboro-boys; https://it.wikipedia.org/wiki/Scottsboro_Boys

Che uomo, Atticus Finch

di Veronica Pallavera

Sono proprio io, nella sigla, a dire che Fika è un luogo in cui le donne parlano di donne ma, come direbbe Jake Peralta, le regole sono fatte per essere infrante. 

Oggi, infatti, vorrei parlarvi di Atticus Finch, l’avvocato, il padre di Scout e Jem, il negrofilo e molti altri aggettivi. 

Atticus non rientra nei canoni del padre fisicamente forte, aitante, in salute. Scout ci dice che:

Atticus era debole: aveva quasi cinquant’anni. Quando Jem e io gli chiedemmo perché fosse così vecchio, rispose che aveva cominciato tardi, e ci parve che questo si riflettesse sulle sue capacità e sulla sua virilità. Era molto più anziano dei genitori dei nostri coetanei, e quando i compagni di scuola dicevano: ‘Mio padre fa questo, mio padre fa quello’, Jem e io non potevamo raccontare nulla del nostro. […] Non faceva niente di quello che facevano i padri dei nostri compagni: non andava a caccia, non giocava a poker, non pescava, non beveva nè fumava. Stava seduto nel soggiorno e leggeva.

Eppure da subito ci viene presentato come un membro fondamentale della comunità, elogiato per la sua rettitudine morale. La stessa morale che lo “obbliga” ad accettare la difesa di Tom Robinson, nonostante i rischi che questa comporta, perché

Prima di vivere con gli altri, bisogna che viva con me stesso: la coscienza è l’unica cosa che non debba conformarsi al volere della maggioranza.

Per Atticus contravvenire a questo richiamo della coscienza comporterebbe la perdita di ogni influenza sui figli. 

Non potrei più andare in giro a testa alta, […] e non potrei nemmeno dire a te o a Jem: fa’ questo e non fare quello.

Quello che è implicito, però, in tutto il romanzo è l’estremo rispetto che tanto Scout quanto Jem portano ad Atticus. Il padre, unica figura genitoriale, è depositario di saggezza e guida nel quotidiano. Detta continuamente i tempi della paura: fino a che Atticus non si mostra spaventato, non c’è nulla da temere. 

Ma Atticus rappresenta anche una guida morale fuori dagli schemi del suo tempo: è un uomo affermato e rispettato (almeno per la prima parte del romanzo) che aborre la violenza e continuamente lotta per contenere l’indole violenta dei figli, specialmente di Scout.

Può darsi che a scuola tu senta dire cose orribili di questa faccenda, ma se vuoi aiutarmi devi fare una cosa sola: tenere la testa alta e le mani a posto. Non badare a quel che ti dicono, non diventare il loro bersaglio. Cerca di batterti con il cervello e non con i pugni, una volta tanto…È una bella testa, la tua, anche se è dura ad imparare.

Harper Lee, attraverso Atticus Finch, ci racconta che la mascolinità si può discostare da violenza e prevaricazione. 

Che scoperta, verrebbe da dire. Eppure non era affatto banale nel 1960…e non lo è nemmeno oggi. 

Facciamo un salto indietro di qualche mese, fino all’inverno scorso. Gillette – la marca di rasoi, NDR – manda in onda negli Stati Uniti un nuovo spot. 

Non so se ricordate il vecchio slogan Gillette, tradotto in italiano “il meglio di un uomo”, ma originariamente “the best a man can get”, il meglio che un uomo possa raggiungere, la sua versione migliore. 

Fino a prima di questo fatidico spot, la versione migliore dell’uomo proposto da Gillette era un fico, elegante, di successo e – naturalmente – rasato di fresco. 

Ora non starò a farvi la supercazzola sul perché i brand si sono scoperti paladini di giustizia, Sailor Moon capitalisti, e mi limiterò a raccogliere i frutti positivi che le nuove teorie di marketing hanno deciso di coltivare. 

Nel nuovo famigerato spot, vengono rappresentate forme più o meno “esplicite” – passatemi il termine – di violenza da parte maschile. La pacca sul culo alla cameriera, il catcalling, il mansplanning, il bullismo e, infine, la rissa tra bambini. 

Dico infine perché è proprio la rissa tra i due bambini a darci la chiave di lettura dello spot. Infatti, mentre loro si accapigliano, i padri li guardano a braccia conserte ripetendo “boys will be boys”, che potrebbe essere tradotto con “so’ ragazzi”, ma si porta dietro anche una disturbante idea di futuro, come se si trattasse di un fatto naturale, che non può essere cambiato. 

A risolvere alcune di queste situazioni interviene un uomo – lui che ferma l’amico che sta importunando una ragazza perché “it’s not cool”, non è corretto; lui che allontana i bulli dal ragazzino maltrattato e si accerta che stia bene; il padre che separa i bambini perché picchiarsi non è un buon modo di superare i conflitti. 

Questi vogliono essere gli esempi del meglio che un uomo può raggiungere, questi sono gli uomini Gillette. 

Bene, tutto questo ha scatenato un putiferio. Riassumo molto la reazione dell’internet, perchè ormai è storia vecchia e potete comodamente trovare ogni tipo di commento in merito. Mi concentrerò sulla critica che, tra quelle che sono state mosse, rientra meglio nel tema della mia riflessione: molti, guardando lo spot, hanno visto una demascolinizzazione – se esiste questa parola – del maschio.

Ora, il riconoscere la violenza e la prevaricazione come attributi tipici della virilità è un problema, e prende il nome di mascolinità tossica.

La mascolinità tossica sfocia nell’omofobia, nella misoginia, ma anche nel bullismo verso quei maschi – pure etero e cisgender – che si permettono di avere delle emozioni ed esternarle, quelli che praticano la non violenza… i senza palle, per capirci. Sono gli uomini a cui viene detto “fai l’uomo”, come se riconoscersi nel sesso maschile non fosse sufficiente, come se fosse necessario esibire le prove.

Sono gli uomini a cui non deve mai mancare l’appetito sessuale, quelli che non possono essere stuprati, quelli a cui viene fatto pesare se guadagnano meno della propria donna. 

A tutti loro e a tutti voi consiglio di guardare Atticus Finch come un esempio che dimostri quanta tenacia, forza, coraggio e dignità ci possa essere in un uomo che non pratica la violenza e la prevaricazione. 

Angelo del focolare in training

di Camilla Magnani

Io spesso me lo sono chiesta: ma come sarebbe stata la mia vita se non fossi nata negli anni ‘90? Visto che è da sempre che mi sento nel tempo sbagliato, a volte mi perdo a riflettere sul tempo degli altri. Non sono così tante le figure femminili in questo libro, ma sono decisamente dei personaggi complessi che, a modo loro, influiscono molto sulla vita e sull’essere donna della giovane protagonista Scout.

Il retro copertina dell’edizione Feltrinelli la definisce un “Huckleberry in gonnella” ed è certo sin dal primo momento che Scout non sia la classica bambina che avrebbe voluto la società degli anni ‘30. E quindi mi sono detta: più o meno tutti abbiamo un’idea di come dovesse essere la donna d’altri tempi, ma come doveva essere per una bambina? Come crescevano?

Non è da molto che l’età infantile è percepita come periodo a sè stante della vita. D’altra parte nemmeno nell’Encyclopedia of Social Sciences degli anni ‘30 esiste la voce “infanzia”. C’è voluto un po’ prima che i bambini smettessero di essere concepiti come piccoli adulti, ma solo bambini. Nel romanzo, la zia di Scout le continua a ricordare che dovrebbe mettersi la gonna.

Come puoi diventare una vera signora se porti i calzoni?

E quando Scout risponde che con un vestito addosso non sarebbe riuscita a fare nulla, la zia le dice che non avrebbe dovuto fare alcunchè che richiedesse i calzoni; avrebbe dovuto giocare con stoviglie e tazzine, indossare la collana di perle ed essere il raggio di sole della solitaria vita di suo padre, Atticus, avvocato vedovo e padre di due figli. Quindi, quando Scout riferisce al padre la conversazione avuta con la zia, egli le assicura che avrebbe potuto fare come voleva: i raggi di sole in famiglia non mancavano di certo. 

Quando però poco dopo un cugino asserisce che gli sarebbe piaciuto imparare qualche ricetta per cucinare, Scout sbotta ridendo “Ma i ragazzi non cucinano!”

Questo ci può suggerire qualcosa: possiamo anche vivere protetti, avere qualcuno che ci insegna cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma non basta. Noi viviamo nella società e ne assorbiamo, in un modo o nell’altro, i principi.

Questo capita a maggior ragione con i bambini, ed è per questo che tante volte vengono fatti discorsi su giochi e sport da maschio o da femmina. E non è per far polemica sterile, ma perché sono queste le informazioni di cui si nutre la società.

Ma torniamo al punto di partenza: che cosa voleva dire essere una bambina negli anni ‘30?

I jeans erano considerati, appunto, volgari su una ragazza e per molte bambine era praticamente impossibile indossare pantaloni a scuola. Inoltre, non era assolutamente concepibile essere abbronzate. Era difficile ricevere qualcosa che non fosse una bambola a Natale, anche se nel romanzo vediamo lo zio di Scout regalare alla bambina e al fratello niente po’ po’ di meno che una carabina.

In poche parole, le bambine dovevano assomigliare alla madre. Per le donne, In Italia, bastava avere quel tanto di cultura utile a fare conversazione e trovare marito. 

C’è ovviamente bisogno di fare una distinzione, tuttavia, tra Stati Uniti e Italia. Nei primi, sin dall’Ottocento, esistevano istituzioni, come dei seminari, per preparare le donne ad essere madri. Paradossalmente nel diciannovesimo secolo la scienza veniva considerata una materia più adatta alle donne, piuttosto che agli uomini. Tutto ciò che riguardava l’economia domestica, in effetti, se ci pensiamo ha a che fare con la scienza: cucinare, smacchiare, curare il giardino. Gli uomini, invece, si dedicavano ad attività più astratte: storia, arte, letteratura. La situazione si ribalta quando la scienza si collega alla tecnologia, creando un settore particolarmente redditizio e di conseguenza appannaggio degli uomini. 

In Italia la distinzione tra uomo e donna era molto netta perché partiva anche da normative governative indette dal governo fascista, in cui la società era fortemente gerarchizzata. Nonostante l’organizzazione e le attività di stampo militarista le bambine dovevano comunque essere graziose e pacate. 

Ma ora vorrei leggervi qualche passo di un libro che ho trovato qualche giorno fa nella mia casa in montagna. Credo appartenesse a mia nonna e si chiama “Educazione domestica per le scuole professionali femminili”, scritto da Elisabetta Randi e credo sia uscito negli anni Quaranta, poco dopo la guerra.

L’educazione parte dal ruolo della donna all’interno della famiglia. Dal ruolo che una donna ha nel suo contesto: la famiglia. Mille importanti nozioni sulla divinità della famiglia, sulla morale e sul fatto che sia, citando il testo, “la pietra miliare su cui poggia il poderoso edificio della nazione”. L’amore per la famiglia viene definito un valore politico

Poi più avanti: “Alla donna, sia essa madre, moglie, figlia o sorella è affidato il compito di regolatrice dell’andamento domestico, e perciò la sua partecipazione alla vita sociale, sotto forma apparentemente modesta, ha un valore inesitmabile”.  Adesso guardo questo libro con occhi ironici e non voglio sminuire questi valori perchè riconosco che sono stati valori fondamentali. 

La donna viene guidata dai consigli della scienza moderna per dirigere la casa, ma senza mai dimenticare il suo intuito naturale, l’amore, lo spirito d’amore e sacrificio per i propri cari. 

E’ come se la donna dovesse avere determinate qualità solo perchè è nata donna. E per parlare di queste ultime qualità si parla di illuminazione della donna, come se fosse un angelo, non una persona. 

Capitolo due: la casa. Sempre qui stiamo eh. Come organizzare le stanze in base all’esposizione seguendo i punti cardinali con tanto di disegni illustrativi.

Quello che ci stupisce è propio questo. Una donna imparava come essere una donna. Non so se sia l’autrice ad essere particolarmente prolissa o prendesse tutte le donne per stupide, ma spiega ovvietà. è possibile che fossero le uniche informazioni che queste donne avrebbero ricevuto nel corso della loro vita. Come pavimentare la propria casa? Che tappeti usare? 

Sono le notizie economiche  e politiche che interessano gli uomini seri, sono le ultime notizie della moda che tanto dilettano le signore. 

Tutti questi complessi e svariati lavori domestici ai quali la donna deve applicarsi con amore e intelligenza, devono essere compiuti con ordine e precisione

La prossima volta mi applicherò di più a lavare i piatti. Ci metterò amore ed intelligenza.

Poi si passa di corredi. La biancheria vi apparterrà per sempre. Il fornire la casa di questi indumenti è oggetto delle maggiori cure delle donne. Abbiamo un prontuario su come si deve vestire in modo adeguato una donna:

Esiste un’affinità grande e intima, con un profondo significato psicologico tra la signora e il suo guardaroba. Ci dà uno sguardo sulla sua morale. […] Una donna che non ha nessuna cura del suo guardaroba sarà certamente pigra e mancante di dignità.

Possiamo spiegarvi, se volete, possiamo spiegarmi come armonizzare il guardaroba in base al colore dei vostri occhi. 

Poi si passa ad un altro tema cardine, il bucato. 

E sempre in tutti i tempi passati il bucato ha costituito l’operazione gradita dalle nostre donne

C’era un motivo per cui era giornata gradita, era l’unico giorno in cui la donna poteva uscire di casa. Noi, ovviamente, guardiamo a queste infomarzioni con occhio critico. Per l’epoca invece, era perfettamente normale. E di questo ce ne rendiamo conto in Scout che, come abbiamo detto, si comporta come un maschiaccio ma sa bene come deve essere la “brava donna” dei suoi tempi. 

In realtà sono felice. Siamo partiti da questo e siamo arrivati a dove siamo ora. 

Adesso posso andare in giro con felpa, maglia di Doctor Who, Converse e non mi dice niente nessuno….tranne mia madre. 

FONTI:

http://www.memoro.org/it/L-infanzia-negli-anni-trenta_5632.html

http://www.memoro.org/it/La-scuola-%C3%A8-per-soli-uomini_40.html

https://prezi.com/xdka5xnz1ev4/growing-up-as-a-girl-in-the-1930s/

http://www.treccani.it/enciclopedia/infanzia_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/

https://elenabonetto.wordpress.com/

“Il buio oltre la siepe”, Harper Lee, Feltrinelli, 1962

“Educazione domestica per le scuole professionali femminili”, Elisabetta Randi, Trevisini, 1949

CONCLUSIONI

Lo consigliamo? ASSOLUTAMENTE SÌ. Non si può non consigliarlo. Si possono avere opinioni personali fino ad un certo punto. Anche perchè è un classico. è uno specchio di umanità. Prescinde il tempo e il luogo, le persone sono fatte così. 

Poi bisogna dirlo, Atticus è un vero Grifondoro. Quindi, leggetelo e fatevi prendere per mano da Scout.  

Se ancora non vi abbiamo convinti, vi lasciamo con delle citazioni che ci hanno emozionato o impressionato. 

Atticus aveva ragione, una volta aveva detto che non si conosce realmente un uomo se non ci si mette nei suoi panni e non si va a spasso

Avere coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare e cominciare ugualmente e arrivare fino in fondo, qualsiasi cosa succeda; è raro vincere in questi casi, ma qualche volta succede.

Cominciai a rendermi conto che anche essere donna richiede una certa abilità

Ecco il link per ascoltare la puntata.


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