Ossessione bellezza

di Valentina Maggi

Perché la bellezza femminile è così importante?

Incalzati dagli onori della cronaca, ci troviamo spesso a parlare di canoni estetici, bodyshaming, fatshaming e via dicendo. Si discute soprattutto di bellezza femminile, come se gli uomini fossero meno soggetti al giudizio estetico e considerati in modo privilegiato per la loro dimensione intellettuale o per le loro capacità.

Mi sono chiesta spesso perché la bellezza femminile sia così importante. L’unica risposta sensata che ho trovato finora è tutta questa rilevanza che attribuiamo alla bellezza e agli standard estetici sia dovuta a ragioni evolutive – così come la religione, la morale e i bei concetti astratti e pratiche intellettuali che ci siamo inventati noi essere umani nel corso dei millenni. La bellezza, nella fattispecie, sarebbe funzionale alla riproduzione.

A scuola, tutti abbiamo sentito parlare, nell’ora di Storia dell’Arte, della Venere di Willendorf.

Questa bella statuetta appartiene al genere delle veneri preistoriche dette anche steatopige, dal greco stear (“grasso”) e pygé (“natiche”): in poche parole, si tratta di veneri dal sedere poderoso. Anche se, a ben vedere, non scherza nemmeno l’addome. Si tratta di un ideale estetico ben diverso da quello a cui siamo abituati. La lezione dell’insegnante non mancava mai di rettificare questa apparente assurdità: i fianchi larghi e il ventre prominente, in epoca prestorica, erano simboli di abbondanza, fertilità e maternità. Come il colore variopinto dei petali dei fiori, l’adipe sui torsi e sui glutei delle nostre antenate serviva a invogliare i loro maschi a fecondarle.

Come si giustifica allora l’assunto odierno che magrezza sia bellezza? Non ne ho la più pallida idea, ma è così che, da persona grassa, trovo pace quando, negli annunci di lavoro, leggo che si cerca “ragazza di bella presenza”: 1. penso alla Venere di Willendorf, 2. mi ripeto che la bellezza è un dono del caso e della genetica.

Non c’è individuo che possa ragionevolmente confutare questo assunto: la costituzione fisica, i tratti del viso, il colore degli occhi non si scelgono, proprio come non si scelgono la mamma e il papà. Alla lotteria genetica, si sommano quindi i fattori ambientali che – va da sé – non sono meno casuali nel venire al mondo di un bambino o di una bambina: i rapporti affettivi e sociali dell’infanzia, le abitudini di chi ci cresce, i modelli educativi e sociali a cui siamo sottoposti. Benché i canoni estetici siano variati dall’epoca della Venere di Willendorf, ora come allora l’estetica, per la sua arbitrarietà e per la forza che le riconosciamo, ha più i tratti di una dittatura totalitaria che della democrazia: è discriminatoria, è irrazionale, causa atroci e ingiuste sofferenze. Se il brutto è vittima del nazismo estetico, non si può non concludere che, purtroppo per i grassi, sono passati gli anni della Venere di Willendorf. Ci penso spesso: ‘Willendorf’, a tradurlo letteralmente dal tedesco, è il villaggio della volontà. Quella stessa volontà la cui mancanza è la colpa di cui i grassi si macchiano, non portandosi dietro corpi magri o, almeno, atletici. Un difetto fisico diventa un difetto dell’anima e la bellezza, manco fossimo in un sonetto stilnovista, è lo specchio di un’anima virtuosa.

Che i corpi grassi non siano belli è una verità abbastanza assodata nei nostri cervelli, che il movimento della bodypositivity cerca timidamente di sradicare, pur diviso fra vari schieramenti interni e obnubilato dalle proprie contraddizioni (ad esempio, paladine come Jameela Jamil che di grasso hanno proprio poco, ma che si meritano una stellina per portare alta la bandiera delle imperfezioni e denunciare i mostri dei disordini alimentari). Il fatshaming è solo uno dei peccati estetici, ovviamente. Per elencare alcuni attentati all’ideale di bellezza, posso aggiungere i peli superflui (o più precisamente la negligenza degli stessi), il naso troppo pronunciato, le orecchie a sventola, gli occhi piccoli, le dita tracagnotte, l’altezza, ah i piedi brutti.

È piuttosto facile notare come tutti questi difetti siano infinitamente più gravi e inaccettabili se collocati sul corpo delle donne. La bellezza femminile è una vera propria ossessione e regolamentata da imperativi che è difficile mettere in discussione, perché gli argomenti sono pochi e tutti basati su logiche esterne a quelle indomabili e arbitrarie dell’estetica. Il corpo femminile è un corpo che dovrebbe incarnare la bellezza anziché contraddirla e allontanarla da sé, è un corpo che dovrebbe attrarre e avvicinare, facendosi vetta estetica da arrampicare e conquistare. Oggi come oggi il corpo femminile deve essere magro, il sedere deve essere sodo, il seno presente ma non troppo abbondante, l’addome piatto. Domani? Chissà.

Ma che cos’ha di così rilevante la bellezza femminile per essere costantemente agli onori della cronaca? Una tesi che gira fra i femministi è che angosciare le donne con le ossessioni sul loro corpo sia un modo di farle stare zitte. Mi sembra, a dire il vero, un crimine premeditato con troppa lucidità e perpetrato con troppa lucidità perché si dia davvero il caso.

Il mistero giace inesplorato, un capo d’accusa e troppe poche prove.

Rimane vero quanto ha scritto Antonella Soldo, tesoriera di Radicali Italiani, a proposito del caso Bellanova, la neoministra dell’Agricoltura che ha ricevuto una caterva di insulti per la sua apparenza fisica e il suo abbigliamento in occasione del giuramento del nuovo governo:

Il commento della Soldo mette in luce come la bellezza delle donne sia considerata rilevante anche laddove non lo sia, laddove per la considerazione dell’operato o delle figure femminili contino più le loro qualità intellettuali o le loro capacità, mentre non vale lo stesso per i loro colleghi maschi.

La Soldo sottolinea, giustamente, che se la stessa logica fosse applicata a un uomo non sarebbe un problema. Certo, rimane aperta e lasciata in sospeso un’altra questione non da poco: quanto conta la bellezza, o almeno l’ideale di ‘fitness’ – con tutti i suoi elementi randomici – nella valutazione di una figura professionale, dell’operato di un politico, di una persona? Sarebbe giusto o, almeno, ci sarebbero dei buoni argomenti atti a discriminare quei ‘panzoni, brutti, grotteschi, malvestiti, senza un briciolo di eleganza’, siano essi maschi o femmine?

All’ondata di hater che l’hanno attaccata per la sua mise blu elettrico e per quella che le nostre zie più cortesi avrebbero definito una silhouette importante, la neoministra ha risposto che la vera eleganza è rispettare il proprio stato d’animo. Forse vale lo stesso per la bellezza, femminile o maschile che sia.

Grazie a @summavalentina per questa immagine

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